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politica interna
11 luglio 2016
Il guardiano del parco
politica interna
16 giugno 2016
Sesto Fiorentino ombelico di Firenze
Un tempo a Firenze s'era l'ombelico d'Italia.
Ad un rutto di Renzi accorrevano giornalisti da tutta Italia per saggiarne i sentori.
Oggi siamo tanto immiseriti da star dietro alle vicende di Sesto Fiorentino.
Sconforto, desolazione, ma una nota di informazione andrà pur considerata.
A Sesto Fiorentino ha sempre governato il PCI. Come nel resto dei comuni intorno a Firenze che sono detti la "piana fiorentina".

La pratica amministrativa del PCI è andata nei decenni consolidandosi come una gestione clanica del territorio e delle risorse pubbliche.
Le concessioni edilizie venivano rilasciate per fare cassa con una disinvoltura che ha disegnato quel territorio come un'affascinante sequenza di: casa, casa, capannone, campo coltivato, edificio pubblico, campo incolto, casa, casa, capannone, industria, campo coltivato, esercizio pubblico, capannone, capannone, discarica abusiva, casa e così via senza soluzione di continuità.
Nonostante tutto questo i sestesi e gli abitanti della Piana hanno continuato a votare il PCI con percentuali che almeno in Bulgaria potevano giustificare con la repressione del regime.
I dirigenti del PCI ricambiavano costruendo su quel consenso una carriera che prevedeva dopo il Comune (consigliere, poi magari sindaco o assessore) un passaggio intermedio in Provincia o Regione, ma soprattutto - per i più alfabetizzati ed in grado di mangiare almeno con le mani - la destinazione Roma in qualità di onorevole o senatore della Repubblica.
Per agevolare questo tipo di carriera era gradito l'accondiscendere alle richieste fiorentine, laddove stavano quelli che potevano aprire le porte del sogno romano, e quindi accettare che la piana divenisse lo sgabuzzino di tutto quello di cui Firenze aveva urbanisticamente bisogno, ma non sapeva dove mettere.
Questo è.
E questo è bene che si sappia.

Oggi, l'ultima generazione di quella genia di amministratori che in nome di questo tipo di gestione ha costruito la propria carriera, s'è vista interrompere il sogno dal precipitare di eventi che hanno trovato nell'ascesa di Renzi il loro compimento.
C'erano, a Sesto e nei dintorni, dirigenti e amministratori con l'ambizione - neanche troppo inconfessata - d'andare a Roma o almeno in Regione. E invece nulla.
Ecco quindi che coloro che in nome di quell'antica abitudine pattizia ("voi fate nella piana quel che vi serve, noi in cambio facciamo carriera grazie al partito") avevano accettato che qualunque opera insistesse sul proprio territorio, rinnegano oggi quanto avevano dato per buono un tempo.
Il termovalorizzatore a Sesto Fiorentino.
Sarebbe andato bene e benissimo se il cursus honorum di qualcuno avesse potuto compiersi come da attese.

Ma è arrivato Renzi con la sua rottamazione e quel cursus si è interrotto.
Ed ecco che il termovalorizzatore ha iniziato a non andare più bene a chi lo aveva prima sostenuto.
Ma tanto a quel punto la rottamazione aveva portato al governo locale un'ambiziosa sostenitrice di Renzi e quindi la cosa avrebbe potuto risolversi comunque. La sostenitrice era tanto ambiziosa però, quanto poco all'altezza. E con la sufficienza che spesso s'accompagna alla boria (dalla quale molti renziani son tutt'altro che immuni e a cui sovente non mancano d'aggiungere una discreta dose d'ignoranza, quella vera) i renziani hanno perso il Comune, battendo una sonora musata. E creando le premesse per la situazione di oggi.
In cui c'è un giovane esponente della sinistra a sinistra del PD che prima era a favore del termovalorizzatore, perché stava con il sindaco dell'epoca che ancora coltivava le proprie ambizioni di carriera, e che oggi - nove anni dopo - dice che vuole bloccarlo.
In cui il renzismo mostra tutti i limiti di quel che significa avere opinioni forti, ma un pensiero debole (Dio benedica Raffaele La Capria).
In cui un giornale - di cui certo non sono io l'avvocato - che punta i riflettori su questa vicenda viene irriso da alcuni in un modo che dà l'idea di come l'arroganza (e l'ignoranza) non siano patrimonio esclusivo dei renziani.

