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14 novembre 2013
[dal Corriere Fiorentino] Petti gonfi e PSE
Caro Direttore,
ho letto con interesse l’analisi di David Allegranti sul rinnovato dibattito in seno al Pd riguardante l’adesione o meno al Pse: il Partito dei Socialisti Europei per chi non lo sapesse. E credo siano parecchi a non saperlo. Del tutto legittimamente. Ai tempi della mia giovanile militanza in un partito che aderiva al Pse, unico in Italia, mi divertivo sovente ad irritare i miei più pomposi compagni, che gonfiavano un petto da 1% scarso dei consensi con il richiamo alla grande famiglia europea dei socialisti, facendo loro presente che io, piuttosto che andare a rompere l’anima alla gente in nome del Pse, l’avrei fatto più volentieri in nome di Geova. Con la fondata convinzione che avrei pure trovato maggiore riscontro di pubblico. Perché il dibattito sull’adesione a questo o quel partito europeo è, alla meglio, un dibattito fumoso, ad uso e consumo, solitamente strumentale, di pezzi di ceto politico o di supposti intellettuali più o meno organici. Intanto riguarda quelli che, lungi dall’essere partiti federali sono semplici rappresentanze di gruppi parlamentari del Parlamento meno rappresentativo che si conosca in Occidente, il Parlamento Europeo. In seconda battuta i gruppi parlamentari europei sono storicamente abitati da persone che vengono dalle tradizioni più disparate e spesso incoerenti con gli approdi (basti pensare che l’europarlamentare Giulietto Chiesa per un periodo fu addirittura iscritto al gruppo dei Liberali e Democratici!). Anche quelli che oggi si chiamano genericamente socialisti possono essere molto variegati. Non pochi sono figli della sparizione forzata di partiti comunisti dell’Europa Orientale e non è che abbiano posizioni e formazioni culturali perfettamente sovrapponibili a quelle dei laburisti inglesi o dei socialdemocratici svedesi. A questo obiezione vi risponderanno che la diversità è una ricchezza ed è tipica dei grandi partiti. Vero. Ma dei grandi partiti nazionali del ‘900. Oggi sarebbe bello avere invece dei partiti federali o transnazionali, che possano anticipare la formazione di una patria europea, invece che limitarsi a riproporci un’Europa delle patrie. Ma non sarà certo con dibattiti strumentali sul Pse che li avremo. Anzi! Ridurre il dibattito sulla rappresentanza dei cittadini nelle istituzioni europee ad una disputa strumentale sull’adesione o meno al gruppo socialista del Parlamento Europeo è piuttosto avvilente. Del Pse ricordo semmai, con piacere, l’Ecosy, la Federazione dei Giovani Socialisti Europei, e i racconti (solo quelli s’intende) sulle virtù delle compagne scandinave. Il resto, francamente, era noia.
Cordiali saluti,
Tommaso Ciuffoletti

dal Corriere Fiorentino di giovedì 14 novembre
politica interna
7 maggio 2010
[dal Corriere Fiorentino] Sinistra e lavoro. La sfida persa. Se Giugni e Biagi li prende il PdL
“Da Gino Giugni a Marco Biagi” è il titolo del convegno organizzato dall’associazione universitaria Studenti per la Libertà e tenutosi ieri, 5 maggio proprio all’Università di Firenze, sul cui volantino di presentazione la mano di uno scemo da guerra in tempo di pace ha marcato il simbolo delle Brigate Rosse e la scritta “non pedala più”.

La cosa che salta agli occhi, innanzitutto, è che un convegno promosso da un’organizzazione studentesca di centrodestra riporti i nomi di due giuslavoristi socialisti, uomini di sinistra. Di una sinistra moderna, innovatrice e riformatrice. Gino Giugni, scomparso lo scorso ottobre, è considerato il padre dello Statuto dei lavoratori, per partecipare alla stesura del quale venne scelto, lui giovane professore universitario, da un altro grande socialista Giacomo Brodolini. Incontrò le Br nel 1983. Venne gambizzato dai criminali terroristi in nome della strategia che preferiva l’attacco ai cervelli, piuttosto che al cuore dello Stato. La stessa vigliacca logica che portò dei nuovi soldatini brigatisti ad assassinare Marco Biagi il 19 marzo 2002 mentre tornava a casa in bicicletta. Quell’assassinio venne firmato con lo stesso simbolo scarabocchiato sul volantino del convegno del 5 maggio: una stella a 5 punte. Simbolo, evidentemente ancora in voga, di un militarismo bieco e vigliacco. Il fatto che ci sia chi oggi lo usa per rivendicare la propria imbecillità inquieta per il riferimento alla violenza cui esso inneggia. E su questo ogni altra considerazione spetta alla Digos più che ad altri.


