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letteratura
28 marzo 2016
Antonio Leotti - Nella Valle senza nome
. Antonio Leotti
. Nella Valle senza nome - Storia tragicomica di un agricoltore
. Laterza
. 12 euro

Trovo patetici quei cittadini che, sia per vezzo o per sincera vocazione, quando sono in campagna diventano contadini d'antica saggezza, raffinata astuzia e attenta esperienza. Come incontrano un agricoltor/allevator/cacciatore indigeno con cui fare due chiacchiere, si propongono come loro fidi scudieri - scudieri retorici s'intende, ché la pratica è fatica - in cerca di una benedizione che li confermi nella loro convinzione d'essere autenticamente campagnoli, anche se momentaneamente (più o meno da quando sono nati) prestati all'urbe. E avvinti dal fascino, non già della campagna, ma del mostrarsi campagnoli, arrivano a mitizzare ogni singolo gesto, ogni parola, ogni racconto che riescono a cogliere.

A ben vedere ci sono esempi di carriere milionarie costruite da chi ha colto le potenzialità di business di questo semplice meccanismo di fascinazione. Da quella più schietta di un Dario Cecchini, giusto per fare un nome, che a Panzano vedeva gli americani arrivare in Chianti in cerca del Mulino Bianco e si occupava di dar loro tradizionalissime(!) bistecche fiorentine e gli recitava pure Dante, “Nel mezzo del cammin di nostra vita, buonasera questo è il conto”. A quella più sofisticata di Carlin Petrini, che ha sviluppato un progetto industriale e di branding di ben altre dimensioni, impatto e raffinatezza argomentativa, “buono, pulito,giusto e buonasera questo è il conto”.

Imprenditori e uomini marketing di genio ed intuito, che si son fatti d'oro grazie al fascino della raffinata autenticità campagnola.
Così è se vi pare.

Ma il marketing non è di casa dalle mie parti, che son quelle di San Giovanni delle Contee, Sovana, Sorano e dintorni. Così come non lo è in quelle – poco lontane - dove lavora Antonio Leotti: San Cascian' de'Bagni. Si tratta di terre meravigliose, ma così autenticamente povere e contadine, che la gente del posto non ha avuto nemmeno il tempo di dargli un nome in tanti secoli che c'ha abitato. La zona di San Giovanni delle Contee, così come quella di San Casciano dei Bagni, non ha esattamente un nome che la individui sulla carta geografica e nella mente di coloro a cui devi spiegare dove si trova. Non è esattamente Maremma, non è Amiata, non è certo Val d'Orcia. In poche parole non è. O meglio sarebbe: "tra le colline delle valli del Fiora". Ma quando hai finito di dirlo ti è  già venuto il sospetto che suoni come una cazzata. E di certo non funziona per vendere.

E dire che invece ci sono terre in cui il marketing del territorio ha inventato identità nel breve volgere di qualche decennio. Il caso del Chianti sta lì a testimoniarlo. Se ti battezzi, come territorio, puoi avere un brand e se hai un brand puoi venderlo. Poi non interessa a nessuno che l'Impruneta c'entri con Castelnuovo Berardenga come il cavolo a merenda; sempre di Chianti si tratta. E se ti aiutano qualche ricco imprenditore, qualche nobile che si fece manager e le istituzioni non si mettono di traverso, puoi fare di una terra povera come è sempre stata il Chianti, una miniera a cielo aperto che vale oro per ogni ettaro. Per non dire di Montalcino! Terra ancora più sperduta, ancora più povera fino a qualche decennio fa, e dove adesso, grazie ai Biondi-Santi da un lato e soprattutto agli americani di Castello Banfi, un ettaro di vigna a Brunello costa fino a 350.000 euro.

