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letteratura
28 marzo 2016
Antonio Leotti - Nella Valle senza nome
. Antonio Leotti
. Nella Valle senza nome - Storia tragicomica di un agricoltore
. Laterza
. 12 euro

Trovo patetici quei cittadini che, sia per vezzo o per sincera vocazione, quando sono in campagna diventano contadini d'antica saggezza, raffinata astuzia e attenta esperienza. Come incontrano un agricoltor/allevator/cacciatore indigeno con cui fare due chiacchiere, si propongono come loro fidi scudieri - scudieri retorici s'intende, ché la pratica è fatica - in cerca di una benedizione che li confermi nella loro convinzione d'essere autenticamente campagnoli, anche se momentaneamente (più o meno da quando sono nati) prestati all'urbe. E avvinti dal fascino, non già della campagna, ma del mostrarsi campagnoli, arrivano a mitizzare ogni singolo gesto, ogni parola, ogni racconto che riescono a cogliere.

A ben vedere ci sono esempi di carriere milionarie costruite da chi ha colto le potenzialità di business di questo semplice meccanismo di fascinazione. Da quella più schietta di un Dario Cecchini, giusto per fare un nome, che a Panzano vedeva gli americani arrivare in Chianti in cerca del Mulino Bianco e si occupava di dar loro tradizionalissime(!) bistecche fiorentine e gli recitava pure Dante, “Nel mezzo del cammin di nostra vita, buonasera questo è il conto”. A quella più sofisticata di Carlin Petrini, che ha sviluppato un progetto industriale e di branding di ben altre dimensioni, impatto e raffinatezza argomentativa, “buono, pulito,giusto e buonasera questo è il conto”.

Imprenditori e uomini marketing di genio ed intuito, che si son fatti d'oro grazie al fascino della raffinata autenticità campagnola.
Così è se vi pare.

Ma il marketing non è di casa dalle mie parti, che son quelle di San Giovanni delle Contee, Sovana, Sorano e dintorni. Così come non lo è in quelle – poco lontane - dove lavora Antonio Leotti: San Cascian' de'Bagni. Si tratta di terre meravigliose, ma così autenticamente povere e contadine, che la gente del posto non ha avuto nemmeno il tempo di dargli un nome in tanti secoli che c'ha abitato. La zona di San Giovanni delle Contee, così come quella di San Casciano dei Bagni, non ha esattamente un nome che la individui sulla carta geografica e nella mente di coloro a cui devi spiegare dove si trova. Non è esattamente Maremma, non è Amiata, non è certo Val d'Orcia. In poche parole non è. O meglio sarebbe: "tra le colline delle valli del Fiora". Ma quando hai finito di dirlo ti è  già venuto il sospetto che suoni come una cazzata. E di certo non funziona per vendere.

E dire che invece ci sono terre in cui il marketing del territorio ha inventato identità nel breve volgere di qualche decennio. Il caso del Chianti sta lì a testimoniarlo. Se ti battezzi, come territorio, puoi avere un brand e se hai un brand puoi venderlo. Poi non interessa a nessuno che l'Impruneta c'entri con Castelnuovo Berardenga come il cavolo a merenda; sempre di Chianti si tratta. E se ti aiutano qualche ricco imprenditore, qualche nobile che si fece manager e le istituzioni non si mettono di traverso, puoi fare di una terra povera come è sempre stata il Chianti, una miniera a cielo aperto che vale oro per ogni ettaro. Per non dire di Montalcino! Terra ancora più sperduta, ancora più povera fino a qualche decennio fa, e dove adesso, grazie ai Biondi-Santi da un lato e soprattutto agli americani di Castello Banfi, un ettaro di vigna a Brunello costa fino a 350.000 euro.