Quanto di politico c’è da considerare in questa vicenda sta invece nel riferimento ai nomi di Gino Giugni e di Marco Biagi, riportati per annunciare il convegno promosso da un’organizzazione studentesca di centrodestra. E’ vero che il sottotitolo del convegno riportava un interrogativo aperto e forse un po’ ambiguo, “40 anni da riscrivere?”, ma è comunque difficile non considerare come la sinistra sul tema del lavoro abbia rinunciato ad accettare la sfida della modernità, rinnegando così non solo la propria storia e i nomi di uomini che quella storia hanno costruito, ma tenendo in disparte ancora oggi il lavoro e le idee di persone come Pietro Ichino che invece quella storia proseguono e che per questo, non a caso, vivono sotto scorta. La retorica del combattere il precariato, invece di garantire i precari, chiedendo l’applicazione completa di quanto, ad esempio, la seconda parte del libro Bianco di Marco Biagi proponeva, è un esempio lampante di questa sfida mancata. Così come lo è l’incaponirsi nel voler difendere il posto di lavoro anche nei casi in cui ciò è palesemente impossibile o addirittura dannoso per i lavoratori stessi, piuttosto che sostenere quei lavoratori nel qualificarsi per poterne trovare uno nuovo, di lavoro.


Su questa rinuncia il centrodestra ha avuto gioco facile a raccogliere una bandiera che, quasi sempre, è stata solo sventolata con piglio propagandistico e senza il coraggio necessario a trasformarla in riforme compiute. Tuttavia questo non può nascondere che se oggi la Cgil è un sindacato a maggioranza di pensionati e se a sinistra si fatica a trovare parole d’ordine convincenti sul tema del lavoro, forse qualcosa da rivedere c'è, eccome.


dal
Corriere Fiorentino di giovedì 6 maggio
politica interna
25 gennaio 2010
[Da Il Corriere Fiorentino] Quella socialista è un'identità emotiva
Quella socialista è oggi una comunità dispersa. Eppure per la gran parte è connotata da una forte identità emotiva. Questa, si badi bene, è cosa diversa dall'identità politica e ci spiega quanto inutile sia perder tempo in sterili discussioni su dove stiano oggi i socialisti, se a destra o a sinistra. Certo molto del voto che fu del Psi di Craxi oggi si esprime a favore del centrodestra, ma il parallelo fra il fu segretario socialista e Berlusconi non regge. E' vero che i nemici del Berlusconi di oggi sono, per la gran parte, gli stessi che furono nemici di Craxi. Ma le analogie politiche non vanno molto oltre e non sono sufficienti a dar forza a tesi, dall'una o dall'altra parte, che sostengano un vero parallelo fra i due.

L'identità emotiva dei socialisti italiani di oggi sta nell'aver attraversato come comunità un evento tragico quale fu Mani Pulite. Tragico per questo paese, che ancora oggi ne paga il prezzo, e tragico per i socialisti perché furono obiettivo privilegiato non solo e non tanto del dispiegarsi di aberrazioni giudiziarie, come il ritenere la carcerazione preventiva un metodo d'indagine, ma di una e vera e propria campagna di violenza civile (semmai la violenza possa dirsi tale). Io ero poco più che un bambino, ma conservo un ricordo vivido di quando si scatenò la caccia al socialista (e se qualcuno ha da ridire sul termine, me ne trovi uno più adatto). L'esser conosciuto come socialista era una colpa da scontare ricevendo, e guai a lagnarsene, ogni possibile sorta di pubblico insulto. Questi ricordi son patrimonio d'esperienza di cui non mi vergogno, ma che anzi conservo con attenzione. Hanno contribuito, tra le altre cose, a vaccinarmi dalla retorica del moralismo militante, dall'ansia manettara dei tribuni della plebe, dalle tentazioni infami dello sciacallaggio.

