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politica interna
11 luglio 2016
Il guardiano del parco
21 dicembre 2015
Samir Kuntar. Che non meritava ricordo.

Amici e persone che pure sanno leggere e scrivere.
Però quando leggono di Israele rispondono agli istinti dell'idiozia.
Ieri, in nome della pietas, non ho voluto ricordare nulla di Samir Kuntar. Ucciso da un raid israeliano, pare, mentre stava combattendo in Siria per conto di Hezbollah.
Non ho voluto ricordarlo perchè non merita ricordo. Lo meritano invece le sue vittime.
Ma nonostante questo, semplicemente questo, avessi scritto, ecco che vengono a catechizzarmi. Prima - rispondendo al classico istinto, istinto e non altro - mi si chiede conto dei civili che sarebbero morti insieme a Kuntar nel raid. Il problema è che di civili non v'era ombra. Kuntar era in battaglia insieme ad altri 8 suoi compagni guerriglieri, ma sarebbe meglio dire soldati, di Hezbollah. Ergo, prima ancora di sapere bene come fossero le cose, l'istinto del politicamente corretto chiamava in causa categorie ridicole ed usate a cazzo come quella di "civili", in un contesto in cui non avrebbero comunque avuto senso. E che nel caso specifico, erano totalmente inesistenti.
Altri ancora mi hanno fatto presente che quanto scrivevo rispondeva ad una logica ultras. Ed anche questo è un istinto idiota. Perché avrei potuto scrivere altro, se avessi voluto aderire ad una logica da ultras. Ma non importa, perché lo schemettino idiota del "te di là, io di qua" prescinde da ogni cosa. Anche dal dover leggere una decina di parole scritte in italiano corretto e con frasi brevi e semplici.
In ultimo, se proprio vogliamo dirlo, io Kuntar lo avevo già ricordato su queste pagine. Perchè la sua storia mi colpì molto quando ancora avevo tempo di studiare. Su queste pagine lo ricordai il 14 luglio dell'anno scorso.
Ecco, questa è la storia di Samir Kuntar, che non è morto ieri, ma 36 anni fa.

"... io ricordo un episodio dove su una spiaggia, un bambino venne ucciso di proposito, brutalmente in una scena che non è stata ripresa, che non è stata raccontata molto sui nostri media e che certo non s'è mai presa la prima pagina del Corriere della Sera. Prima di leggerla chiedetevi se ne avete davvero voglia. Perchè è una storia che fa venire i conati di vomito, le lacrime agli occhi e salire la rabbia.
"22 aprile 1979. Quella sera Samir Kuntar e tre suoi compagni hanno appena finito di stivare armi, munizioni ed esplosivi a bordo di un gommone ormeggiato sulle spiagge di Tiro, nel Sud del Libano. Il 17enne Samir è il più giovane, ma il più determinato del gruppo. I comandanti del «Fronte della Liberazione della Palestina» di Abu Abbas non l'hanno scelto a caso. È veloce con le armi, senza scrupoli e senza paura. Perfetto per una missione senza speranze a Naharia, la città israeliana sul Mediterraneo, dieci chilometri a sud del confine libanese. I quattro approdano verso mezzanotte, s'addentrano nella città assonnata. Un poliziotto li vede, s'insospettisce. Una raffica lo fulmina.
Samir Kuntar e i suoi si rifugiano al 61 di Jabotinsky street, sfondano la porta della famiglia Haran, entrano con i kalashnikov spianati.
Danny Aran, 28 anni, li vede entrare, alza le mani, fa da scudo alla figlioletta Einat di 4 anni. Sua moglie Smadar resta in camera da letto, afferra Yael, la bimba di 2 anni, le mette una mano sulla bocca, la spinge sotto il letto, le affonda la testa nel seno per non farla strillare.
Samir Kuntar e i suoi intanto spingono Danny ed Einat verso la spiaggia. Ma la polizia gli è alle calcagna. Due terroristi cadono colpiti. Kuntar decide di vender cara la pelle. Prima spara in testa a papà Danny, davanti alla figlia, poi afferra la testa di Einat, una bambina di 4 anni, gliela fracassa sugli scogli. Finisce l'opera con il calcio del fucile. Fino a quando Einat non urla, non si lamenta, non respira più. Uccisa con la testa spaccata. Solo allora lui e il suo compagno s'arrendono. Non vengono uccisi, ma fatti prigionieri. Si salvano la vita.
Ma nell'appartamento della famiglia Hadar l'orrore continua. Smadar non sente più sparare, molla la bocca della figlioletta, ma Yael non si muove, non parla. È morta anche lei soffocata, stritolata involontariamente nella stretta della madre terrorizzata.
Di Smadar, di suo marito, di quelle due bimbe nessuno oggi si ricorda più".
In nome di una trattativa di pace, nel 2008 Israele accettò una condizione che sembrava inaccettabile. E liberò Samir Kuntar. E quando ci si riempie la bocca della parola pace non sarebbe male se a volte si considerassero questi come sacrifici che un paese accetta pur di averla. Se vi capita del tempo libero fra una sbrodolata e l'altra di Gianni Vattimo, per favore, rifletteteci.
Una volta liberato Kuntar venne celebrato come eroe da Hezbollah, da varie sigle palestinesi e decorato con medaglia al valore dal regime siriano. Nessuno di voi ha mai pubblicato le foto della famiglia Haran sui propri profili Facebook".