Ma qui si parla di agricoltura e non di marketing e di un libro che, a poche righe dall'inizio, lancia un appello ai giovani, che è una vera e propria sassata alla facciata linda e di cartapesta del Mulino Bianco che ci hanno venduto negli ultimi anni e che le istituzioni hanno ingessato attraverso norme pensate per curare una vetrina e non un luogo vivo e di lavoro. “Diffidate della retorica sulla campagna - scrive Leotti - soprattutto se si tratta di campagna toscana, diffidate di chi vi esorta a ritornare ai mestieri della terra. A meno che non abbiate ingenti capitali, eredità da sperperare o, al contrario, non vogliate lavorare come semplicioperai, godendo in questo caso di tutte le deliziose durezze del mestiere più bello del mondo senza troppe responsabilità, lasciate perdere. […] E fanno bene i giovani a non venirci in campagna. Cosa ci verrebbero a fare? A confrontarsi con i fatturati, davvero degradanti, che l'agricoltura è in grado di esprimere? A farsi il fegato grosso con l'arroganza dei burocrati scelti accuratamente tra le schiere dei sadici patologici? Se per caso decidete di darvi a questo mestiere, andate a trovare qualche agricoltore e per una volta, invece di soffermarvi sulla bellezza dei paesaggi, chiedete che vi mostrino i libri, la contabilità. Lì c'è la verità, tutto il resto è leggenda, mito chiacchiere”.

Antonio Leotti è mezzoromano e mezzo toscano. Erede di una famiglia di latifondisti. Il padre che fu fascista. La madre ebrea. Lui sceneggiatore, scrittore e ora anche imprenditore agricolo. Contraddizioni all'apparenza.
Come il sospetto che questo “contadino” in fondo odi quel che fa. Non è così. Ha iniziato a scrivere di sé e di agricoltura dopo aver letto un titolo di giornale che recitava “Incidente sull'Aurelia, morti tre contadini”. Morti tre contadini. Non tre persone. Un titolo, come tanti se ne leggono, che suonava sc

hiettamente classista anche se, certo, non era intenzione del titolista. Ma che gli ha fatto venire voglia di scrivere e di rivendicare con orgoglio il suo essere parte di una storia: quella di chi fa il mestiere più antico del mondo.
Che evidentemente, secondo Antonio, non è la prostituta.

Questo suo secondo libro, Nella Valle senza nome, è la continuazione ideale del precedente. Niente spazio al romanticismo, niente spazio alle illusioni. Un resoconto lucido – anche se con qualche ingenuità,come quando racconta di aver pensato di fare l'assessore a San Casciano – di come l'agricoltura imprenditoriale stia morendo soffocata dalla burocrazia da un lato, e dal marketing facilone dall'altro. Che a ben vedere la burocrazia è un ostacolo stupido. Il marketing è invece una soluzione efficace, ma molto settoriale ed elitaria, che può riguardare un massimo già saturo di territori. Non offre dunque soluzioni per tutti.
Tuttavia tanto la retorica del marketing del territorio, quanto l'ottusità dei burocrati, si trovano alleati nel promuovere una politica ingessante per la campagna vetrina. Ferma, immobile, pettinata. Un aspetto che può certo essere complementare a quello agricolo, ma che non può esaurirlo. Ed è questo che Leotti cerca di spiegare. Ed è questo a cui cerca di opporsi.

Un piccolo libro, molto prezioso, perché è la cronaca di un resistente. Che combatte nemici più grandi e forti di lui.

22 febbraio 2016
Stepciaild blablabla
Su questa storia della stepciaild blablabla ci siano almeno risparmiate le analisi di quelli che "lo sapevano tutti che l'opinione pubblica italiana è contraria alle adozioni da parte di coppie gay".
Io no, per esempio.
Io non lo sapevo.
Io avevo voglia di illudermi di vivere in un paese un po' meno stronzo.
22 febbraio 2016
Sinistra italianal

Sono sicuro che questa nuova esperienza a sinistra, fatta non da ceto politico, ma da uomini e donne che non vogliono abbandonare la Sinistra e che non aspirano ad altro che a ridarle una dignità oggi smarrita, avrà il successo che merita. È un progetto importante. Faticoso, ma doveroso.
Ancorati ai valori storici della sinistra italiana, dall'antifascismo alla lotta per i diritti dei lavoratori, cerchiamo di ridare vita al grande sogno di una sinistra. Unita e forte.

