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4 dicembre 2013
[dal Corriere Fiorentino] Il tao e i capannoni
D ue giorni sono passati dal rogo di Prato. Due delle sette vittime sono state ad oggi identificate. Due le iniziative in loro ricordo (anche in ricordo di chi non ha ancora un nome): una, tenutasi ieri, della comunità cinese, l'altra oggi per volontà dei sindacati. Nell'intervista rilasciata ieri a Jacopo Storni sul Corriere Fiorentino da Matteo Ye, oggi intermediario culturale a Prato, si racconta che: «I lavoratori di queste fabbriche sono immigrati che provengono da zone della Cina profondamente povere (…) e fanno l'impossibile pur di guadagnare. Sono consapevoli di quello che fanno e lo decidono senza essere costretti da nessuno».
È una lettura della vicenda che rappresenta l'immagine che una comunità intende dare di sé. Ed è senza dubbio vero (anche se il concetto di verità va sempre usato con cautela) che la molla scattata 40 anni fa al grido di «arricchirsi è glorioso» è stata potentissima. Ed è altrettanto vero che le famiglie che ambiscono a cogliere i frutti della crescita economica scommettono tutto sui destini di chi arriva qua per arricchirsi.
Anche per questo è giusto guardare a quelle vittime senza ombre di malcelato fastidio. Ma poi bisognerà guardare alle sbarre che stavano alle finestre di quel capannone. Ad uno di quei corpi, carbonizzato nel vano tentativo di allungarvisi oltre, in cerca di una via di fuga. Non così muoiono uomini che si possano chiamare liberi. In qualunque lingua. E nemmeno muoiono liberi uomini privati dell'identità quando ancora erano in vita. Continuando a muovere specchi e ombre, la comunità cinese può continuare il gioco di nascondersi. Di mostrarci ciò che ritiene sia opportuno mostrarci di sé. Così facendo continueremo ad essere due comunità distanti, diffidenti, a tratti ostili. Un gioco senza sbocchi. Perché nascondersi non solo non è più possibile, ma non ha più senso. È vero, non è facile parlare la stessa lingua, ancora meno riuscire ad usare gli stessi concetti. Ma per quanto si possa essere lontani, per quanto la stessa struttura del nostro procedere logico possa essere diversa (un libro molto piacevole come Il tao e Aristotele di Richard Nisbett lo racconta bene) ci sono alcuni punti su cui esiste un linguaggio che non può non essere comune. Lo stesso parlato da Confucio (che ricorda tanto Kant quanto il miglior pensiero cristiano e cattolico). «La via (il tao) non è lontana dall'uomo: se quella che gli uomini considerano la via li allontana dall'uomo, allora quella non è la via».

dal Corriere Fiorentino di mercoledì 4 dicembre
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Oggigiorno tutti hanno spirito. Dovunque si va non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti. E' divenuta una vera peste.
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