Questo mi rende partecipe dell'identità emotiva socialista. C'è poi chi vi si è abbandonato fino a rimanerne oppresso per la vita. E non mi sento di giudicare nessuno per questo. Ciascuno ha le proprie fragilità e a volte, di fronte alla meschinità della violenza, anche le tempre più forti si piegano. Tradurre in coscienza politica quell'identità emotiva è però quasi un dovere per chi ha 30 anni e non può certo annodarsi su quel passato. Nel farlo, che non significa necessariamente far politica attiva, tengo piuttosto presenti le lezioni di Salvemini, dei fratelli Rosselli, di Ernesto Rossi fino a quelle di Craxi. E dovessi riassumerle con una sola frase, sceglierei quella di Guido Calogero: “la libertà che si deve amare è la libertà dell'altro”.

P.S _ Nel decennale della morte di Craxi, mentre leggevamo le parole del Presidente della Repubblica indirizzate alla sua famiglia, le agenzie davano notizia di un gruppo di appartenenti al “popolo viola” (non quello della Fiorentina! quello del No-B-Day) che per celebrare la ricorrenza improvvisavano un lancio di monetine davanti all'hotel Raphael. Ho provato a visualizzare la scena. Triste e grottesca allo stesso tempo. Una strada attraversata da romani, forse qualche turista e delle persone eccitate che tirano delle monetine al niente. Più che il fantasma di Craxi, è quello dell'imbarbarimento che sarebbe ora di mettersi alle spalle.

Tommaso Ciuffoletti

dal Corriere Fiorentino di Sabato 23 Gennaio
politica interna
10 ottobre 2009
[Socialisti e post-socialisti] Una classe politica buona, ma sterile
. dal Corriere Fiorentino di martedì 6 ottobre 2009

Caro Direttore,

ho letto sabato le due interviste, a Spini e Nencini, sul “caso” socialista realizzate dal suo giornale. Scherzi dell'impaginazione, sopra quelle interviste campeggiava la foto di un altro importante socialista toscano, Alberto Magnolfi, ora consigliere regionale del PdL. Nell'articolo che stava sopra il pezzo dedicato a Magnolfi leggevo poi che un altro socialista è tra i papabili candidati alla segreteria del Partito Democratico fiorentino. Basterebbe ricordare poi che il consigliere più votato in assoluto a Firenze è stato Eugenio Giani per chiudere un divertente cerchio di ricordi.
Il socialismo toscano e fiorentino ha prodotto buona classe dirigente. Questo mi sembra un dato di fatto. A Nencini riconosco di essere l'unico che ancora cerca di tenere alto un nome nelle forme organizzate di un partito, per quanto piccolo. Valdo Spini dovrebbe essere più rispettoso di questo tentativo, considerato che la buona percentuale di voti che ha ottenuto alle ultime elezioni comunali è tuttavia inferiore al numero di trasmutazioni politiche da lui operate nel corso della sua lunghissima carriera.
Il problema è che quella classe dirigente, cresciuta in vario modo alla scuola dell'unico partito della sinistra italiana capace di farsi vera forza di governo, mi riferisco al Psi di Craxi, ha poi dovuto lottare duramente per sopravvivere al periodo in cui essere socialista era una colpa a prescindere. Per quanto all'epoca non fossi nemmeno adolescente ho ricordi forti di quell'infame periodo. So che chi vi è passato attraverso ha dovuto misurare, in alcuni casi tragicamente, non solo la propria tempra politica, ma anche quella umana.
Proprio perché conscio di ciò sospendo il giudizio su chi ha saputo dare più dignitosa prova di sé. Tuttavia una cosa accomuna tutti coloro che rappresentano gli epigoni di quella classe dirigente: nessuno di loro ha saputo costruirne di nuova. Nessuno di loro, ad oggi, ha avuto fino in fondo il coraggio di andare oltre se stesso. Una classe dirigente buona, dunque, ma sterile. E forse non poteva essere altrimenti.
Cordiali saluti,
Tommaso Ciuffoletti

P.S _ Quanto alle becere battute su socialisti e poltrone del consigliere verde Roggiolani credo che lo stesso Roggiolani sappia bene che il poltronismo non è esclusiva socialista. Ad ogni modo, io, socialista, di recente mi sono dimesso e licenziato per ragioni di coerenza politica. Due poltrone in un colpo solo. Come Fiorentina-Liverpool, due a zero e palla al centro egregio Roggiolani.
politica interna
30 luglio 2008
[Lettere al Riformista] NonSoloRicordi dal caso Del Turco