Ma qui si parla di agricoltura e non di marketing e di un libro che, a poche righe dall'inizio, lancia un appello ai giovani, che è una vera e propria sassata alla facciata linda e di cartapesta del Mulino Bianco che ci hanno venduto negli ultimi anni e che le istituzioni hanno ingessato attraverso norme pensate per curare una vetrina e non un luogo vivo e di lavoro. “Diffidate della retorica sulla campagna - scrive Leotti - soprattutto se si tratta di campagna toscana, diffidate di chi vi esorta a ritornare ai mestieri della terra. A meno che non abbiate ingenti capitali, eredità da sperperare o, al contrario, non vogliate lavorare come semplicioperai, godendo in questo caso di tutte le deliziose durezze del mestiere più bello del mondo senza troppe responsabilità, lasciate perdere. […] E fanno bene i giovani a non venirci in campagna. Cosa ci verrebbero a fare? A confrontarsi con i fatturati, davvero degradanti, che l'agricoltura è in grado di esprimere? A farsi il fegato grosso con l'arroganza dei burocrati scelti accuratamente tra le schiere dei sadici patologici? Se per caso decidete di darvi a questo mestiere, andate a trovare qualche agricoltore e per una volta, invece di soffermarvi sulla bellezza dei paesaggi, chiedete che vi mostrino i libri, la contabilità. Lì c'è la verità, tutto il resto è leggenda, mito chiacchiere”.

Antonio Leotti è mezzoromano e mezzo toscano. Erede di una famiglia di latifondisti. Il padre che fu fascista. La madre ebrea. Lui sceneggiatore, scrittore e ora anche imprenditore agricolo. Contraddizioni all'apparenza.
Come il sospetto che questo “contadino” in fondo odi quel che fa. Non è così. Ha iniziato a scrivere di sé e di agricoltura dopo aver letto un titolo di giornale che recitava “Incidente sull'Aurelia, morti tre contadini”. Morti tre contadini. Non tre persone. Un titolo, come tanti se ne leggono, che suonava sc

hiettamente classista anche se, certo, non era intenzione del titolista. Ma che gli ha fatto venire voglia di scrivere e di rivendicare con orgoglio il suo essere parte di una storia: quella di chi fa il mestiere più antico del mondo.
Che evidentemente, secondo Antonio, non è la prostituta.

Questo suo secondo libro, Nella Valle senza nome, è la continuazione ideale del precedente. Niente spazio al romanticismo, niente spazio alle illusioni. Un resoconto lucido – anche se con qualche ingenuità,come quando racconta di aver pensato di fare l'assessore a San Casciano – di come l'agricoltura imprenditoriale stia morendo soffocata dalla burocrazia da un lato, e dal marketing facilone dall'altro. Che a ben vedere la burocrazia è un ostacolo stupido. Il marketing è invece una soluzione efficace, ma molto settoriale ed elitaria, che può riguardare un massimo già saturo di territori. Non offre dunque soluzioni per tutti.
Tuttavia tanto la retorica del marketing del territorio, quanto l'ottusità dei burocrati, si trovano alleati nel promuovere una politica ingessante per la campagna vetrina. Ferma, immobile, pettinata. Un aspetto che può certo essere complementare a quello agricolo, ma che non può esaurirlo. Ed è questo che Leotti cerca di spiegare. Ed è questo a cui cerca di opporsi.

Un piccolo libro, molto prezioso, perché è la cronaca di un resistente. Che combatte nemici più grandi e forti di lui.

politica interna
10 giugno 2013
[dal Corriere Fiorentino] Padroni e politica
«Le parole sono importanti» urlava Nanni Moretti dando in escandescenze in una celebre scena di Palombella rossa. Non molto più tranquillo era l'Enrico Rossi che mercoledì, al culmine di un'assemblea con i lavoratori e le lavoratrici della fabbrica tessile ex Mabro di Grosseto, di parole ne ha ripetuta, urlando, una in particolare: «Padroni». Intendendo riferirsi a quelli che, in altri contesti, lui stesso è solito chiamare imprenditori.