... scusate. Volevo solo sapere come ci si sente a dire certe frasi.
Ora vado a farmi la doccia.

15 febbraio 2016
Arbiter
Che fosse abile lo si capì quando ci vendette persino la storia del suo passato da arbitro.
Matteo Renzi.
Lui faceva l'arbitro. E l'arbitro è becco per definizione. Non è il sogno di un bambino, fare l'arbitro. In genere il sogno di un bambino è fare l'attaccante. Poi capisce che non sarà il suo destino quando, al pari o dispari per fare le squadre, viene sempre scelto per ultimo. E ancora più tremendo è quando lo barattano. "Hey! Noi vi si dà lui e quest'altro (laddove quest'altro è il classico bambino che pur se vorrebbe giocare a pallavvolo con le bambine, per timore di ritorsioni gioca a calcio, ma fa cacare) e voi ci date lui (un mediocre medianaccio, ma pur sempre credibile)". E immaginate che dolore lasciare la squadra che un attimo prima vi ha scelto (in realtà vi ha accettato), perché siete stato barattato insieme al bambino con le Superga che vorrebbe giocare a pallavolo, in cambio di un butterato di terza media. Sono queste cose che uccidono i sogni dei bambini. Che poi a quel punto diventano arbitri.
Renzi riscattò questa storia di infanzie sofferte, facendoci credere che arbitro è bello. Perché l'arbitro decide. E lo fa rapidamente, si assume responsabilità. Ed è lì, solo, mentre tutti gli danno di becco.
Un titano. Un gigante di abnegazione. Di forza d'animo. Capace di andare contro tutto e tutti pur di fare rispettare le regole.
Ed ecco che Renzi trasforma la potenziale debolezza di mostrare un passato da bambino sfigato, nella forza di presentarsi come uno che sa prendersi delle responsabilità.
E io lo ammiro.
Non perché mi sia bevuto la cazzata dell'arbitro titano. Ma perché penso che quel bambino che veniva così orrendamente barattato, è oggi Presidente del Consiglio.
Anche se, a pensarci bene, la cosa mi fa un po' paura.
basket
12 febbraio 2016
Sanremo autobiografia della nazione
Sono quelle battute che si fanno così. Chiaramente esagerate.
Lo sai te e lo sanno tutti, che non l'hai fatto davvero.
Io invece l'ho fatto. L'ho fatto davvero.
Ho guardato Sanremo e ho pensato ai danni storiografici fatti demonizzando il fascismo.
Facendone una parentesi d'errore nella storia di questo paese. Una lacerazione casuale dello spazio-tempo. Che ha portato in Italia i fascisti da Marte.
No. No, eravamo noi.
Guardando Sanremo ho capito che non si può fare finta di non sapere che il fascismo è stato autobiografia della nazione.
Così come non si può fare finta di non sapere che tanta Italia è, oggi, quella che anima Sanremo. Quella stessa autobiografia che torna. Forse.
Poi son tornato a casa e ho aperto Facebook per scrivere questa cazzata. E ho capito che invece quello che anima Sanremo, forse, è soltanto il timido partecipare al protagonismo diffuso del commento al troppo facilmente commentabile. L'infamata all'esibizione horror dei Pooh, la crudeltà scheccata sulle coscine di Arisa. Troppo, troppo facile. E tutti insieme ci si commenta e ci si legge. O meglio, ciascuno legge i propri di commenti. Quelli degli altri son troppi. Ne leggi giusto un paio ogni tanto e maledici quelli banali.
Insomma Sanremo mi fa pensare al fascismo, all'Italia, alla solitudine.
Guardarlo mi ha fatto soffrire.