Caro Direttore,

credo che il caso Del Turco ponga questioni che vanno certamente oltre le rivendicazioni "made in ex-PSI". Detto questo, però, non credo ci si debba sentire in dovere di vergognarsi della propria storia.
Dico "della propria storia" anche se io all'epoca di Tangentopoli ero poco più che nell'età dell'incoscienza. Eppure ho un ricordo vivido delle amarezze che allora ebbe a provare mio padre, il quale non era più iscritto al PSI dalla metà degli anni '80, quando rispedì al mittente la tessera che gli recapitava regolarmente la federazione di Firenze, accompagnandola ad una lettera sdegnata per i modi in cui veniva gestito il partito da queste parti.
Quando però si scatenò la "caccia al socialista" - e se qualcuno ha da ridire sull'uso di questo termine, me ne trovi uno più adatto - egli, ordinario per concorso e non per anzianità, divenne il professore socialista a cui tributare ogni sorta d'insulto pubblico. Perchè ero piccolo, ma non scemo o analfabeta, quando lo andavo a trovare in dipartimento e vedevo sui muri scritte come "Ciuffoletti piduista".
Se si vuole si può dire che con questi argomenti non si fa politica oggi. Se mi è permesso, però, niente mi leva dalla testa che il ricordo di quel clima è un patrimonio di esperienza diretta di cui non ho intenzione di vergognarmi. Così come trovo non ci sia niente da nascondere, nemmeno in nome del tatticismo, se nel rivendicare le ragioni di una giustizia giusta lo si fa con un piglio più netto dei tanti tentennamenti timorosi dei - presunti - dirigenti del PD.
La grande truffa della questione morale ad uso e consumo di una parte, anzi, di un partito politico va bene per un'Italia in cui la corruzione continua ad essere endemica. La grande truffa dell'indipendenza della magistratura dalla politica va bene per un paese che finge di non sapere che gli organi di autogoverno della stessa magistratura sono organizzati per correnti politiche.
E se da socialista e da liberale dico queste semplici cose non provo nessuna vergogna o timore.
Non solo, ma fu proprio con Tangentopoli che venne elevato a sistema e messo in pratica il folle disegno della para-democrazia senza partiti. E chi oggi si lamenta dell'antipolitica crescente - a partire dal Baffetto - lo fa senza mai considerare dov'è che si è cominciato ad alimentare con tanto ricca sostanza quella tigre che sempre qualcuno è pronto a cavalcare.
Ci si può limitare a considerare le bischerate di Travaglio, ma serve a poco se non si ha il coraggio di fare i conti con la storia recente di questo paese.
Cercare oggi di ricostruire il ruolo e la funzione dei partiti come primo argine di autocontrollo sulla gestione della cosa pubblica è impresa improba. E' letteralmente impossibile per chi la voglia affrontare eludendo la riflessione sulle cause originarie di tale rinnovato e sempre strisciante sentimento.
Cordiali saluti,
Tommaso Ciuffoletti - Firenze
9 aprile 2008
[Mani Pilate] Il debito di Veltroni con Di Pietro


Dire che Veltroni aveva un debito verso Di Pietro fa indignare alcuni. Non ce n'è ragione, perché si tratta di una verità storica. Senza gli effetti politici di Mani Pulite i dirigenti di quel Partito che si chiamava Comunista Italiano avrebbero dovuto fare conti ben più onesti, ma anche più salati, con una ragione politica che era uscita sconfitta dal confronto con la storia. Mani Pulite invece offrì l'occasione per evitare quella necessaria revisione, facendo così molto male alla sinistra italiana, non solo al Partito Socialista Italiano.
Fece altresì del bene giusto ad un gruppo dirigente che è rimasto sostanzialmente invariato, passando indenne attraverso cambi di sigle - Pci, Pds, Ds ed oggi Partito Democratico - senza mai rivedere fino in fondo le proprie ragioni e la propria prassi politica. Un gruppo dirigente di cui fa parte (e faceva parte anche senza mai essere stato comunista) Walter Veltroni. L'alleanza con Di Pietro ed il rifiuto dei socialisti è coerente con questa storia. Una storia che non è la mia, né quella di chi utilmente voterà Partito Socialista.
CULTURA
11 febbraio 2008
[# 9] Labouratorio non si fa assorbire