Alla fine, a me, fotte pure poco di tutta questa storia.
Mi dà solo fastidio il balletto delle ipocrisie.
15 febbraio 2016
Arbiter
Che fosse abile lo si capì quando ci vendette persino la storia del suo passato da arbitro.
Matteo Renzi.
Lui faceva l'arbitro. E l'arbitro è becco per definizione. Non è il sogno di un bambino, fare l'arbitro. In genere il sogno di un bambino è fare l'attaccante. Poi capisce che non sarà il suo destino quando, al pari o dispari per fare le squadre, viene sempre scelto per ultimo. E ancora più tremendo è quando lo barattano. "Hey! Noi vi si dà lui e quest'altro (laddove quest'altro è il classico bambino che pur se vorrebbe giocare a pallavvolo con le bambine, per timore di ritorsioni gioca a calcio, ma fa cacare) e voi ci date lui (un mediocre medianaccio, ma pur sempre credibile)". E immaginate che dolore lasciare la squadra che un attimo prima vi ha scelto (in realtà vi ha accettato), perché siete stato barattato insieme al bambino con le Superga che vorrebbe giocare a pallavolo, in cambio di un butterato di terza media. Sono queste cose che uccidono i sogni dei bambini. Che poi a quel punto diventano arbitri.
Renzi riscattò questa storia di infanzie sofferte, facendoci credere che arbitro è bello. Perché l'arbitro decide. E lo fa rapidamente, si assume responsabilità. Ed è lì, solo, mentre tutti gli danno di becco.
Un titano. Un gigante di abnegazione. Di forza d'animo. Capace di andare contro tutto e tutti pur di fare rispettare le regole.
Ed ecco che Renzi trasforma la potenziale debolezza di mostrare un passato da bambino sfigato, nella forza di presentarsi come uno che sa prendersi delle responsabilità.
E io lo ammiro.
Non perché mi sia bevuto la cazzata dell'arbitro titano. Ma perché penso che quel bambino che veniva così orrendamente barattato, è oggi Presidente del Consiglio.
Anche se, a pensarci bene, la cosa mi fa un po' paura.
30 dicembre 2015
[dal Corriere Fiorentino] La sottile differenza tra leggerezza e superficialità

“Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore”. Lo diceva Italo Calvino.

Matteo Renzi, ieri in conferenza stampa, ha chiuso trattando con grande leggerezza il tema di una possibile amnistia “Non credo che sia all'ordine del giorno nel dibattito politico italiano. Non è sul tavolo”.

Andando sul sito del Ministero della Giustizia si possono leggere le statistiche, aggiornate al 30 novembre di quest’anno, sulle condizioni di sovraffollamento delle carceri italiane. A Sollicciano, per rimanere nella città di cui Renzi è stato sindaco, ci sono 693 detenuti. La capienza ufficiale segnala come limite 494. A San Gimignano non va molto meglio: 349 detenuti dove dovrebbero starcene al massimo 235. E non servirà andare oltre per iniziare ad avere il dubbio che nelle parole del presidente del Consiglio vi fosse, più che leggerezza, un po’ di superficialità.

La stessa superficialità con cui si considera esaurita l’attenzione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sul caso delle carceri italiane. E’ vero che la Cedu ha dichiarato irricevibili una serie di ricorsi presentati da alcuni detenuti contro lo Stato italiano. Ma lo ha fatto in attesa di una verifica approfondita della situazione. Sarà infatti il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, a valutare l’effettiva funzionalità degli strumenti messi in campo dall’Italia per evitare, di qui in avanti, quello per cui è già stata condannata in passato: l’aver inflitto trattamenti inumani e degradanti a persone detenute.

Lo strutturale sovraffollamento delle carceri italiane, e la necessità di misure rapidamente efficaci per evitare che questa situazione d’illegalità prosegua, sono temi che sono quindi ben sul tavolo. E lo sono a prescindere dalle comode scelte del governo, che sul fronte giustizia ha rinunciato ben volentieri ad ogni velleità rottamatrice per una più cauta gestione dell’esistente. E lo sono anche a prescindere dalla barbarie della propaganda di antieuropei e manettari nostrani (curiosamente si rilevi come le due categorie si accompagnino spesso insieme, dalla Lega a Grillo). Quelli che non vogliono accettare che la certezza della pena per chi delinque, non possa che essere certezza di un pena giusta. E non illegittimamente aggravata da condizioni inumane e degradanti.

