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POLITICA
4 gennaio 2016
Pensavo ad Israele
Normalmente una diffusa propaganda araba insegna a non tollerare l'esistenza di Israele.
E' un paese dove agli ebrei è concesso di vivere liberamente e questo è il primo scandalo (senza bisogno di andare a trattare delle varie teorie razziste o cospirazioniste che pure abbondano). L'ebreo, se vuole vivere, deve pagare una tassa. Almeno finchè gli si concede questo lusso. E non pretenda di professare liberamente il proprio culto.
Tant'è che alla fine Israele è diventato l'unico paese dell'area dove vive una comunità ebraica. Ha accolto ebrei dall'Iran, dall'Iraq, dall'Aghanistan, dalla Siria.
La Palestina, la cui esistenza come Stato è figlia esattamente dell'affermazione all'esistenza di Israele, ha spesso rappresentato un ottimo pretesto per rivendicare, in nome di una ridicola propaganda della liberazione, i crimini più efferati contro gli ebrei e il loro stato. Utile anche per legittimare, in nome della più classica retorica del complotto, il rinsaldarsi di leadership fragili che però si ponevano all'avanguardia dell'antisionismo.
Si potrebbe citare il Saddam che bombardava Israele mentre veniva invaso dagli americani. O l'Ahmadinejad che voleva cancellare Israele dalle carte geografiche.
La cosa però che vale la pena rammentare, soprattutto oggi, è che quando Ahmadinejad parlava di distruggere Israele, in Iran la gran parte dei giovani - quando ancora avevo tempo di studiare circolavano vari articoli al riguardo - rimaneva sostanzialmente indifferente a tali messaggi. Per la gran parte dei giovani iraniani Israele non rappresentava il piccolo Satana di khomeiniana memoria. E l'ansia di Ahmadinejad di guadagnare credibilità agli occhi del mondo mussulmano, facendosi alfiere globale dell'antisionismo, veniva anzi contestata in patria come un modo idiota di nascondere i limiti della sua azione di governo in un paese dove i pasdaran, di cui Ahmadinejad era espressione, governano interi settori dell'economia (ufficiale e non) frenandone lo sviluppo.
Oggi, leggendo anche commenti che arrivano su questa inutile paginucola, mi rendo conto di quanto la strisciante azione di propaganda antisionista abilmente condotta su vari livelli, sia diventata pervasiva anche nel cosiddetto mondo occidentale. Più che quello francese, per me il caso più rappresentativo è quello inglese. A partire da una città il cui famoso "cuore finanziario" pompa grazie a tanti capitali sauditi e quatarioti. O alla BBC, che viene citata tanto a sproposito come modello di informazione. Modello che non invidio affatto. Anzi.
Insomma, alla fine della fiera, mi viene da sentirmi più vicino al ricordo che ho di quei giovani iraniani, rispetto a tanta parte di un'opnione pubblica cosiddetta "occidentale", che su Israele e più in generale sulle vicende di quell'area sconta un doppio deficit. E il più grave non è quello dell'ignoranza.
politica estera
20 marzo 2008
[1979] La Rivoluzione iraniana spiegata da un trotzkista
Quanto segue è parte di uno scambio col Direttore Massimo Bordin, sulle pagine del forum di Radicali.it



Dunque direttore, ho sottratto questo libro alla libreria senese di uno zio della mia ragazza (ma questo rimane tra noi). Ospiti a casa sua in quel di Siena, tra biografie di Berlinguer e testi dell'immortale Karl, ho rinvenuto un volumetto di 40 pagine scarse, rilegato con la spillatrice e ciclostilato. Il titolo è quantomai suggestivo "Il processo permanente della Rivoluzione in Iran". Siccome sono un po' scemo, ai piaceri della notte senese ho preferito la lettura di capitoli affascinanti come "La natura diseguale e combinata del processo in Iran" e l'esemplare Appendice "sul processo diseguale e combinato" (molto utile per chi deve prender confidenza dello storicismo "lateromarxista" - mi piace chiamarlo così).

