Lo slogan del Partito Democratico per questa campagna
elettorale è stato “L’Italia giusta”. Non s’andrà lontani dal vero rilevando
che non si è trattato di un grande slogan, né di una grande campagna
elettorale. Forse la convinzione che i giochi fossero chiusi dopo il successo
delle primarie del centrosinistra ha fatto rilassare qualcuno più del dovuto. O
forse, una volta posatasi la polvere della sfida tra Renzi e Bersani ci si è
resi conto che intorno il mondo non aveva usato la cortesia di fermarsi.
E così il PD si trova oggi nella scomoda posizione di primo
partito annunciato, ma col problema duplice di rischiare di essere recuperato
da concorrenti più aggressivi e di dover gestire un dopo elezioni tra un
alleato, Sinistra e Libertà, che rivendica la fedeltà agli accordi presi ed un
potenziale alleato futuro, Monti, che invece non vuole saperne di narrazioni e
profumi di sinistra.
In attesa del riscontro delle urne c’è da notare un Matteo
Renzi che nella gestione del proprio profilo post-primarie ha ricominciato a
dare qualche timido ma significativo segnale di movimento. Nella fase della morte apparente seguita alla sconfitta con
Bersani, il nostro ha perso per strada non pochi supporter d’idee, pur salvando
in posti garantiti per Parlamento e Senato alcuni suoi fedelissimi. Anche in
questo caso si potrà dire che non s’è trattato di una brillante gestione della
sconfitta. Molti, per descriverla, hanno usato l’immagine del cinese che
attende sulla riva del fiume il cadavere del nemico. Laddove il nemico sarebbe
il segretario del PD Bersani.
Malignità, verrebbe da dire. Specie alla luce dell’impegno
renziano per aiutare il PD di Bersani. Non che l’ex rottamatore abbia
rispolverato il camper (anche perché l’ormai ex autista sta per diventare
onorevole), ma certo qualche apparizione da bravo militante se l’è concessa.
S’è addirittura meritato il plauso di D’Alema. Uno che ai tempi gli aveva
promesso che si sarebbe fatto male.
Tuttavia Renzi, nei suoi comizi, ha progressivamente
allentato la tensione antimontiana che gli veniva chiesta all’inizio per
prendere le distanze dai suoi ex-sostenitori che con il professore sono andati
a candidarsi in quota società civile. Per Grillo ha usato il bastone, ma non la
mazza chiodata dei vertici del PD, e coi grillini la carota di una rabbia
compresa dal sindaco Renzi. Che vi siano segnali da cogliere in questi
atteggiamenti? Forse son solo malignità. O forse il cinese sulla riva del fiume
ha iniziato a sentire qualche formicolio da legislatura in bilico.