E’ un punto logico all’apparenza sottile, ma fa una grande differenza. La stessa che passa tra leggerezza e superficialità.

televisione
15 dicembre 2015
Il giochino dei titoli e gli opposti benefici

Se c'è un paese che con la libertà ­ha un rapporto schizofrenico, questo è l'Italia. Capace di far convivere nel proprio stesso nome evocazioni d'anarchia e burocrazia, laissez-faire e statalismo, grandi passioni ed infinite rassegnazioni. Con un'unica linea di coerenza, quella di trovarsi sempre ad una delle estremità possibili. Guai rammentare invece la necessaria controparte della libertà: la responsabilità. Per quella non c'è mai tempo.

La libertà di stampa non fa eccezione. Spesso si rammentano classifiche internazionali in cui ci posizioniamo dopo il Congo, ma di contro chiunque può rammentare che siamo abituati a leggere titoli che nemmeno nella Sodoma dei bei tempi andati. Tra i pochissimi paesi al mondo abbiamo un ordine dei giornalisti, salvo poi scoprire che non serve a un granché. Periodicamente c'è chi proclama di volerlo abolire, come Grillo, se non fosse che i suoi deputati partecipano proprio ad iniziative indette da quello stesso ordine.

E potremmo andare avanti fino ad arrivare alla Leopolda dell'altro giorno, dove è andato in scena il giochino di far votare ai leopoldini e alle leopoldine i titoli di giornale ritenuti più bugiardi nel raccontare l'azione del governo. Tra i quotidiani più rammentati dai sostenitori del Presidente del Consiglio figura Il Fatto Quotidiano, i cui giornalisti si sono risentiti facendo presente che questo è un insulto alla libertà, e ancor prima all'onorabilità, del loro lavoro. Loro e di quello del loro direttore, Marco travaglio, che in questi giorni gira l'Italia con il suo show dal titolo molto efficace “Slurp”, in quanto dedicato ai giornalisti, scusate se si è filologicamente corretti, leccaculi. Con tanto di nomi, cognomi e un caro saluto all'onorabilità.

Ma di tutta questa vicenda a noi preme guardare il riflesso politico. Con la speranza di sbagliarci nell'immaginare che – al di là dei fini ludici del sondaggio della Leopolda – vi fosse in fondo la volontà di provocare e riproporre uno schema che è stato la fortuna politica di Silvio Berlusconi per tanti anni. Ovvero quello di occupare il centro della scena grazie agli attacchi demonizzanti di una parte della stampa e dei media. Un gioco di mutuo scambio e mutua convenienza. Perché così come questo schema ha giovato a Berlusconi, così ha garantito rendite di posizione ad ampie schiere di giornalisti specializzati nell'antiberlusconismo militante.

Pochi giorni fa Paolo Mieli, a colloquio con Eugenio Scalfari, salutava con favore la scelta di Calabresi come nuovo direttore de La Repubblica, quasi a sancire il passaggio ad una fase politica diversa. Ecco, speriamo che si vada avanti su questa strada. Perché tornare all'antico non farebbe bene a nessuno. E francamente, sarebbe pure parecchio noioso.

dal Corriere Fiorentino di martedì 15 dicembre

danza
4 dicembre 2015
Calzini e destini
Campagna per le comunali fiorentine. E' il 2009.
C'è questo evento organizzato dalla nostra lista. Sinistra per Firenze. Partecipa Nichi Vendola e Renzi viene a portare un saluto.
A fine serata si ferma a fare due chiacchiere e gli presento Sofia e Mila.
Lui inavvertitamente chiede loro: "Vado bene vestito così?".
Mila guarda la giacca color blu Oltrepò pavese e si mette direttamente a ridere. Sofia adocchia la cravatta dorata e, donna d'onestà intellettuale altissima, risponde sincera: "No".
Ci rimase male.
Niente mi toglie dalla testa che fu allora che mi giocai il mio futuro politico.