Labouratorio non si fa assorbire. Gli altri facciano quello che credono. Noi non ne abbiamo bisogno.
Noi eravamo socialisti e democratici per la libertà nel 1956 a Budapest, noi eravamo socialisti e democratici per la libertà nel 1968 a Praga. Noi abbiamo avuto la Fortuna di essere radicalmente socialisti e democratici nei Settanta e non rinneghiamo niente delle battaglie culturali e democratiche degli Ottanta.
Noi siamo già stati umiliati e offesi, non democraticamente, nei Novanta, ma non per questo moriremo oggi con la schiena piegata.
Radicali e socialisti. Perché siamo tanto invisi al buon Walter? Non è il nostro “laicismo”, quella è una scusa che vale per i titoli dei giornali e per dare soddisfazione alle parti più clericali del PD.
La verità è che noi rappresentiamo quella possibilità che Walter deve negare, quella storia che deve essere cancellata, quel retaggio da dimenticare. Dobbiamo essere cancellati perché siamo la prova che quanto di moderno c’era a sinistra non stava nelle identità negate del PD.
Stava invece in storie politiche che ancora potrebbero essere attuali senza bisogno di negare se stesse. Smontando quindi alla base l’assunto di fondo del PD, ovvero che sia necessario disfarsi di del “vecchio”, in nome di un “nuovo” … che poi sai che gran nuovo il Walter!
Cerchiamo piuttosto proposte scellerate, pazze, suicide. Vogliamo l’orgoglio dell’essere socialisti, vogliamo la lotta dell’essere radicali, vogliamo il rigore dell’essere liberali e la laicità che l’essere liberali comporta.
Ma non ci facciamo illusioni. Ci guida chi è stato finora pavido, ci risponde chi ormai parla da solo alla radio (anche se almeno lotta).
Facciano quello che credono, se ci credono. Noi non ci facciamo assorbire.
politica interna
3 ottobre 2007
[Oggi - 82 anni fa] Ricordo di Gaetano Pilati
Firenze, notte fra il 3 e il 4 ottobre del 1925, tre sicari del console fascista Tamburini, aggrediscono nel suo letto Gaetano Pilati, figura popolare e brillante del socialismo fiorentino. Di lui, Gaetano Salvemini scrisse: "L'uomo certamente più notevole, per intelligenza e carattere era Gaetano Pilati. Aveva cominciato la vita dalla cazzuola ... quando andava a Roma per le sedute parlamentari, neppure desinava in trattoria: comprava in rosticceria un pò di frittura, che mangiava in piedi, come quand'era muratore ... La probità e competenza gli avevano assicurato la fiducia  delle banche, e costruiva interi blocchi di case".

Pilati cercò di resistere ai fascisti, difendendo sè e la moglie fino allo stremo. Morì il 7 ottobre 1925 dopo una lunga agonia. Il suo corpo fu prontamente caricato su un camion dei carabinieri e portato di gran fretta al cimitero perchè fosse seppellito senza la celebrazione dei funerali. I fascisti temevano infatti che le celebrazioni funebri avrebbero potuto essere occasione di forti proteste popolari.

Ma le infamie fasciste non erano finite. Il processo ai tre assassini si svolse a Chieti nel maggio del 1927. Si cercò in tutti i modi d'impedire alla vedova di presentarsi parte civile e di testimoniare in aula, prima frapponendo ostacoli procedurali poi ricorrendo direttamente alle minacce a lei e ai figli. Nonostante questo Amedea (così si chiama la moglie di Pilati) volle testimoniare ed in aula indicò gli assassini del marito: il gesto (più volte ricordato da Salvemini e portato ad esempio) non impedì ai magistrati fascisti di assolvere tutti i colpevoli.