Autore del mitico volumetto (del quale devo segnalare anche il capitolo intitolato "Formare un tribunale mondiale per condannare lo Scià"), è tale J.Posadas. Il nome non mi era nuovo, dato che l'avevo sentito rammentare durante le giovanili frequentazioni ricreative di centri sociali fiorentini ma lì per lì non sono andato molto oltre Cuba, Che Guevara assassinato da Castro e la Quarta Internazionale. Scommetto invece che lei avrà già sorriso alla prima lettura! Io invece mi son dovuto andare a cercare la bio di Homero Romulo Cristalli Frasnelli.

Mentre gli altri si vanno ad informare sul signor Frasnelli/Posadas, noi torniamo al volumetto. La parte sulla rivoluzione in Iran è datata 3 dicembre 1979, l'appendice risale al 20 ottobre di quello stesso anno. La casa che lo ha edito è la "Edizioni Scienza e Cultura Politica" di Firenze. Per inciso ho visto che altri volumi di Posadas, per questa casa editrice, sono presenti nell'archivio della Biblioteca Nazionale di Firenze, ma questo in particolare non c'è.
Questo volume è la traduzione dalla versione originale intitolata "El proceso permanente de la revoluciòn en Iran".

La tesi più affascinante è quella che denuncia l'incapacità rivoluzionaria di lungo periodo da parte della leadership spirituale della rivoluzione iraniana. In altre parole: le guide religiose che hanno preso la testa della Rivoluzione in questa fase, non hanno gli strumenti ideologici per dirigere un processo che vedrà sicuramente emergere la leadership "delle masse dell'Iran".

Le cito un breve, ma fantasmagorico passaggio: "Uno degli aspetti del processo in atto in Iran è la mancanza di direzione. Ma anche con la mancanza di un programma iniziale e di una direzione che si formerà più tardi, le misure che prendono le masse sono tutte di progresso
[...]
E' l'esperienza viva delle masse: senza partito, senza una organizzazione, senza vita culturale, adottano le misure necessarie per il progresso in Iran
[...]
Tale movimento e tale unanimità nella popolazione iraniana esisteva prima della occupazione dell'ambasciata. Khomeini avrebbe voluto contenere ed invece ha dovuto seguire. Il che significa che la direzione religiosa non può imporre i precetti religiosi per contenere il movimento sociale politico rivoluzionario. Deve seguirlo, perché sennò ne rimane fuori. E ciò continua, non finisce così."


La chiusa profetica direi che è la ciliegina sulla torta ad un commento che oggi qualcuno rubricherebbe facilmente tra le voci dal sen fuggite. Io invece lo trovo molto interessante, per giudicare della sufficienza con cui da molte parti fu letta una rivoluzione che ancora oggi costringe il mondo a fare i conti con essa e con i suoi risultati.
politica estera
13 settembre 2007
[11 Luglio 2006] Intervista a Carlo Panella
Nell'ambito del servizio "Recupero vecchie interviste", vi ripropongo qua il colloquio, spigolosamente cordiale, che ebbi più di un anno fa con Carlo Panella, giornalista e saggista che credo non abbia bisogno di presentazioni.

Intervista a Carlo Panella 11 luglio 2006

Il suo ultimo libro, “Il Libro Nero dei Regimi Islamici”, ha il grande pregio di raccontare in maniera lucida e precisa gli eventi cruciali per le vicende storiche dei paesi islamici dallo scorso secolo fino ai giorni nostri, e di inquadrare, sulla base di tale narrazione, l’evoluzione dei diversi pensieri politici dell’Islam svelando la scorrettezza e l’infondatezza di molte spiegazioni – spesso riduttive ed infondate – che vengono oggi comunemente usate per interpretarli.
Più in generale nel dibattito sull’Islam politico spesso si ricorre a formule vaghe e poco chiare. Uno dei riferimenti spesso usati è quello ai “paesi islamici moderati”. Secondo lei qual è il reale valore di questa formula?
Il titolo del suo libro parla invece di “regimi islamici”, qual è la sua definizione di “regime islamico”?

La ripartizione tra paesi islamici moderati è giornalistica e deriva dal periodo della guerra fredda, indica infatti i paesi musulmani che non appoggiano politiche aggressive nei confronti di Israele e che coincidono, di fatto, con i paesi che hanno rapporti conflittuali con l’Urss. Siria, Iraq, Algeria, Yemen e, fino al 1972 anche Egitto, facevano invece parte dei paesi alleati all’Urss o nella sua orbita di influenza.

