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politica interna
16 giugno 2016
Sesto Fiorentino ombelico di Firenze
Un tempo a Firenze s'era l'ombelico d'Italia.
Ad un rutto di Renzi accorrevano giornalisti da tutta Italia per saggiarne i sentori.
Oggi siamo tanto immiseriti da star dietro alle vicende di Sesto Fiorentino.
Sconforto, desolazione, ma una nota di informazione andrà pur considerata.
A Sesto Fiorentino ha sempre governato il PCI. Come nel resto dei comuni intorno a Firenze che sono detti la "piana fiorentina".

La pratica amministrativa del PCI è andata nei decenni consolidandosi come una gestione clanica del territorio e delle risorse pubbliche.
Le concessioni edilizie venivano rilasciate per fare cassa con una disinvoltura che ha disegnato quel territorio come un'affascinante sequenza di: casa, casa, capannone, campo coltivato, edificio pubblico, campo incolto, casa, casa, capannone, industria, campo coltivato, esercizio pubblico, capannone, capannone, discarica abusiva, casa e così via senza soluzione di continuità.
Nonostante tutto questo i sestesi e gli abitanti della Piana hanno continuato a votare il PCI con percentuali che almeno in Bulgaria potevano giustificare con la repressione del regime.
I dirigenti del PCI ricambiavano costruendo su quel consenso una carriera che prevedeva dopo il Comune (consigliere, poi magari sindaco o assessore) un passaggio intermedio in Provincia o Regione, ma soprattutto - per i più alfabetizzati ed in grado di mangiare almeno con le mani - la destinazione Roma in qualità di onorevole o senatore della Repubblica.
Per agevolare questo tipo di carriera era gradito l'accondiscendere alle richieste fiorentine, laddove stavano quelli che potevano aprire le porte del sogno romano, e quindi accettare che la piana divenisse lo sgabuzzino di tutto quello di cui Firenze aveva urbanisticamente bisogno, ma non sapeva dove mettere.
Questo è.
E questo è bene che si sappia.

Oggi, l'ultima generazione di quella genia di amministratori che in nome di questo tipo di gestione ha costruito la propria carriera, s'è vista interrompere il sogno dal precipitare di eventi che hanno trovato nell'ascesa di Renzi il loro compimento.
C'erano, a Sesto e nei dintorni, dirigenti e amministratori con l'ambizione - neanche troppo inconfessata - d'andare a Roma o almeno in Regione. E invece nulla.
Ecco quindi che coloro che in nome di quell'antica abitudine pattizia ("voi fate nella piana quel che vi serve, noi in cambio facciamo carriera grazie al partito") avevano accettato che qualunque opera insistesse sul proprio territorio, rinnegano oggi quanto avevano dato per buono un tempo.
Il termovalorizzatore a Sesto Fiorentino.
Sarebbe andato bene e benissimo se il cursus honorum di qualcuno avesse potuto compiersi come da attese.

Ma è arrivato Renzi con la sua rottamazione e quel cursus si è interrotto.
Ed ecco che il termovalorizzatore ha iniziato a non andare più bene a chi lo aveva prima sostenuto.
Ma tanto a quel punto la rottamazione aveva portato al governo locale un'ambiziosa sostenitrice di Renzi e quindi la cosa avrebbe potuto risolversi comunque. La sostenitrice era tanto ambiziosa però, quanto poco all'altezza. E con la sufficienza che spesso s'accompagna alla boria (dalla quale molti renziani son tutt'altro che immuni e a cui sovente non mancano d'aggiungere una discreta dose d'ignoranza, quella vera) i renziani hanno perso il Comune, battendo una sonora musata. E creando le premesse per la situazione di oggi.
In cui c'è un giovane esponente della sinistra a sinistra del PD che prima era a favore del termovalorizzatore, perché stava con il sindaco dell'epoca che ancora coltivava le proprie ambizioni di carriera, e che oggi - nove anni dopo - dice che vuole bloccarlo.
In cui il renzismo mostra tutti i limiti di quel che significa avere opinioni forti, ma un pensiero debole (Dio benedica Raffaele La Capria).
In cui un giornale - di cui certo non sono io l'avvocato - che punta i riflettori su questa vicenda viene irriso da alcuni in un modo che dà l'idea di come l'arroganza (e l'ignoranza) non siano patrimonio esclusivo dei renziani.