vita da impiegato
26 novembre 2015
Scontrini e carriere
Io il libro di Davide Vecchi dedicato a Renzi l'ho pure comprato.
S'intitola "L'intoccabile". Vecchi è un giornalista - credo - che scrive sul Fatto Quotidiano. Uno di quei giornali che affronta gli argomenti con la convinzione che il giornalista debba essere come il magistrato. Ossia debba formulare un'accusa. E poi insistere.
In altre parole. Il Fatto Quotidiano non si pone la domanda "Ciuffoletti è uno stronzo?". Sì, no, vediamo. Il Fatto Quotidiano assume che "Ciuffoletti è uno stronzo". Punto. Dopodichè svolge la propria accusa. Reiterandola ogni giorno, con scarsa possibilità di replica da parte dell'accusato.
Questo giochino, peraltro, viene fatto in collaborazione costante con procure che girano al Fatto indiscrezioni che il Fatto rilancia ed amplifica, secondo quel meccanismo perverso per cui l'amministrazione della giustizia e la corretta informazione cedono il passo all'autopromozione di giornalisti e magistrati in carriera.
Se infine, come nel caso della sega mentale sugli scontrini delle cene di Renzi, viene fuori che nè la procura, nè la Corte dei Conti ritengono vi sia nulla di rilevante, la soluzione è semplice. Invece di dire che si è presa una cantonata, basta dire che Renzi è "intoccabile". Et voilà.
Ecco, io non sono un fan di Renzi.
Ma questo modo bieco di fare informazione mi fa cacare.
Ovviamente non auguriamo a questo Vecchi una lunga e proficua carriera.
Perchè tanto la avrà.
Amen.
18 settembre 2015
[dal Corriere Fiorentino] Trogolema

Sabato, alla festa dell'Unità di Firenze, D'Alema se l'è presa, fra svariati altri s'intende, anche con Angelo Panebianco, colpevole di aver scritto un editoriale in cui individuava nella battaglia sulla riduzione fiscale, l'arena dove si combatte e si combatterà “una battaglia per l'identità della sinistra”.

E dire che proprio la risposta di D'Alema, ad una domanda sulla giustezza o meno di una politica di riduzione delle tasse, è stata dedicata ad inquadrare l'annuncio di Renzi sulla cancellazione della Tasi come una proposta sbagliata, perché non di sinistra. Una questione che ha richiamato esattamente il punto di un'identità politica che non si può tradire. D'Alema ha quindi confermato la bontà dell'analisi di Panebianco nel momento esatto in cui se la prendeva con lui.

Ma al di là di questa involontaria finezza logica, la chiave dell'analisi di D'Alema sulle scelte di riduzione fiscale conferma anche l'altra parte dell'analisi di Panebianco. Ovvero quello di un atteggiamento ideologicamente ostile alla riduzione delle tasse da parte di quella sinistra di cui D'Alema fa parte. E si potrebbe aggiungere anche che si tratta di un'ostilità che è tale non è solo ideologica, ma anche piuttosto rozza e demagogica.

“Perchè se tu metti i soldi in tasca ai ricchi, non è che quelli vanno dal droghiere. Li investiranno, da qualche parte, magari all'ester … non lo so”. Questo è uno dei passaggi meno azzeccati di quella risposta. In cui tuttavia emerge chiaramente che tagliare le tasse non si può perché poi si tagliano anche ai ricchi e questo non è di sinistra. Ora però bisognerà chiarirsi, anche qui, su un punto logico ineludibile. Le tasse se le riduci, le riduci a quella parte di cittadini che le pagano (in Italia non sono moltissimi, ma insomma ancora qualcuno è rimasto). Di solito chi le paga ha un reddito (e anche questo non è banale). E se il suo reddito è alto pagherà più tasse. E se le riduci, potrebbe capitare di ridurle anche a lui. Questo spero lo si possa accettare anche nella sinistra di cui parla D'Alema. Così come s'accetterà di dover dare buono, fino a prova contraria, che anche chi guadagna molto (e in Italia i contribuenti che dichiarano più di 100mila euro di imponibile Irpef sono poco più dell’1 per cento del totale) lo fa in modo legittimo e fa parte anche lui del consesso civile. E magari va pure dal droghiere (anche perché da certi droghieri è bene presentarsi con conti solidi, visti i prezzi).