Per pigrizia, quella definizione è rimasta sino a oggi, ma è fuorviante, tanto che viene definita moderata l’Arabia Saudita che invece è intrisa di fondamentalismo, applica la peggiore shari’a del mondo ed ha incubato al Qaida.

Quanto al titolo, non è mio, ma dell’editore; va benissimo, ma non merita approfondimenti (per regimi comunque si intendono i governi autoritari o totalitari, non inseriti in un sistema democratico sostanziale)

Uno dei ritardi maggiori nella conoscenza delle declinazioni politiche dell’Islam è quello che riguarda la predicazione khomeinista, la rivoluzione del 1979 e, più in generale la nascita ed il ruolo della Repubblica Islamica d’Iran. Da giovane studente di cose d’Iran, ho trovato il capitolo dedicato a tale questione estremamente ben fatto ed estremamente utile come risorsa per conoscere una realtà altrimenti difficilmente accessibile anche per un appassionato. Difficilmente accessibile soprattutto per la scarsità di testi facilmente reperibili – almeno in lingua italiana – che ne trattino approfonditamente (ed anche uno sguardo alla bibliografia relativa a tale capitolo riportata nel suo libro, mi pare confermi questa tesi).
Secondo lei come mai, a distanza ormai di oltre 25 anni, è così difficile reperire testi che illustrino in maniera chiara, per quanto difficile possa essere, uno dei nodi cruciali del ‘900 ed ancora oggi al centro dei più importanti giochi politici globali?

Non è vero, ve ne sono molti, alcuni li riporto in bibliografia (ottima la storia del’Iran della Shabahi, Bruno Mondadori). Il problema è che bisogna leggerne molti, sono infatti tutti molto parziali e spesso partigiani. Suggerisco comunque, soprattutto agli appassionati, di leggere innanzitutto la Storia della Filosofia Islamica di Henry Corbin (Adelphi, 1972) che parla solo di filosofia, ma è preziosissimo per comprendere lo sciismo speculativo e quindi la portata dello scisma indotto da Khomeni.

“Nel quotidiano «Lotta continua» hanno lavorato e si sono formati alcuni dei talenti di una generazione giornalistica, da Lerner a Deaglio, da Marcenaro a Briglia” così scrive l’allora direttore responsabile di quel quotidiano, Giampiero Mughini, nel suo libro “Il grande disordine”.  Anche lei era fra quei talenti, che oggi okkupano ancora molte pagine di quotidiani italiani. Non vorrei sembrare scortese, ma per tutti è stato merito del talento?
E secondo lei oggi, un giovane che vuol fare il giornalista può permettersi di affidarsi solo a quello?

Noi, ex di Lc non okkupiamo nulla, siamo solo bravi perché ci siamo fatti le ossa e ci siamo selezionati in anni duri, in cui erano fondamentali per fare politica le doti di un buon giornalista. D’altronde quella della lobby di Lc è una balla pazzesca. Perché nessuno ricorda mai che la Annunziata, Stefano Benni, Riotta e tanti altri facevano parte della lobby del Manifesto?

Quanto al giornalismo, lascia perdere. Non perché non basti solo il talento, ma perché non ci sono più giornali; a differenza di Francia, Germania, Usa e Inghilterra, il nostro giornalismo è solo una parodia della politica e viceversa. Nessuna curiosità per la realtà (il nord Italia è tutto con Berlusconi e i giornali lo scoprono solo dopo il voto; la Rosa nel Pugno è rifiutata dagli elettori, ma i giornali, tutti, sostenevano che sarebbe stato il grande successo elettorale).

Tieni presente che i giornalisti dipendenti sono solo 10.000 in tutta Italia, un nulla, con poco turn over, i posti a disposizione quindi sono pochissimi.
Scegli un'altra strada.  Auguri
Carlo Panella

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Oggigiorno tutti hanno spirito. Dovunque si va non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti. E' divenuta una vera peste.
Oscar Wilde

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