La scelta di questa parola ad un'assemblea di lavoratori che non hanno più uno stipendio è stato una sorta di rifugio nella vecchia, rassicurante retorica del conflitto di classe. Ma non solo, perché Rossi ha voluto calcare la mano nell'accusare chi non ha saputo dare copertura alle promesse, per quanto caute, che lui stesso aveva fatto a quei lavoratori sulle prospettive di salvataggio dell'azienda. Di fronte a quei lavoratori che si sono sentiti traditi in primis proprio da Rossi, il governatore ha risposto ponendo una domanda non banale: è forse compito del Presidente «trovà padroni»?.

Il compito della politica può anche essere quello di provare a dare una mano per aiutare a risolvere crisi. Ma è un compito eccezionale e delicato. Dove fare promesse diventa impegnativo anche usando cautele. Mentre il compito quotidiano della politica sarebbe quello di costruire un ambiente favorevole all'impresa e al lavoro, perché le due cose non sono in conflitto. Altro che retorica del conflitto di classe. Meno tasse sul lavoro così come sulle imprese (e Rossi dovrebbe sapere che l'Irap che pagano i padroni copre il 40% della spesa sanitaria nazionale), meno burocrazia, meno incertezze legate all'amministrazione della giustizia.

In questo senso si può anche prendere per buona la critica che Rossi ha aggiunto, a seguito della sua sfuriata, sull'eccesso di rendita che c'è in Toscana. La scelta della rendita è in parte sicuramente dovuta a certe disfunzioni del capitalismo di relazione all'italiana, in cui però la politica ha avuto ed ha un ruolo centrale (basti pensare alle privatizzazioni degli anni Novanta, per non andare troppo indietro). Per altra parte è dovuta invece proprio alle difficoltà eccessive che si trova davanti chi vuole fare impresa in questo Paese.

Se il governatore vuole salvare posti di lavoro e combattere la rendita aiuti l'impresa. E, perché no?, anche nella scelta delle parole. Che sono importanti.

dal Corriere Fiorentino di sabato 8 giugno
ECONOMIA
31 gennaio 2013
[dal Corriere Fiorentino] Politica economica all'italiana
L’idea di venire sbranati come piccoli porcellini non è delle più allettanti. Tuttavia si potrà prendere qualche spunto dalla vicenda Mps per tirare il filo dei delicati rapporti tra la politica e le attività economiche, finanziarie e anche sociali di questo paese.

Più che alla politica ci si potrebbe correttamente riferire al sistema dei partiti. Quelli della cosiddetta Prima Repubblica furono sistema e partiti in modo storicamente strutturato e definito, quelli della Seconda lo sono in modo spesso meno evidente a tratti un po’ più litigioso, ma altrettanto pervasivo. La lottizzazione della televisione di Stato è una perfetta cartina tornasole per chiarirsi il modo in cui questo sistema ha operato e continua ad operare. Un tempo si dava per assodato che alla Dc, al Psi insieme agli altri partiti laici e al Pci spettassero, per uno strano e malinteso diritto di rappresentanza della società, un canale televisivo nazionale ciascuno. Oggi, secondo logiche sempre da ridefinire, si misurano tanto nei palinsesti, quanto nelle liti rumorose e negli accordi silenziosi in Commissione di Vigilanza Rai, le mutevoli propensioni a fare sistema dei nuovi partiti.

E’ forse l’aspetto più evidente di come la cosiddetta Casta non sia semplicemente il fortino romano in cui sono rinchiusi pochi privilegiati. Anche perché se così fosse sarebbe difficile spiegarsi come riesca quel fortino a resistere ad un presunto assedio dell’opinione pubblica che dura ormai da anni senza aver ottenuto risultati di rilievo.
La Casta sovrintende, grazie all’eccessiva e dispendiosa pervasività di uno Stato che di tutto si occupa meno che di fare lo Stato, ad un’abnorme quantità di aspetti della vita economica e sociale di questo paese. Non solo, ma spesso e volentieri esattamente laddove il ruolo dello Stato come arbitro e regolatore di ambiti economici che devono vivere di regole certe e concorrenza sarebbe viepiù decisivo, l’influenza del sistema dei partiti riesce a farsi sentire. Non per regolare, nel senso di porre le giuste regole entro cui far svolgere il gioco del mercato, come sarebbe corretto, ma a regolare in chiave spartitoria i privilegi di mercati asserviti alla logica perversa del capitalismo di relazione, dove non conta chi eccelle nel fare qualcosa, ma vince chi è più bravo ad ottenere appoggi e coperture.