Fonte: F. Andreucci e T. Detti, "Il Movimento Operaio Italiano", dizionario biografico, vol. 4, O-S, Editori Riuniti, Roma, 1978

Per leggere di più sulla vita estremamente interessante di Pilati, imprenditore ed innovatore nel settore delle costruzioni, cooperatore e socialista, potete guardare questa pagina della Fondazione Turati: http://www.pertini.it/turati/a_pilati.html


politica interna
3 luglio 2007
[Radicalia] Intervista a Massimo Bordin - Capitolo III

RADICALIA - da Padova a Riccione verso la Rosa nel Pugno
(Terzo capitolo dell'intervista a Massimo Bordin
qua il primo capitolo
qua il secondo capitolo )

Più avanti anche la sua storia diventa storia radicale.

Beh .. diventa storia radicale, perché a me il Pci non è mai piaciuto. Questo primo maggio, ad esempio, sono andato a Barcellona a vedere la manifestazione della Cnt (Confederaciòn Nacional del Trabajo ndInoz), che tra l’altro mi ha molto deluso … ma in fondo credo che il movimento comunista, non solo quello russo, ma anche quello europeo, si sia macchiato di crimini gravi! Nei confronti anche della sinistra!
Li ho sempre visti, quindi, un po’ come il nemico. E’ una posizione la mia, che poi deve trovare la mediazione con la politica, che è una cosa diversa. Ma quella è stata la loro connotazione in alcuni snodi fondamentali della storia europea; in Germania per un verso, in Spagna per un altro, in quegli anni decisivi. Sono quelli che fanno l’alleanza coi nazisti contro i socialdemocratici, sono quelli che ammazzano gli anarchici trotskisti e … no  … non mi sono mai stati simpatici …

Sono quelli che anche durante la lotta di liberazione, in Italia, con le brigate Garibaldi, le brigate azioniste …

Per carità! Sì! Li però la cosa è un po’ più complicata .. però è vero che è così, sì.

Tra l’altro questa notazione mi dà lo spunto per chiederle un suo parere su chi ha commentato la manifestazione di piazza Navona per l’orgoglio laico, come una manifestazione di “frontismo laico”; in cui il rischio era quello di vedere la piazza dominata dalle ragioni della laicità dell’estrema sinistra.

Ho capito, ma come dice Alice: il problema è chi comanda! Cioè, insomma, Mitterand ha portato i comunisti al governo, però li ha soffocati in un abbraccio mortale, che oggi li vede come forza marginale inferiore alla IV Internazionale, questa è la verità! Quindi, voglio chiederle: non era un’operazione frontista quella di Mitterand? Beh da questo punto di vista sì, lo era. E poi era il partito di Marchais (Georges Marchais) non era certo ai minimi storici di oggi. Però la linea politica di quell’operazione frontista di Mitterand era intelligente, acuta: è riuscito ad avere l’egemonia. Così come in piazza Navona … certo … c’era pure uno con la maglietta con su scritto “ha da venì baffone” .. però, diciamo così, non dava l’imprinting alla manifestazione. Il problema è tutto lì!
Ed è cosa diversa, ad esempio, dal frontismo della sinistra democristiana che partecipava alle manifestazioni antifasciste, in occasioni canoniche, negli anni ’70, perché lì, in effetti, l’imprinting lo dava il Pci.

Concordo in pieno. La sua storia che diventa storia radicale, però, ci porta a trattare dell’attualità del soggetto politico Radicali Italiani, che, a detta di molti, ed è anche la mia modesta opinione, è in una fase di difficoltà. Di difficoltà strategica, ma anche di difficoltà interna. Lei come giudica questa fase della vita politica di Radicali Italiani?

Ma, non lo so. Vede, dopo i miei trascorsi politici io ho deciso che la politica mi piaceva, sì, però era meglio guardarla. Se parlo con un amico o con un politico posso dirgli quello che penso, così come faccio con gli ascoltatori, ma non mi permetterei mai di andare, che ne so, in un mercato a dire alle signore che fanno la spesa qual è la linea politica giusta. L’ho già fatto e gli ho dato una linea politica sbagliata! (Bordin sorride divertito) E’ bene dunque che mi astenga dal rifarlo! Se tutti facessero lo stesso staremmo meglio!
Ma insomma, detto questo, Radicali Italiani ha tenuto il suo ultimo congresso a Padova … e non è stato bello, su questo non c’è dubbio. Non so se ne siamo usciti con la soluzione più forte, però adesso ci sono alcune idee forza sulle quali è bene lavorare.
A me però una cosa stupisce: la Rosa nel Pugno ha preso circa un milione di voti, che è grossomodo il triplo di quello che ha preso Mastella ed è più di quello che ha preso Antonio Di Pietro. Allora, siccome quel milione di voti è fatto di gente in carne e ossa che è andata a votare, bisognerebbe anche tenerne conto e cercare di lavorare per far vivere questa esperienza. Non credo che ci sia un settarismo Radicale, e nemmeno un settarismo socialista, è però assolutamente evidente che l’approccio alla politica è molto diverso … anche perché sennò si sarebbero trovati prima, perché poi i contatti ci sono stati anche in passato. E’ però anche vero che sono due partiti vicini, pur se lontani nelle loro radici ideologiche, e la Rosa nel Pugno è stata davvero una novità politica importante.