Il post che avevo pubblicato ieri diceva.
"Samir Kuntar è stato ucciso ieri.
Non merita alcun pensiero.
Il pensiero va a Danny, Einat, Yael e forse ancor più a Smadar."

Ma non andava bene, secondo loro.
Complimenti.
E buon Natale.

CULTURA
10 novembre 2015
Il compagno André Gluksmann
La mia generazione è quella che guardò cadere le Torri Gemelle interrompendo una partita alla Playstation. Ci avevano detto che la storia era finita. Scoprimmo che il mondo era esploso.
Nell'accalcarsi di voci stupide, inutili o banalmente furbe che in quegli anni riempirono i giornali, le televisioni, i bar e i Parlamenti, Andrè Glucksmann - grazie al Corriere della Sera, alla fondazione Liberal e a Radio Radicale - divenne per me un compagno.
La sua era una voce che faceva ordine, agitava il pensiero con coraggio e parole precise.
Se n'è andato, ma molto di suo rimane. Con me e ed altri compagni laici, liberali, socialisti e radicali.
18 settembre 2015
[dal Corriere Fiorentino] Trogolema

Sabato, alla festa dell'Unità di Firenze, D'Alema se l'è presa, fra svariati altri s'intende, anche con Angelo Panebianco, colpevole di aver scritto un editoriale in cui individuava nella battaglia sulla riduzione fiscale, l'arena dove si combatte e si combatterà “una battaglia per l'identità della sinistra”.

E dire che proprio la risposta di D'Alema, ad una domanda sulla giustezza o meno di una politica di riduzione delle tasse, è stata dedicata ad inquadrare l'annuncio di Renzi sulla cancellazione della Tasi come una proposta sbagliata, perché non di sinistra. Una questione che ha richiamato esattamente il punto di un'identità politica che non si può tradire. D'Alema ha quindi confermato la bontà dell'analisi di Panebianco nel momento esatto in cui se la prendeva con lui.

Ma al di là di questa involontaria finezza logica, la chiave dell'analisi di D'Alema sulle scelte di riduzione fiscale conferma anche l'altra parte dell'analisi di Panebianco. Ovvero quello di un atteggiamento ideologicamente ostile alla riduzione delle tasse da parte di quella sinistra di cui D'Alema fa parte. E si potrebbe aggiungere anche che si tratta di un'ostilità che è tale non è solo ideologica, ma anche piuttosto rozza e demagogica.

“Perchè se tu metti i soldi in tasca ai ricchi, non è che quelli vanno dal droghiere. Li investiranno, da qualche parte, magari all'ester … non lo so”. Questo è uno dei passaggi meno azzeccati di quella risposta. In cui tuttavia emerge chiaramente che tagliare le tasse non si può perché poi si tagliano anche ai ricchi e questo non è di sinistra. Ora però bisognerà chiarirsi, anche qui, su un punto logico ineludibile. Le tasse se le riduci, le riduci a quella parte di cittadini che le pagano (in Italia non sono moltissimi, ma insomma ancora qualcuno è rimasto). Di solito chi le paga ha un reddito (e anche questo non è banale). E se il suo reddito è alto pagherà più tasse. E se le riduci, potrebbe capitare di ridurle anche a lui. Questo spero lo si possa accettare anche nella sinistra di cui parla D'Alema. Così come s'accetterà di dover dare buono, fino a prova contraria, che anche chi guadagna molto (e in Italia i contribuenti che dichiarano più di 100mila euro di imponibile Irpef sono poco più dell’1 per cento del totale) lo fa in modo legittimo e fa parte anche lui del consesso civile. E magari va pure dal droghiere (anche perché da certi droghieri è bene presentarsi con conti solidi, visti i prezzi).