E’ un sistema che ha retto questo paese per tanto tempo. Ma ci consegna un’eredità poco gloriosa. Il dramma è che ancora oggi le poche voci liberali che riescono a levarsi sono spesso ultraminoritarie.

_____ perdonate la lunghezza dei periodi. Ero molto stanco quando ho scritto il pezzo
politica interna
10 febbraio 2010
[Dal Corriere Fiorentino] Non andrò a votare perchè amo la politica
Caro Direttore,
dichiarare pubblicamente la rinuncia ad esercitare il proprio diritto/dovere di voto sarebbe cosa da non fare, mai. Tuttavia è quanto ho deciso: non andrò a votare per queste elezioni. Chi non partecipa ha sempre torto, si dirà, eppure ci sono delle ragioni per questa scelta. E non sono impolitiche o antipolitiche. Tutt'altro, sono ragioni radicalmente politiche.

Quello toscano non è un modello, è piuttosto un regime. Che ha ovviamente il proprio cardine principale nel sistema di potere riferibile al centrosinistra, ma che trova decisive sponde nel centrodestra. Il tutto ai danni dei cittadini. La cronaca delle scelte riguardanti le leggi elettorali di questa regione ne è una prova lampante. Il 7 maggio 2004 fu varato il Porcellinum toscano, legge elettorale con liste bloccate, grazie(!) al voto di DS, Forza Italia e AN, più i Verdi e i socialisti dello Sdi. I più zelanti potrebbero far notare che a pochi mesi di distanza da quel 7 maggio sono state istituite le primarie per legge. Una legge originalissima, in effetti, che permette ai partiti, di fare qualcosa che non è mai stato vietato e che, per giunta, permette di farlo a carico del contribuente.

Pochi mesi fa poi, in spregio alle indicazioni dell'Unione Europea che chiedono non siano cambiate le leggi elettorali a ridosso delle elezioni, è stata introdotta la soglia di sbarramento del 4% per avere diritto alla rappresentanza all'interno del Consiglio regionale della Toscana. La nuova legge elettorale è stata approvata con 43 voti a favore, quelli di PD e PdL (e fa sorridere che la candidata presidente del PdL si dica "rivoluzionaria") con l'accompagnamento di Alleanza Federalista e dei socialisti del Partito Socialista (gli stessi dello Sdi). E così oggi si chiede ai cittadini di andare alle urne per fare qualcosa che con difficoltà può essere chiamato votare.

Votare nella Regione in cui le pagine della cronaca politico/giudiziaria degli ultimi mesi hanno raccontato come le incrostazioni di regime siano ormai profonde, alla faccia di regole e regolamenti etici. Parlo in termini politici e ricordando che la giustizia la amministrano i tribunali, che in questo paese si è innocenti fino a prova contraria e che non trovo sano che le intercettazioni sian divenute un genere giornalistico. Tuttavia non si può nascondere il dato di una filiera di potere regionale che da troppo tempo non si rinnova (anche perché pare evidente che ci sia un interesse bipartisan a lasciare la situazione immutata).

Votare in una regione impoveritasi e senza prospettive credibili di crescita e rilancio economico, e che laddove resiste alla crisi lo fa nonostante la burocrazia, non certo grazie ad essa. Un territorio la cui immagine è perfettamente inquadrata dal fatto che la prima azienda per numero di addetti della regione toscana è la Regione Toscana. Immagine che dovrebbe interrogare chi, non da anni, ma da lustri governa non solo la Regione Toscana, ma anche la regione toscana.

Fare una croce sulla scheda per contribuire a perpetuare questo regime è dunque esercizio che lascio ad altri. Io mi tengo l'amarezza.