Alla fine, a me, fotte pure poco di tutta questa storia.
Mi dà solo fastidio il balletto delle ipocrisie.
22 luglio 2015
[A Firenze] C'era una volta il Renzi
Vi fu un tempo in cui a Firenze s'era il bellico del mondo. Erano i tempi del Renzi.
Matteino faceva un rutto ed ecco tre telecamere, un corsivo di Gramellini, un rutto più forte di D'Alema e la Bignardi a sentire se odorava di cipolla.
E noi fiorentini felici ed orgogliosi.
Perchè dopo una vita spesa a specchiarci negli occhi sgranati del solito turista, anche la nostra atavica presunzione ch'egli stesse guardando noi quanto siam belli, invece che il Duomo, iniziava ad incrinarsi. Iniziava ad affiorare il dubbio che forse non s'era poi così belli come c'era sempre stato insegnato a credere.
E invece l'onda renziana aveva rinsaldato la convizione che noi siamo i meglio di tutti. Fiorenza tornava a prendere il posto che le spetta di diritto. Al centro del mondo e in culo a Niuiòrc, Londra e chi cazzo è Parigi che noi di Parigi si conosce solo Narciso.
Oggi invece siam tornati d'improvviso agli anni d'oro in cui non contavamo un cazzo. Matteino nostro è a Roma che stringe patti con gli italiani e noi non ci caca più nessuno. Eppure ci si prova ad attirare un po' d'attenzione. La zingara che caca, il marocchino che piscia, quegli altri che trombano per strada. Ma nulla. Che tanto ormai gli zingari caconi ce l'hanno tutti. Non funzionano più.
Ma la vita va avanti. E per non cadere in depressione noi stessi fingiamo di riappassionarci a quel che speravamo di aver dimenticato. La piana di Firenze covo dei soliti, inossidabili, sempre loro comunisti. Il Gianassi, il Chini, il Chini, il Gianassi, il Gianassi, l'acqua calda, la mi'nonna con le ruote che era un carretto, quella cazzo di mitologia di falci, martelli e due palle così. Suvvia, diciamoci la verità. Se uno è un genio a raccontare quelle storie come Pilade Cantini o, più in piccolo, Roberto Benigni allora sì. Ma riviverle oggi no.
E invece stamani leggo in giro i commenti per il fatto che a Sesto Fiorentino hanno sfiduciato il sindaco. Una notizia che qualche anno fa avremmo conosciuto solo in caso di prolungatissima cacata con annessa lettura di quotidiano locale e che invece viene oggi sobriamente paragonata alla distruzione di Sodoma e Gomorra, gente che invoca la giustizia divina, isteria collettiva, cani e gatti che vivono insieme.
Mi sale la depressione.
Credo che riaprirò la rubrica di zia Tommasa come forma di ribellione nonviolenta.
Andate tutti affanculo.
politica interna
8 marzo 2010
[Dal Corriere Fiorentino] La novità e i limiti del populismo civico
Caro Direttore,
in questa fase della vita politica locale, tra le inchieste della procura ed una campagna per le regionali che fatica ad appassionare, sono forse le vicende cittadine quelle che offrono maggiori spunti d’interesse. Per la prima volta dai tempi delle elezioni primarie, infatti, si è aperto un confronto critico fra il sindaco Matteo Renzi e il suo partito. Fino ad oggi erano stati i sindaci dei comuni della piana fiorentina a polemizzare con il collega del capoluogo. Ma tali querelle avevano caratteri chiari, a partire da quelli, non certo facili, dei protagonisti.

La rappresentazione di questi giorni è invece quella della sfida del PD fiorentino al sindaco Renzi ed anche della volontà di rivendicare una presenza del partito di maggioranza relativa della città, che forse qualcuno giudicava troppo marginale negli ultimi tempi. Si tratta di una rivendicazione per certi versi comprensibile, anche se non va dimenticato che il PD fiorentino è entrato in crisi da ben prima che Matteo Renzi vincesse le primarie. Anzi, furono proprio i mesi di preparazione alle primarie per il sindaco a mettere in seria difficoltà il Partito Democratico, su cui incombeva il peso di scelte complesse: dalle regole delle primarie, alle alleanze elettorali. Il tutto aggravato dalle ricadute politiche che le inchieste di quei mesi ebbero nei confronti di un sistema di potere, per buona parte identificato proprio con alcuni esponenti locali del PD, che parte crescente dell'opinione pubblica cittadina riteneva fosse da cambiare.

Renzi è stato più capace di altri nel leggere la situazione e ad attrezzarsi per una sfida giocata sul cambiamento delle regole. Ritengo ancora oggi che la definizione di “populismo civico” sia quella più adatta a definire il carattere politico del Renzi che vince le primarie e successivamente diventa sindaco di Firenze. Certo lo ha fatto senza il proprio partito, per non dire contro la volontà di chi allora lo guidava. Ma non credo sia con uno spirito revanscista nei confronti del "ragazzo" che il PD cittadino potrà trovare uno spazio nuovo per sé. Riproporre oggi lo schema del partito che riassume, interpreta e dirige l’opinione pubblica di questa città, e che ad esempio in nome di questo rispolvera la bandiera della “concertazione”, appare uno sforzo istintivamente comprensibile, ma non credo destinato al successo. Un partito, specie strutturato come il PD a Firenze, può essere senza dubbio un grande strumento di politica. Ma più che metterlo al servizio di una “guerra” con Renzi o al reclamare la concertazione, si dovrebbe misurarlo nella sua capacità di costruire e dar corpo a proposte politiche. Di indicare obiettivi più che rivendicare il ricorso a metodi fini a se stessi.

Tuttavia, questo sussulto rappresenta anche un segnale per il sindaco. Il sistema delle primarie, infatti, è funzionale ad un ricambio al vertice. Nella migliore delle ipotesi, poi, ad esso dovrebbe seguire un ricambio più complessivo, a partire da lì, dal vertice. Capisco che sia più facile a dirsi che a farsi, ma credo anche che sia rischioso pensare che tutto possa sempre risolversi nel rivendicare un rapporto prioritario ed esclusivo fra sé e i fiorentini. Anche il populismo civico ha i suoi limiti.

dal Corriere Fiorentino di Mercoledì 3 Marzo 2010
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