L'Italia ha un debito pubblico molto alto, un Pil che non cresce, un'evasione fiscale intollerabile quasi quanto la pressione fiscale su coloro che le tasse le pagano. Ma poi si scopre che il problema sono i ricchi che dichiarano il proprio reddito, ma non vanno dal droghiere. Io non lo so se questo è un atteggiamento post-comunista o meno. Ma mi pare piuttosto trogloditico.

dal Corriere Fiorentino di mercoledì 16 settembre

SOCIETA'
24 settembre 2014
[Immagino] Ferruccio e il paese reale
Me lo immagino il paese reale che s'interroga sul significato dell'editoriale di Feruccio De Bortoli tra un invio di curriculum e un'iscrizione alle liste di collocamento.
14 agosto 2012
[dal Corriere Fiorentino] Quanto è vecchio il nuovo patto dei democratici e progressiti

La grande novità della politica estiva dicono sia il patto dei democratici e dei progressisti avanzato da Bersani, accolto da Vendola e benedetto da Casini (uno che, a leggere la sua lettera al Corriere della Sera di ieri, sembra arrivato da Marte e invece è in Parlamento dal 1983). Vai così a leggere il contenuto di questo grande patto, guardi alla voce Lavoro e la prima cosa che noti è il solito refrain del meno tasse sul lavoro e più tasse sui patrimoni. Per non abbandonare sconsolato la lettura con troppa fretta decidi di concederti anche il passo dedicato all’Europa. E qua tra i primi punti leggi che si richiede la “fine del dogma dell’austerità e dell’equilibrio dei conti pubblici assunto come unico fine in sé”.

E’ quanto basta per capire che di passi in avanti non v’è ombra. Il PD si conferma un partito schiavo delle sue paure, tanto pavido da risultare ipocrita. Perché è un partito che sostiene il rigore imposto da Monti senza il coraggio di dirlo (rigore imposto a suon di tasse più che di tagli ed il timore è che presto anche la Regione Toscana possa fare altrettanto). Appoggia con atti, riforme che non ha il coraggio di sostenere a voce. Agisce senza capacità di pensiero costretto dalla responsabilità della contingenza, ma schiacciato dalla paura di dire e dirsi perché è necessaria quella responsabilità.

Il punto della spesa pubblica è la cartina tornasole per capire il paradosso di cui è schiavo. Perché se è vero che il dogma dell’austerità è sbagliato, ancora più sbagliato è il dogma della spesa pubblica intoccabile. Peggio ancora: innominabile. Eppure la crisi legata al debito pubblico di questo paese imporrebbe la necessità di affrontare proprio questo nodo. C’è chi lo fa con coerenza sul fronte liberale, ed è il caso del manifesto “Fermare il declino” promosso da Oscar Giannino e firmato a livello locale anche dall’assessore Petretto. Sul fronte (per semplificare) socialista si preferisce invece nascondere la testa sotto la sabbia. Per troppo tempo, infatti, ci si è abituati a gridare alla macelleria sociale ogni volta che venivano proposti tagli alla spesa pubblica. E lo si è fatto anche quando quella spesa foraggiava privilegi ingiusti, intollerabili e nemici del lavoro e dei lavoratori, quelli veri.

Se davvero si vuole proporre una via di sinistra per uscire dalla crisi lo si può fare anche in nome della spesa pubblica. Chiedendo che sia più giusta, che non foraggi clientele e fannulloni. Accettare la sfida di un suo ridimensionamento per concentrarla là dove veramente può servire ad aiutare tutti e gli ultimi per primi. Ma se si ha paura anche di nominarla, beh, la sfida è già persa.