Spero finisca presto e di non doverlo vedere mai più.
danza
10 febbraio 2016
Filosofo Cacciari
Bisogna che qualcuno ci parli a quel professor Cacciari.
Ogni volta che accendo la televisione lo trovo in qualche programma.
Sempre con quell'aria a mal di corpo, infastidito dalla banalità dei discorsi che fanno gli altri ospiti, indispettito dalle sciocchezze che dice il conduttore o la conduttrice di turno.
Intollerabile che un filosofo e un intellettuale della sua levatura debba essere così indegnamente ammorbato da futili chiacchiere.
Io lo capisco. Dico davvero.
E vorrei dirglielo, che forse, tra una speculazione e l'altra sulla sinistra, i destini della socialdemocrazia, le calze di Barbara D'Urso e la mia ricca fava, potrebbe anche farsi venire in mente l'inaspettata idea di starsene a casa la sera. Ad accudire i suoi cari, spuntarsi la barba, guardare un vecchio film Disney.
A fare che cazzo gli pare, ma a casa.
Invece di rompersi e romperci i coglioni in televisione a parlare della qualunque.
Professor Cacciari. Filosofo. Ci pensi.
CULTURA
8 febbraio 2016
Giacomo Tachis
Una vita fa. Facevo politica, passavo la gran parte della settimana a Roma. Facebook non esisteva. Bevevo vino di rado e principalmente per sbronzarmici.
Un fine settimana tornai a Firenze con la promessa che sarei andato con Zeffiro a trovare questo benedetto Giacomo Tachis. Erano settimane che mi faceva una testa così dicendomi che dovevo conoscerlo.
Io ero così preso dal me stesso in jeans, polacchine e disinvoltura polemica nel parlare in pubblico. Aggiornatissimo sulle vicende delle correnti dei Ds, le riviste storiche della sinistra, i percorsi della diaspora socialista. Dedicavo il mio tempo a speculazioni politiche, riunioni di partito, litigare con Pannella, costruire gruppi di giovani balordi.
E così quella domenica salii in macchina con Zeffiro più per il piacere di stare con lui che per altro. Come quando ero piccolo e mi portava in giro per convegni. Chi fosse questo enologo (anche se lui si schermiva se lo chiamavano così) non lo sapevo. E allo stesso modo ignoravo cosa esattamente fosse un enologo (sorrido al pensiero che a circa 10 anni da allora sto per andare a vivere insieme a uno di costoro).
Durante il viaggio da Firenze a San Casciano chiesi tuttavia informazioni. Zeffiro aveva conosciuto Tachis credo tramite Torello Latini. Si tenga presente che Zeffiro delle etichette dei vini (come di qualunque altra etichetta) se ne fotte con una naturalezza da far invidia a qualunque enostrippato alternativo biodinamicveganabbestia. Sassicaia, Tignanello, Solaia, Turriga, non potevano essere questi nomi ad averlo colpito. Era stata la cultura di Tachis a entusiasmarlo. La passione per la storia, le vicende degli uomini e dei territori. Il vino come tramite di conoscenza, non il fine di un feticismo vacuo.
Per questo non cercò di impressionarmi glorificandolo. Poteva dirmi che era il più importante enologo italiano. Un genio. Uno i cui vini avevano fatto grandi tante cantine. Avevano fatto grande l'Italia nel mondo. Avevano, somma goduria, battuto i francesi. Tachis come un Bartali cantato da Conte. A farli incazzare col Cabernet di fronte a giudici al di sopra di ogni sospetto.
Niente di tutto questo.