Tommaso Ciuffoletti

da il Corriere Fiorentino di Mercoledì 10 Febbraio
SOCIETA'
2 febbraio 2009
[Burocratiche domande] Quale futuro per l'amministrazione italica?


"... Più che una "macchina", come talvolta si scrive con giornalistica approssimazione, l'amministrazione italiana appare come il riflesso speculare delle contraddizioni del nostro secolo: la crisi dei ceti medi, la questione meridionale. Una grande disgregazione sociale, nella quale i vizi del paese si riflettono con puntuale brutalità: un mondo antico, atrofizzato, abituato (come è stato scritto) ad ascoltare soltanto le voci di dentro.

C'è un posto per la burocrazia nell'Italia che è entrata in Europa e si va inoltrando negli anni Duemila? Tre milioni e mezzo di uomini e di donne (oltre quattro se consideriamo il settore pubblico allargato) costituiscono comunque una risorsa per il paese o sono piuttosto una palla al piede per il suo stesso sviluppo? Rispondere alla domanda significa anche misurarsi con la praticabilità, nell'Italia di fine secolo, di una politica efficace di riforme amministrative, che cambi le norme e le strutture, ma che soprattutto modifichi le culture degli uomini".


da "La burocrazia" di Guido Melis, Il Mulino, Bologna, 2003
LAVORO
6 giugno 2008
[Pubblica Amministrazione] Perchè a sinistra si deve raccogliere la sfida dell'efficienza


Perchè sostenere la battaglia del ministro Renato Brunetta sulla riforma della pubblica amministrazione, magari anche con piglio critico, ma condividendone lo spirito?
Per me è facile. Ho avuto l'onore di collaborare nella scorsa legislatura con Lanfranco Turci, il deputato che ha portato avanti la proposta di legge elaborata dai professori Ichino e Mattarella per l'istituzione di una Authority sul pubblico impiego.

Più in generale, però, ritengo che - specie a sinistra - sia necessario affrontare tale questione con spirito "radicalmente nuovo", a partire dal superamento di posizioni come quelle che sostengono: "la P.A. NON PUO' essere efficiente". Si tratta di un'impostazione superata da tempo.
Oltretutto - in maniera nient'affatto paradossale - la formulazione del pensiero che sta dietro a tale presa di posizione è figlia di uno dei padri del liberalismo del XX Secolo, tale Ludwig Von Mises, che nell'opera chiamato appunto "Burocrazia" scriveva:
"E' illusione diffusa che l'efficienza degli uffici governativi possa essere migliorata da esperti di management o dai loro metodi di gestione scientifica [...] Nessuna riforma può eliminare la natura burocratica dell'Amministrazione statale. E' inutile prendersela con le sue lungaggini e la sua inefficienza".

Da qui discendeva l'assunto per cui "la migliore amministrazione è nessuna amministrazione". Oggi anche il pensiero liberista che su quella matrice costruiva la propria riflessione ha cambiato per gran parte il senso della propria riflessione. E' curioso che invece quell'assunto di fondo sull'irriformabilità della burocrazia venga ripresa oggi da tutt'altra sponda!
Ma in fondo paradossale non lo è poi nemmeno troppo. Del resto è un modo di impostare la discussione che apre parecchi spiragli all'immobilismo, alla retorica del "è inutile sbattersi, tanto c'è poco da fare".
Varrebbe invece la pena considerare che le organizzazioni pubbliche spesso presentano livelli di inefficienza anche quando operano all'interno di un sistema di mercato, come dimostra l'esperienza delle imprese a partecipazione statale.

Non è nemmeno questo però, che deve essere sottolineato prioritariamente. Quel che deve essere sottolineato prioritariamente è che mentre nell'impresa privata il soggetto titolare dei diritti di controllo coincide con il soggetto che sopporta i rischi dell'impresa stessa, nelle organizzazioni pubbliche ciò non accade.
Dato per buono questo, però, si può intendere come la vera differenza - Ichino lo spiega bene, ma ci sono anche altri testi utili - tra pubblico e privato, tra Stato e mercato, non è nella natura del bene (pubblico o privato) prodotto - basti pensare ai casi di beni pubblici prodotti dal mercato e di beni privati prodotti dallo Stato - ma nell'aspetto di incentivi che caratterizza i due sistemi.

