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VIAGGI
17 settembre 2015
Triopetra
Non saprei distinguere un afghano da un pakistano. E nemmeno voi.
Lui ha la pelle scura, il naso con la gobba e un profilo elegante. Sopracciglia folte, occhi e capelli nerissimi, più stoppacciosi persino dei miei.
Arriva che non me ne accorgo nemmeno. Addosso un paio di pantaloni di tela blu da lavoro, un paio di scarpe antinfortunistica senza calze e una maglietta che toglie, ripiega e sistema sullo scoglio a cui si mette appoggiato per guardare il mare a due passi da noi.
È magro quanto me, ma la schiena un po' incassata che ha portato ben altri pesi della mia.
Credo che non saprei nemmeno distinguere un bengalese da un indiano. E nemmeno voi.
Triopetra è la spiaggia più affascinante che abbia visto a Creta. Si chiama così per via di tre grandi scogli erosi dall'acqua e dal vento, che paiono enormi pile storte di vecchi giornali beige accatastati uno sull'altro. Il mare è splendido, pieno di pesci, il fondale chiaro, l'acqua turchese attraversata dal sole, subito alta. Le onde perfette per giocarci e lasciarsi cullare. La spuma bianca che si allunga per metri sui sassi e la sabbia scura.
È praticamente deserta.
Oltre a noi solo una coppia di russi, lattinoni di birra e occhiali da sole, e una famiglia che passa il tempo a tuffarsi dagli scogli, poi il figlio maggiore si fa male e vanno via.
Quando arriva lui io nemmeno me ne accorgo. Si mette lì appoggiato e guarda il mare.
Elisa va a fare l'ennesimo tuffo. Si sposta più giù di qualche decina di metri rispetto agli scogli. Un paio di bracciate e poi si mette ferma nell'acqua a lasciarsi cullare dalle onde incessanti sotto il sole.
Quando parliamo di ariani ci immaginiamo dei biondoni con gli occhi azzurri. E invece la terra degli Arii era grossomodo quel che oggi chiamiamo Iran.
Lui si toglie le scarpe e poi i pantaloni. Sistema entrambi con cura sullo scoglio. Non ha nient'altro. Rimane nudo e va ad immergersi in acqua. Proprio davanti agli scogli. Aveva imbarazzo a farlo davanti ad Elisa. Ma esattamente come ha fatto lei qualche metro più giù, si immerge anche lui poco oltre la riva a farsi sballottare dalle onde. Non ha grande confidenza con l'acqua o forse è solo molto stanco. O forse è debole. Forse non sa nuotare e chissà com'è per lui vedere quel mare. Chissà che sensazione è stata immergercisi quando è arrivato qui. Chissà che strada ha fatto per arrivarci. Qui dove siamo. In un'isola in mezzo al Mediterraneo, su una spiaggia lontana da tutto, che per arrivarci attraversi un paesaggio che se non fosse per gli ulivi parrebbe il Messico. Sotto agli scogli di Triopetra, a fare il bagno nel mar Libico.
Quando arriva qualche onda più forte delle altre, smanaccia frenetico a cercare la battigia. Non sorride mai, rimane serio. Lo sguardo distante. Lo scuro della pelle tra l'azzurro dell'acqua e il bianco della spuma, sotto il sole a picco delle due del pomeriggio.
Cavolo se ha i capelli stoppacciosi. Anche quando l'acqua gli bagna la testa loro non si scompongono più di tanto. Neri, asciutti di polvere. Ha la piega nel mezzo e lì gli rimane. Impermeabile, inscalfibile.
Poi esce dall'acqua, mi passa davanti e gira dietro gli scogli, infilandosi in una di quelle grotte umide che odorano di marcio. Quelle grotte sono uguali più o meno ovunque. Ci si accumulano alghe, lattine, pisciate, preservativi e altri avanzi d'estate. Eppure quando le vedi, da lontano, sembrano sempre luoghi affascinanti, poi t'affacci, senti la sabbia umidiccia sotto i piedi, annusi lo stantio di salmastro rappreso e te ne allontani.
Lui fruga là dentro e dopo un po' se ne esce portando sottobraccio un tappetino di plastica, di quelli da yoga. Mi ripassa davanti e si arrampica su uno scoglio, ci stende sopra il tappetino, lui sopra a quello e rimane lì ad asciugarsi.
Il silenzio è rotto all'improvviso da un rumore che parte lontano, si avvicina, sparisce. Non è Leopardi, non è Battiato. È un aereo militare che vola sopra di noi verso sud. Verso la Libia, che è lì a due passi e lì a due passi è sempre stata anche prima di Gheddafi, o chissà dove.
Elisa esce dall'acqua e viene verso di me, lui si riveste, la coppia di russi finisce la birra e parte in esplorazione dei tre scogli di Triopetra dove prima era la famiglia di tuffatori. Come se il passaggio del jet avesse smosso tutti dal proprio torpore.
Io tiro fuori una susina, la offro ad Elisa che non la vuole, e così la mangio io. Mentre mastico e guardo davanto a me sento la voce di Elisa. Ha visto quel ragazzo e ora anche lei guarda davanti a sè. "Che mondo di merda". Non aggiunge altro. La guardo, bellissima sotto il sole. E non aggiungo nulla nemmeno io.
Nei film western, almeno fino agli anni 70, ad interpretare i pellerossa erano attori americani, con aiuto di fard e ombretto, o messicani. Anche in Soldato Blu, passato alla storia come un film rivoluzionario, in cui per la prima volta sono i bianchi ad essere cattivi, i cheyenne vengono in realtà da Città del Messico. Nessuno aveva da ridire. E, immagino, nemmeno io o voi lo avremmo avuto.
Ci penso in silenzio. L'unico rumore è quello delle onde. E vorrei offrire la mia altra susina anche a lui. Ma non riesco ad incrociare il suo sguardo. Nemmeno quando, rivestito e col tappetino sottobraccio, ci passa davanti per tornare nella grotta e sdraiarsi a riposare.
E' caldo. La coppia russa si è già stancata di esplorare gli scogli e s'è rimessa a prendere il sole. Io ed Elisa ci rivestiamo. Raccogliamo le nostre cose, sacchetti di tela e asciugamani in spalla, facciamo per andare alla macchina. Elisa mi precede, io mi fermo e le dico
"Aspetta,voglio lasciargli almeno questa susina, tanto a te non va, vero?"
Si ferma, si gira e mi guarda.
"Ok, ma lo vedi che sta dormendo?"
"Gliela posso lasciare lì davanti all'ingresso della grotta". Anche perchè non ho voglia di entrare là dentro. Ma questa parte la tengo per me.
"Sei sicuro? Guarda che se la mangiano loro!". Dice sorridendo e indicando la coppia di russi.
"Non credo Eli, a meno di non mettere a questa susina un'etichetta che dice che costa 200 euro".
Elisa sorride, si gira e si avvia.
Io mi fermo davanti all'ingresso della grotta. Pulisco la susina e la appoggio su un sasso. Lascio lì la mia offerta alla creatura della grotta. Mi viene da sorridere a pensare a quel gesto.
Non saprei dire se pagano o cristiano. E forse nemmeno voi. Perchè in fondo non importa.


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Oggigiorno tutti hanno spirito. Dovunque si va non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti. E' divenuta una vera peste.
Oscar Wilde

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