Arrivammo che era buio. La casa era bella, ma normale, e io m'aspettavo chissà quale villa. Questo signore parlava poco. Zeffiro mi presentò come dovessi ricevere una benedizione. Io guardavo entrambi e non capivo bene. Così, quando Tachis mi chiese cosa facevo attaccai a parlare come ero abituato a fare. Sfrontato, arrogante, ignorante. Io, blabla, Montecitorio, blabla, la sinistra vero, blablabla, io, io, io, bla, bla, bla. Zeffiro rideva sotto i baffi e Tachis, peggio, sorrideva di un sorriso a metà tra l'affettuoso e il bonariamente beffardo. Ma non m'interruppe mai. Lasciò che il mio tono di voce andasse spegnendosi nel dubbio di aver detto una gran sequela di bischerate. Quando ebbi finito e un rossore di vago imbarazzo immagino dovette iniziare a colorarmi il viso, Tachis sorrise ancora di più. E ci portò in un garage-cantina pieno di bottiglie con etichette adesive scritte a mano. Campioni, prove, esperimenti. Parlava poco, sì, e piano, ma a quel punto non potevo che ascoltarlo per cogliere ogni sussurro. Iniziavo davvero ad essere curioso. Anche se non capivo nulla di lieviti e fermentazioni, polifenoli e antociani. E poi Galileo e il Redi, i Georgofili e la mezzadria.
Prese una bottiglia e me la regalò.
Una prova di Sassicaia.
Tornai a casa un po' confuso. Mara quando entrammo in casa mi chiese com'era andata. "Ganzo", risposi senza essere convinto fino in fondo.
Solo anni dopo avrei iniziato a capire. E a sorridere anch'io.
Finito, non so bene come, ma con gran gioia, dalle sale della politica a Castellina in Chianti.
Purtroppo, a quel punto la malattia si era già presa tanto di quel signore che Zeffiro voleva che conoscessi.
Di polifenoli ancora oggi capisco ben poco. Ma a conservare i ricordi, invece, un po' me la cavo. E sono felice che mio padre abbia tanto insistito in quelle settimane.
Nel sottoscala di casa in via barbacane c'è ancora quella bottiglia.
vita familiare
5 febbraio 2016
Pio nonno
Mio nonno Enzo è stata una delle persone a cui ho voluto più bene in vita mia. E lo ricordo sempre col sorriso, anche se mi manca tanto.
Negli ultimi anni della sua vita teneva una lucina sempre accesa in mansarda. Davanti a un santino di Padre Pio. Diceva che lo aveva salvato da una malattia.
Quando eravamo a San Giovanni io dormivo in mansarda a casa sua. La sera quando tornavo, se non era troppo tardi lo trovavo in salotto e allora guardavamo insieme i film di Bud Spencer o di Alberto Sordi, che erano i suoi preferiti, e poi andavamo a letto. Io me ne salivo le scale, passavo davanti alla testa di cinghiale e alla volpe impagliata, e prima di entrare nella mia camera, dove stava appesa la preghiera a Bacco ("Bacco nostro che sei in cantina, dacci oggi la nostra sbornia quotidiana ..."), trovavo sempre quella lampadina minuscola accesa davanti al santino di Padre Pio.
Qualche volta mi venne l'idea di spengerla, perchè era una cosa assurda che quella luce stesse accesa. Ma non l'ho mai fatto. Avvicinavo la mano all'interruttore e poi mi fermavo. In fondo a me quella lucina non dava noia, anzi, mi faceva luce mentre salivo le scale. E poi lui voleva che fosse accesa.
Ancora oggi continuo ad essere serenamente anticlericale e laicista. Ma fatico sempre a trovarmi a mio agio accanto a certi alfieri del laicismo. Che detto fra noi, mi stanno anche piuttosto sul cazzo.
1 febbraio 2016
600 posti di lavoro + 2