Ora però lei mi dà lo spunto sulla Rosa nel Pugno …


Beh piazza Navona è stata un’occasione importante, dopo tutte le incomprensioni, tutte le differenze che si erano evidenziate.
Ma vede, io parlo dell’esperienza dei Radicali, perché è quella che più seguo. Se vuole che gliela dica tutta, secondo me l’errore, se un errore c’è stato, è stato quello di fare troppo in fretta il Congresso non di Padova, ma il Congresso di Riccione, dove invece, forse, una soluzione di continuità, per esempio alla Segreteria Radicale, sarebbe stata più logica. Anche per la stessa Rosa nel Pugno. Badi bene, alla Segreteria, non poi per le candidature o altro, per carità .. Però è evidente che se un Segretario si caratterizza come uno che dice “ha fatto bene la Tatcher a spezzare la schiena ai minatori inglesi” … manco al sindacato, ma ai minatori … Eh poi io mi rendo conto che un qualche sconcerto, in una base elettorale che vede la Rosa nel Pugno come un ritorno - perché poi quello è un simbolo socialista, ma anche Radicale – un ritorno dicevo anche a quel Partito, beh .. forse lì la soluzione di continuità sarebbe stata sensata. E probabilmente non avremmo nemmeno avuto un caso Capezzone .. o forse lo avremmo avuto prima, non so dirle, però comunque sarebbe stato forse politicamente più decifrabile.

Lo Sdi però ha un corpo strano, per quanto molto esile. Nella poco esperienza che ho, ho visto che un parte della base, non so dire quanto grande, ma specie i craxiani ed alcuni giovani, vedevano in Capezzone un possibile elemento di recupero di alcuni momenti di rottura che il Psi ebbe … il referendum sulla Scala mobile ad esempio … che poteva essere credibile come alternativa forte verso una sinistra che è vissuta con un dato di certa insofferenza. D’altronde in alcuni sopravvive un antico astio mai sopito verso quelli che allora si chiamavano Pci, che oggi sono Ds e che domani saranno Partito Democratico.


Io ho capito dove mi va a parare! C’è però un aspetto che è importante; quelli che lei chiama “i craxiani” oramai sono pochissimi nello Sdi, perché sono andati quasi tutti a Forza Italia.

Verissimo.


Questo è il dato di fatto. E proprio per quella reazione che lei ha detto. Alcuni, a tutto concedere, stanno con De Michelis … ma più di tanto … E pure sui giovani ..

No ma ha ragione, ed in effetti nell’ultimo periodo mi è parso di vere un certo affievolimento d’interesse verso Capezzone, anche perché non molti sembrano disposti a seguire il percorso che sta intraprendendo.


Anche perché bisognerebbe capire dov’è che porta. Io ancora non l’ho capito .. a meno che domani Luca Cordero non dica dal palco di viale dell’Astronomia … non si può escludere niente, neanche aspettative del genere, ma io avrei i miei dubbi ..


Anche in questo sono d’accordo con lei.

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Introduzione - Buongiorno e benvenuti a Stampa e Reggime

Capitolo I
- Radio Radicale un esempio di servizio pubblico

Capitolo II - Da Trotsky a Pannella. Storia inedita del primo incontro fra Massimo e Marco

Capitolo III - Radicalia. Da Riccione a Padova verso la Rosa nel Pugno


Capitolo IV -
Riflessioni storico-politiche: costituente socialista, prospettive referendarie, l'anomalia Pci-Pds-Ds, ciò che sarà e ciò che non fu
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Oggigiorno tutti hanno spirito. Dovunque si va non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti. E' divenuta una vera peste.
Oscar Wilde

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