dal Corriere Fiorentino di mercoledì 8 agosto

politica interna
9 giugno 2010
[Leaders e sondaggi] Risultati incredibili
Incredibili i risultati del sondaggio Ipsos pubblicato oggi sul Corriere del Sera.
Bersani figura addirittura fra i leaders politici.
1 giugno 2010
[Ferruccio De Bortoli] Da bell'uomo a bello e basta
De Bortoli è un bell'uomo. Ma a leggere la risposta ad Angelo Rizzoli sul Corriere di domenica c'è di che limitarsi a dire che più che uomo, è bello.
politica interna
30 marzo 2010
[Premi imprevisti] Bersani, i centristi e il bagno
Dal Corriere della Sera.
Bersani "non si muove dalla sua stanza, se non per una puntata in bagno e una conversazione con i dirigenti a lui più vicini, perchè spera che l'alleanza con i centristi lo premi almeno lì".
Al bagno?!
politica interna
4 febbraio 2010
[Da Il Foglio di oggi] Di Pietro è un quaquaraquà
Al direttore - Spia o non spia, quello che risulta chiaro è che Di Pietro è un quaquaraquà. Sul suo blog, quando se ne  parlava, Bruno Contrada era il condannato per attività mafiose che non doveva cercare "scorciatoie per sfuggire alla condanna o, attraverso le parole di Salvatore Borsellino, si leggeva che "finalmente" era stato arrestato. Oggi, dopo l'uscita delle foto della cena con Contrada e altri curiosi personaggi, Di Pietro dice che "quella di Contrada è una storia complessa e non va banalizzata". Quella di Di Pietro è invece una storia semplice. Quella di un quaquaraquà.

Tommaso Ciuffoletti - Firenze
politica interna
25 gennaio 2010
[Da Il Corriere Fiorentino] Quella socialista è un'identità emotiva
Quella socialista è oggi una comunità dispersa. Eppure per la gran parte è connotata da una forte identità emotiva. Questa, si badi bene, è cosa diversa dall'identità politica e ci spiega quanto inutile sia perder tempo in sterili discussioni su dove stiano oggi i socialisti, se a destra o a sinistra. Certo molto del voto che fu del Psi di Craxi oggi si esprime a favore del centrodestra, ma il parallelo fra il fu segretario socialista e Berlusconi non regge. E' vero che i nemici del Berlusconi di oggi sono, per la gran parte, gli stessi che furono nemici di Craxi. Ma le analogie politiche non vanno molto oltre e non sono sufficienti a dar forza a tesi, dall'una o dall'altra parte, che sostengano un vero parallelo fra i due.

L'identità emotiva dei socialisti italiani di oggi sta nell'aver attraversato come comunità un evento tragico quale fu Mani Pulite. Tragico per questo paese, che ancora oggi ne paga il prezzo, e tragico per i socialisti perché furono obiettivo privilegiato non solo e non tanto del dispiegarsi di aberrazioni giudiziarie, come il ritenere la carcerazione preventiva un metodo d'indagine, ma di una e vera e propria campagna di violenza civile (semmai la violenza possa dirsi tale). Io ero poco più che un bambino, ma conservo un ricordo vivido di quando si scatenò la caccia al socialista (e se qualcuno ha da ridire sul termine, me ne trovi uno più adatto). L'esser conosciuto come socialista era una colpa da scontare ricevendo, e guai a lagnarsene, ogni possibile sorta di pubblico insulto. Questi ricordi son patrimonio d'esperienza di cui non mi vergogno, ma che anzi conservo con attenzione. Hanno contribuito, tra le altre cose, a vaccinarmi dalla retorica del moralismo militante, dall'ansia manettara dei tribuni della plebe, dalle tentazioni infami dello sciacallaggio.

Questo mi rende partecipe dell'identità emotiva socialista. C'è poi chi vi si è abbandonato fino a rimanerne oppresso per la vita. E non mi sento di giudicare nessuno per questo. Ciascuno ha le proprie fragilità e a volte, di fronte alla meschinità della violenza, anche le tempre più forti si piegano. Tradurre in coscienza politica quell'identità emotiva è però quasi un dovere per chi ha 30 anni e non può certo annodarsi su quel passato. Nel farlo, che non significa necessariamente far politica attiva, tengo piuttosto presenti le lezioni di Salvemini, dei fratelli Rosselli, di Ernesto Rossi fino a quelle di Craxi. E dovessi riassumerle con una sola frase, sceglierei quella di Guido Calogero: “la libertà che si deve amare è la libertà dell'altro”.