Chiedere che anche nel settore pubblico vi siano incentivi e sanzioni che responsabilizzino coloro che vi operano non è una bestemmia liberista. Tutt'altro!!!
La convinzione di fondo, infatti, non è solo che la pubblica amministrazione sia necessaria, ma che possa addirittura essere fattore di sviluppo e crescita, specie per quelle zone più disagiate, dove invece, purtroppo, la spesa pubblica e la P.A sono solo fonte di ulteriore parassitismo.
SOCIETA'
20 settembre 2007
[A sinistra] E' possibile dire che si vuol ridurre la spesa pubblica?

Oggi che la politica è sotto scacco quotidiano si è scatenata una grottesca corsa ai tagli agli sprechi. Tagli agli sprechi della politica. Una corsa grottesca. Spesso a mettersi la pettorina del centometrista del rigore sono parlamentari che stanno in Parlamento da prima che io nascessi o che magari occupano da anni una cattedra universitaria (sulla quale maturano anche una pensione che si somma a quella di parlamentare) … o magari entrambe le cose.

Una corsa grottesca, ma necessaria. Necessaria perché una politica delegittimata non ha l’autorità per proporre riforme “costose” ad un paese (non credo esistano riforme a costo zero). Il tema dei tagli degli sprechi della politica, infatti, dovrebbe legarsi a quello più generale della riduzione della spesa pubblica. Cosa che però in Italia, non va molto di moda. La destra ha dimostrato di saperne parlare tanto in campagna elettorale, ma alla prova dei fatti ha fallito totalmente. A sinistra non se può nemmeno parlare. Nel sindacato, poi, la questione è tabù insormontabile.

Eppure, se si hanno a cuore i conti dello Stato, si avrà anche il buonsenso di considerare che si deve intervenire sulla spesa se si spende più di quello che s’incassa, oppure se si spende troppo in relazione a quanto s’incassa e a quanto si spende per pagare gli interessi correnti sul debito pregresso.

Credo si possa considerare la spesa pubblica corrente la voce su cui intervenire, anche perché la spesa per investimenti pubblici (strade, ferrovie, infrastrutture sanitarie, edilizia scolastica, etc..) non rappresenta nemmeno il 10% della spesa totale. In particolare la spesa pubblica per l’acquisto di beni e servizi. Cito, per correttezza, da un agile testo del prof. Ignazio Musu (“Il debito pubblico”, Il Mulino, Bologna, 2006):

la spesa pubblica corrente per l’acquisto di beni e servizi si riferisce a quelle spese sostenendo le quali il settore pubblico acquista dei beni e dei servizi: un esempio di acquisto di beni è l’acquisto di farmaci negli ospedali o di materiale di cancelleria nelle scuole; un esempio di acquisto di servizi è il pagamento dei servizi telefonici, elettrici e di riscaldamento, nonché l’acquisto dei servizi di lavoro prestati dai dipendenti pubblici, quindi le spese per il personale (i medici del servizio sanitario nazionale, gli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado, il personale impiegato nell’ordine pubblico e nella difesa, le varie burocrazie centrali e locali, e così via). La voce principale della spesa pubblica corrente per l’acquisto di beni e servizi è costituita dalle remunerazioni del personale delle amministrazioni pubbliche.”

Facendo salve alcune categorie che hanno stipendi troppo bassi in relazione al valore del loro impiego (anche se tale valore non viene certo “valorizzato” dall’opera dei sindacati …), siamo sicuri che tra quelle remunerazioni del personale delle amministrazioni pubbliche non siano presenti tante rendite di casta su cui poter intervenire come su quelle della politica? Oltretutto non sempre è facile distinguere dove iniziano le prime e finiscono le seconde.

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Oggigiorno tutti hanno spirito. Dovunque si va non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti. E' divenuta una vera peste.
Oscar Wilde

Un grande libro

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