Il lavoro, la sinistra, Biagi, la Costituzione, combattere la povertà.Del Debbio, il giornalismo. Renzi, il governo.600 posti di lavoro a Napoli.Noi toscani siam proprio ganzi.

Pubblicato da Tommaso Ino Ciuffoletti su Lunedì 1 febbraio 2016
teatro
21 gennaio 2016
Oi dialogoi

Sempre su calcio e sconcezze, come se non fosse l'industria del calcio in sé, la vera sconcezza.
Parlavo con l'unico filosofo del calcio che abbia mai conosciuto. Che sbarba le banalità del pensiero comune usando il più semplicemente affilato dei rasoi di Occam.
Francesco detto Checco. Laziale.

"Checco però quella della Lazio è una tifoseria di merda dai".
"E perché?".
"Dai cazzo, io mi ricordo lo striscione Squadra di negri, curva di ebrei".
"Ah Tommà, ma quelli erano 'na manica de deficienti".
"E ho capito, ma lo striscione era srotolato su tutta la curva".
"Senti 'n po', ma secondo te in curva ce vengono i figli dei professori universitari come te?".
"Non lo so, ma ...".
"No Tommà, no. Ce potranno pure venì, ma saranno 5 su 200".
"E vabbè, ma siete un po' razzisti dai!"
"E perché?".
"Eccheccazzo, sempre a fare Uh uh uh ai giocatori di colore!".
"Embé?"
"Ma come Embé?!"
"Senti 'n po' pure io po' capità che faccio Uh uh uh, secondo te so' razzista?".
"Beh sì cazzo!".
"Beh nò cazzo! Io je fo Uh uhuh pe'fa' incazzà l'avversario. E perchè se s'encazza, magari sbaja pure. Lo stesso motivo per cui canto che la mamma de Del Piero è'na puttana. Mica penso davvero che è 'na puttana. E poi se è na puttana sticazzi. Io je'o dico pe'fallo 'ncazzà e fallo sbajà. Er razzismo nun c'entra 'n cazzo".
"... e scusa e i giocatori di colore della tua squadra allora?".
"E quelli li piji sottobraccio al martedì e je dici Aò, stavamo a scherzà!".
"E va bene Checco, va bene, ma come la mettiamo con Mihajlovic che sputa in faccia a Vieira? Voglio dire, uno sputo in faccia a un giocatore di colore sa di gesto apertamente razzista, fatto di fronte a tutti. Insomma un calciatore può essere un esempio anche per dei bambini ..."
"Ah Tommà, ma che cazzo stai a dì! Se a tu'fijo je 'nsegni a avecce come esempio Mihajlovic, ah bello, er problema nun è Mihajlovic. Er problema sei te!
Ma come cazzo se fa a 'nsegnà che 'n calciatore deve esse n'esempio? Un calciatore deve pijà a calci 'n pallone. E poi aò, ma che cazzo se stamo a raccontà, Mihajlovic è 'n serbo bbalordo! E quello è. E' ovvio che se se mette a litigà co'uno come Vieirà finisce a sputi ner muso.
Senti Tommà, quanno voi parlà de curve, lasceli sta 'sti giornalisti. Che in curva sarà pure pieno de stronzi. Ma nun è che nelle redazioni dei giornali e delle trasmissioni sportive stanno messi mejo".

Poi fate voi, ma per quanto mi riguarda, parlare di calcio con Checco può insegnare molto.
Senza dubbio cambia il punto di vista.