P.S _ Nel decennale della morte di Craxi, mentre leggevamo le parole del Presidente della Repubblica indirizzate alla sua famiglia, le agenzie davano notizia di un gruppo di appartenenti al “popolo viola” (non quello della Fiorentina! quello del No-B-Day) che per celebrare la ricorrenza improvvisavano un lancio di monetine davanti all'hotel Raphael. Ho provato a visualizzare la scena. Triste e grottesca allo stesso tempo. Una strada attraversata da romani, forse qualche turista e delle persone eccitate che tirano delle monetine al niente. Più che il fantasma di Craxi, è quello dell'imbarbarimento che sarebbe ora di mettersi alle spalle.

Tommaso Ciuffoletti

dal Corriere Fiorentino di Sabato 23 Gennaio
politica interna
23 dicembre 2009
[Da Francesco Baccini a Massimo Tartaglia] Per svelare la verità, in Italia, servono i pazzi
Adesso vanno pure al San Raffaele con le mazze da hockey. Povero Silvio!

Qua urge rispolverare una vecchia e divertente canzone che Francesco Baccini dedicò a Giulio Andreotti. Era il 1992 e il clima in Italia era persino peggiore di quello di oggi. Baccini, cantautore genovese genialoide e fuorilinea, fece quello che solo un pazzo avrebbe potuto fare; musicare una divertente difesa del divo Giulio. Chi ha mangiato la torta? Chiedeva Baccini. Andreotti! rispondeva il coro. Chi ha permesso il calo della Borsa? Andreotti! Ed ecco che partiva l'inaspettata replica Ma lasciatelo stare poverino/Questo dargli addosso è tipico italiano. E per rincarare la dose di provocazione partiva il ritornello al grido di Giulio ti difenderò/Sarò il tuo Don Chiosciòtt/Giulio ti difenderò/Sarai la mia mascotte. Ecco, cambiando Giulio con Silvio ed Andreotti con Berlusconi vien fuori un testo di un'attualità fulminante e che da solo servirebbe a svelenire il clima molto più delle querele annunciate in nome dell'abbassare i toni.

Al di là dei sorrisi e del parallelo con l'oggi, quello che Baccini cantava non era tanto una difesa di Andreotti, quanto una presa di giro dell'umore tipico italiano di fronte al capro espiatorio. Quel modo vigliacco di prendersela col potente solo quando non è più considerato tale e al quale ormai non c'è più bisogno d'inchinarsi, ma anzi gli si può addossare la responsabilità di qualunque misfatto. Anche quelli più assurdi; come il celebre bacio a Riina che solo la strumentale fantasia di un pentito e uno zelo inquisitorio degno di miglior causa potevano prendere per buono. Fare una cosa del genere, apparentemente innocua come cantare Giulio ti difenderò, in quel momento storico era, come detto, cosa degna di un pazzo. Si trattava di mettere gli italiani di fronte allo specchio di quel moralismo parassitario proprio quando esso stava vivendo il suo ennesimo momento di gloria collettiva qua nella penisola. Siamo tutti pieni di pregiudizi/Convinti di pulir l'Italia da tutti i vizi gli cantava in faccia quel pazzo di Baccini. Lui stesso, qualche tempo dopo, ha dovuto constatare come la critica, prima ben disposta verso di lui, ebbe a voltargli repentinamente le spalle dopo la pubblicazione di quel brano.

L'anno successivo fu la volta di un altro grande pazzo, Edoardo Bennato, che se Baccini è uno fuorilinea Bennato è uno che la linea l'ha sempre percorsa al contrario. 1993, in piena Mani Pulite, Bennato dà alle stampe il cd singolo con la canzone Tu chi sei, che avrebbe poi aperto il Vhs intitolato Persone Perbene. Ancora più diretto, ancora più politico del Giulio di Baccini. Bennato, armato di chitarra e kazoo, fa il verso agli inquisitori di quella come di ogni altra epoca, ripetendo ossessivamente Tu chi sei?/Tu che fai?/Tu che hai fatto in passato? in un blues che nel ritornello sfotteva quelli che quando arriva l'estate saremo tutti più felici tra persone pulite.
E lo diceva anche al Corriere della Sera, che s'interrogava ipocritamente sull'ambiguità di una canzone che era tutto tranne che ambigua. “Non riesco a vedere i buoni e i cattivi schierati con la chiarezza di posizioni che i mass media presentano” rispondeva Bennato a Luzzatto Fegiz. E per questo veniva accusato da Eugenio Finardi di essere uno senza ideali. Ma l'accusa di Finardi era comprensibile, dato che veniva da chi, a differenza del Bennato di Sono solo canzonette, al raduno della grande festa nazionale, di partito, ci andava eccome.
Tu chi sei si chiudeva con un verso che fugava ogni dubbio di ambiguità: Tu che ci hai liberato/Come mai/Fino a ieri/Non ci avevi pensato?/C'e' qualcosa che non va'/C'e' qualcosa di strano. In realtà il tempo della domanda era sbagliato, la domanda giusta sarebbe stata: tu che farai? La risposta si sarebbe fatta attendere solo qualche mese, con l'ingresso in politica di Antonio Di Pietro.

