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CULTURA
8 novembre 2011
[Siena e il Palio] Storia dell'anima di una città
dal Corriere Fiorentino del 15 agosto 2011 (pezzo scritto su un iPhone).

Siena è Siena solo dentro le mura, fuori è al massimo "acqua calda", e dentro le mura Siena sorprende ad ogni passo per la meraviglia continua di un Medioevo ricco e affascinante. Per trovarne di paragonabili bisogna salire fino a Bruges, splendore delle Fiandre. Ma a Bruges non hanno il Palio e la differenza non è trascurabile.
In un periodo in cui fioriscono tradizioni fittizie e raffazzonamenti folclorici ad uso e consumo dei turisti, il Palio di Siena rimane fiero ad incarnare da secoli l'essenza stessa della città a cui dà vita. Perché ontologicamente il Palio viene persino prima di Siena (figuriamoci di qualche transeunte ministro della Repubblica italiana). È bene inoltre chiarire che quando si parla della passione che il Palio anima si parla di cosa completamente diversa da quella sportiva, foss'anche il viscerale fanatismo calcistico. Per chiarirci bastano le due parole che un amico senese ha pubblicato come proprio status di Facebook alla vigilia dello scorso 2 luglio. Le due parole erano semplicemente queste: È Palio. Sintesi assoluta. Essenziale e totalizzante. È Palio. Non serve spiegare oltre, inutile aggiungere altro.

In trent'anni di estati trascorse a Castiglion della Pescaia, che durante quei mesi diviene territorio senese, ho potuto fare esperienza curiosa, divertita e affascinata di cosa sia il Palio per i senesi. Il primo scoglio da superare fu però chiarire al succitato amico che io non appartenevo ad alcuna contrada. Avevamo sì e no 8 anni e alla sua domanda "di che contrada sei?" dovetti far intervenire mia madre per spiegare che no, noi le contrade a Firenze non ce l'avevamo. Lui finse di capire, ma rimase perplesso e per i giorni a seguire continuò a guardarmi con un misto di diffidenza e commiserazione.

Certo anche io lo guardavo diffidente quando dopo un acquazzone estivo lo trovavo nel giardino condominiale. In una mano un secchiello, nell'altra un grosso sasso. Raccoglieva le lumache, le chiocciole, che uscivano con l'acqua e le metteva nel secchiello. Il sasso serviva per compiere una strage. La ragione era che la sua contrada, la Tartuca, aveva per rivale proprio la contrada della Chiocciola e questa era la ragione dell'ecatombe. Il contadino che vendeva i propri ortaggi qualche metro più in giù lungo la strada gradiva certamente, ma prima che qualche ministro s'indigni provi a pensare cosa sarebbe potuto accadere se il mio amico fosse stato della Torre, la cui contrada nemica è l'Oca, oppure della Pantera, la cui contrada nemica è l'Aquila. Roba da Grand Guignol.
In spiaggia poi non esistevano le biglie dei ciclisti o dei piloti della Formula 1. Altro che Bugno o Alboreto, c'erano solo i barberi, biglie di legno (piene, mica vuote), dipinte a mano coi colori delle 17 contrade. E non si giocava con piste fatte di rampe, salti o tunnel, l'unica geometria ammessa era il trapezio che riproduceva piazza del Campo; meglio se vicino alla riva, così che la pendenza fosse la stessa dell'originale. I primi tempi non capivo quella monomania e la trovavo castrante. Ma ero l'unico fiorentino in mezzo a tanti senesi e quindi mi adeguavo. Col tempo mi son convinto che lungi dall'essere noiosa, in quella ritualità balneare si narrava la storia di mille Palii, della mitica curva di San Martino, in discesa e con quella rientranza traditrice, o di quella del Casato, da prendere di slancio per affrontare la salita. E con i barberi, che poi è il nome dei cavalli che corrono il Palio, tra quelle sponde di sabbia raffiguravamo e raccontavamo una storia ancora viva.

Mentre noi maschi giocavamo, le femmine guardavano e commentavano la corsa tra una chiacchiera e l'altra sui fatti loro. Perché effettivamente la pratica del Palio è affare da uomini, che si tratti di fantini, capitani di contrada o baldanzosi giovanotti col fazzoletto al collo. Verrebbe da consigliare alle donne senesi, compresa la divina Gianna, di non crucciarsene più di tanto. In fondo non sarà per loro gran danno se restano affar da uomini anche le tanto narrate zuffe che, a sentire i maschi senesi, trasformano le belle sere estive della città in scontri da guerrieri della notte. Fortunatamente l'esaltazione arricchisce di molto la cronaca. Anche perché altrimenti nel corso dei secoli i ripetuti scontri fratricidi e la selezione della specie che ne sarebbe seguita, avrebbero reso i senesi dei moderni spartiati. In realtà anche gli scontri tra contradaioli, che pure ci sono, sono ritualizzati e fortunatamente non troppo pericolosi. Ma questo, più che con Siena e il Palio, ha a che fare col testosterone e l'essere un pò grulli, che è cosa comune a tanti maschi a tutte le latitudini.

È invece nella ritualità che va cercato il senso vero del Palio: dalla sfilata che precede la corsa dei barberi al battesimo in contrada, dalle benedizioni equine ai balletti di nerbate e trattative tra i canapi che precedono la mossa. Il sacro e il profano che si tengono per mano in quel modo beffardo e divertito che è così tipico della toscanità. E Siena è la più toscana di tutte le città. Fiera, agiata, bellissima e provinciale. Anche più di Firenze. Con le sue istituzioni secolari, dall'Arcidiocesi all'Università (conti permettendo), dal Comune alla Massoneria. E poi il Monte dei Paschi, fondato sulla disgrazia economica dei pastori toscani dalla Val d'Orcia in giù. Pastori che oggi son quasi tutti sardi, come i più formidabili fantini dell'era moderna. Ma tutte queste istituzioni, che fra loro si tengono strette, sono parte di Siena, gli danno corpo. Ma l'anima. L'anima è quella cosa chiamata Palio.

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