20 gennaio 2016
Mamme maiale
A me piace giocare al calcio. Molto meno parlarne.
Ma ho alcuni ricordi.
Avevo da poco iniziato la quarta ginnasio. Settembre, partita di pallone fra compagni di classe. Eravamo quasi tutti fiorentini e l'usanza di offenderci fra noi durante la partita non risparmiava i genitori, in particolare le abitudini sessuali delle madri. "Vaffanculo", "pezzo di merda", "accidenti a te e a quella maiala della tu'mamma", giusto per citare i casi più noti.
Tutto questo con grandissima armonia, serenità e reciproco affetto. Finché ad essere coinvolta non fu la madre di un amico - nuovo compagno di classe di quella quarta ginnasio - che veniva dalla Sicilia. Ricordo che non vi fu cattiveria particolare. Fu il più classico dei "c'hai la mamma troia", schizzato come un proiettile vagante e senza particolari intenzioni ostili. Come tutti gli altri casi del resto. A nessuno veniva in mente di immaginare che la madre di qualcuno dei presenti fosse effettivamente una maiala. E poi, anche lo fosse stata, sarebbero comunque stati cavoli suoi e non certo nostri. Tuttavia, lungi dal fottersene beatamente, il nostro nuovo amico reagì come solo un siciliano può reagire ad un affronto a bedda madre e penammo non poco a convincerlo che nessuno voleva offendere lui e la sua famiglia. Fu il primo di una lunga serie d'insegnamenti sulle suscettibilità individuali come portati di culture collettive diverse.
Dopodichè riprendemmo a giocare e ad offenderci le mamme come se nulla fosse. E questo fu il secondo insegnamento. Del resto lui era uno e noi nove. E l'integrazione passa anche attraverso l'accettare usanze e costumi del campo da gioco che si sta calcando.
CULTURA
19 gennaio 2016
Lily Lacoste
Lily Lacoste.
Proprietaria di Chateau Petrus, Chateau Latour e Chateau Lafleur. Come dir che la signorina, aveva in fanciullezza, il problema di stabilire se per il pediluvio fosse più indicato un Barolo o del Brunello.
Morì che aveva quasi cent'anni. Ma prima venne raggirata ben bene dal compagno, un caro assistente ed il pio uomo che presiedeva la benemerita associazione "I Ricoveri della Carità".
Le portarono via tutto prima che il giudice arrivasse ad interdirla; per l'evidente incapacità di intendere ancora e volere ancor meno.
Nel frattempo i tre non si risparmiarono dal comportarsi come solo gli aguzzini sanno fare. La maltrattarono, umiliarono, offesero. La cibarono di carne avariata e le dettero da bere del fetentissimo vino del discount.
La morale di questa storia, se ve n'è una, è che se anche siete proprietari di grandi aziende di vino, per sicurezza, abituatevi a bere, tra un Gaja e un Sassicaia, anche il vino del discount. Che non si sa mai.
moda
13 gennaio 2016
Pitti
Ancora una volta, in occasione di Pitti, Firenze viene invasa da uomini portati a spasso dai propri vestiti.
danza
12 gennaio 2016
I conti tornano
... vediamo se ho capito.
In un comune campano viene eletta una sindaca: Rosa Capuozzo.
Con lei viene eletto, con record di preferenze, un consigliere comunale: Giovanni De Robbio.
Viene fuori che questo De Robbio avrebbe preso tante preferenze grazie all'aiuto di famiglie vicine al clan locale della camorra.
Non solo. Questo De Robbio avanza anche dei velati ricatti proprio alla sindaca, che vive in uno stabile costruito, pare, abusivamente, minacciandola di usare contro di lei questa cosa se non si mostrerà accondiscendente ad alcune sue richieste su delle scelte del Comune.
La sindaca non lo asseconda e decide di mettere al corrente della cosa due deputati campani: Roberto Fico e Luigi Di Maio.
Costoro sono dunque ben informati dei fatti, ma suggeriscono che sia il caso di temporeggiare.
Le cose però, iniziano a precipitare e così De Robbio viene espulso dal partito.
Ma ormai incombe l'inchiesta. Nelle mani di John Woodcock. Uno che non manca mai di dare grande pubblicità alle proprie iniziative (che spesso si rivelano buchi nell'acqua).
A questo punto il capo-padrone del partito politico di cui fanno parte i protagonisti di questa vicenda cosa decide?
Di espellere la sindaca. Che in tutta la storia è quella che si è comportata nel modo meno censurabile.
Perchè?
Perchè confidano che voi - popolo di ebeti - non leggerete un cazzo di questa vicenda. Al massimo i titoli dei giornali.
E leggendo che la sindaca è stata espulsa penserete che il movimento è salvo. E la piccola mela marcia punita come meritava.
Ecco.
Se fanno questi calcoli è perchè sanno che, spesso e volentieri, tornano.
arte
11 gennaio 2016
CNEL
Il CNEL, organo previsto dalla "Costituzione più bella del mondo", sta per essere abolito.
Ente inutile per antonomasia.
I suoi consiglieri si assegnano quest'anno un premio produzione di 20.000 €.
La colpa, come si può ben capire, è del liberismo selvaggio.
sfoglia
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Oggigiorno tutti hanno spirito. Dovunque si va non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti. E' divenuta una vera peste.
Oscar Wilde

Un grande libro

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