Ed ecco che arriviamo ad oggi, Anno Domini 2009, quando un altro pazzo, stavolta un pazzo clinico, si fa strumento della violenza sottesa e solleticata da quel moralismo parassitario che è un po' l'autobiografia della nazione e, eterogenesi dei fini, diviene lui stesso lo specchio che mette gli italiani di fronte a ciò che si rischia di diventare se si dà retta al giacobinismo dei puri.
Ancora una volta, per svelare la verità in questo paese ipocrita, serviva un pazzo.


_ Riferimenti videografici:

POLITICA
13 luglio 2009
[E' la modernità bellezza] E' l'ora del POPULISMO CIVICO

 

(dal Corriere Fiorentino - di Sabato 11 luglio*)

Benvenuti nella nuova era del “populismo civico”. E' questa, credo, la miglior definizione per cogliere il senso della rivoluzione renziana di cui Firenze ha iniziato a fare esperienza già in questi primi giorni di nuova amministrazione cittadina.
Con “populismo civico” intendo un'esperienza sempre più diffusa in Italia e non solo, segno di una più netta modernizzazione della politica anche a livello locale. A Firenze la sua realizzazione si lega inevitabilmente alla figura del nuovo sindaco. E' figlia della principale intuizione politica di Renzi, che prima di tutti ha capito che anche in riva all'Arno le vecchie “strutture” di consenso e potere, che pure a molti sembravano ancora ben salde, erano ormai consunte ed il terreno disponibile per chi si fosse fatto trovare pronto con una proposta alternativa e calibrata su nuovi mezzi e risorse.

E Renzi si è preparato con attenzione. Ha giocato il proprio ruolo in Provincia con grande abilità mediatica ed ha realizzato un vero capolavoro con la campagna per le primarie. Non i partiti, non le leghe o i sindacati, ma un rapporto diretto fra lui e la cittadinanza dimenticata: “Prima Firenze”
Qualcuno l'ha accusato di berlusconismo, ma a sinistra sarà bene mettersi l'animo in pace e capire che questa “è la modernità bellezza”. Sono finiti i tempi in cui 4 persone decidevano a cena chi avrebbe fatto il sindaco di Firenze. Così come sono finiti i tempi in cui i partiti, forti della propria capacità di rappresentare istanze politiche diffuse e radicate, definivano gli indirizzi e influivano sulle scelte dell’amministrazione.

Nel populismo civico è il sindaco, eletto direttamente, a farsi interprete e collettore pressoché esclusivo delle istanze della cittadinanza in un delicato gioco di equilibri fra la capacità di leggere e assecondare la volontà popolare e allo stesso tempo di indirizzarla secondo la volontà del sindaco stesso. Cambia dunque lo scenario, cambiano gli attori e cambia il registro. Gli strumenti d’informazione avranno un ruolo sempre più strategico, così come la capacità di mobilitare l’opinione pubblica su singole issues. Chi sarà in grado di aggiornarsi sarà della partita.

Ciò che non cambia a Firenze, tuttavia, sono i limiti del bilancio di Palazzo Vecchio, così come il rapporto, necessario, con le amministrazioni dei comuni limitrofi. Su questi due punti in particolare il nuovo sindaco si misurerà con sfide ad altissimo rischio. Perché ogni fallimento, così come ogni gloria, ricadrà pressoché esclusivamente sulle sue spalle.

* Il giorno successivo, nella pagina dei commenti del Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia ha scritto un pezzo titolato proprio "Il tempo del populismo". Potete leggerlo qua: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=27065

politica estera
22 gennaio 2009
[Bestialità] Gli "scudi" di Hamas
politica interna
16 gennaio 2009
[Firenze] Il piano anticrisi del PD ...
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Oggigiorno tutti hanno spirito. Dovunque si va non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti. E' divenuta una vera peste.
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