L'Italia ha un debito pubblico molto alto, un Pil che non cresce, un'evasione fiscale intollerabile quasi quanto la pressione fiscale su coloro che le tasse le pagano. Ma poi si scopre che il problema sono i ricchi che dichiarano il proprio reddito, ma non vanno dal droghiere. Io non lo so se questo è un atteggiamento post-comunista o meno. Ma mi pare piuttosto trogloditico.

dal Corriere Fiorentino di mercoledì 16 settembre

vita familiare
23 luglio 2015
[dal Corriere Fiorentino] Non si può dire, è berlusconiano

“Voglio abbassare le tasse”. Non si può dire, è berlusconiano. “E' ingiusto usare le intercettazioni come arma di diffamazione”. Non si può dire, è berlusconiano. “Alle giuste condizioni, ma i magistrati devono essere responsabili dei propri errori”. Non si può dire, è berlusconiano. “Mi piacciono le belle donne”. Non si può dire, è berlusconiano. Tanto che se uno non lo conoscesse, questo Berlusconi non potrebbe che rimanere subito simpatico.

Siamo alle solite. Il Presidente del Consiglio, stavolta Matteo Renzi, annuncia dalle telecamere della Rai che intende stipulare un patto con gli italiani. E qui varrà forse la pena chiarire che Renzi, in materia, ha già maturato esperienza in proprio. I fiorentini ricorderanno i 100 punti con cui Renzi si candidò alle primarie per il sindaco di Firenze, vincendole. Sicuramente non ricordano quali erano quei 100 punti, né quali siano stati effettivamente realizzati, ma ricordano l'essenza contrattuale di quella proposta. “La vera cifra del renzismo non sta in nessuno di quei 100 punti – scrivemmo all'epoca su queste pagine - ma proprio nel loro essere contratto, la formalizzazione del rapporto diretto fra Renzi e i fiorentini. Forma e al tempo stesso sostanza del populismo civico”.Era un Renzi che già guardava senza imbarazzi a formule vincenti che in Italia, certamente, Berlusconi aveva usato per primo, ma che fuori dall'ombelico peninsulare erano bagaglio di tanti e tantissimi. E non servirà scomodare John Locke per far pure presente che si tratta di ispirazioni venute da lontano.E lo stesso Renzi, già all'epoca, si vantava di aver ridotto le tasse in Provincia, facendo peraltro sorridere coloro che, alla meglio, da quella riduzione avranno risparmiato gli spiccioli per un caffè. Eppure era simbolicamente qualificante far presente che lui non giocava al giochino per cui ridurre le tasse non si può perché è di destra, mentre pagarle, considerandolo bellissimo, è di sinistra.Sono passati svariati anni e molte cose sono cambiate. Quel che non è cambiato è il riflesso manicheo di tanti. Ma non è cambiato nemmeno l'andamento della pressione fiscale: sempre inevitabilmente cresciuta. Per ridurre le tasse servono le coperture, per trovare le coperture servono risparmi, per risparmiare occorre evitare di spendere male i soldi che si chiedono ai cittadini. In certi casi occorre tagliare. Il tutto rispettando i vincoli europei.Non è affare da risolversi per slogan insomma.Ecco, quel Silvio Berlusconi di cui dicevamo sopra, in questa missione non è mai veramente riuscito. E' stato quello il suo limite più grande. A Renzi raccogliere una sfida difficilissima. Dal fronte meno comodo per condurla. Se poi ve n'è uno.

dal Corriere Fiorentino di mercoledì 22 luglio

22 luglio 2015
[A Firenze] C'era una volta il Renzi
Vi fu un tempo in cui a Firenze s'era il bellico del mondo. Erano i tempi del Renzi.
Matteino faceva un rutto ed ecco tre telecamere, un corsivo di Gramellini, un rutto più forte di D'Alema e la Bignardi a sentire se odorava di cipolla.
E noi fiorentini felici ed orgogliosi.
Perchè dopo una vita spesa a specchiarci negli occhi sgranati del solito turista, anche la nostra atavica presunzione ch'egli stesse guardando noi quanto siam belli, invece che il Duomo, iniziava ad incrinarsi. Iniziava ad affiorare il dubbio che forse non s'era poi così belli come c'era sempre stato insegnato a credere.
E invece l'onda renziana aveva rinsaldato la convizione che noi siamo i meglio di tutti. Fiorenza tornava a prendere il posto che le spetta di diritto. Al centro del mondo e in culo a Niuiòrc, Londra e chi cazzo è Parigi che noi di Parigi si conosce solo Narciso.
Oggi invece siam tornati d'improvviso agli anni d'oro in cui non contavamo un cazzo. Matteino nostro è a Roma che stringe patti con gli italiani e noi non ci caca più nessuno. Eppure ci si prova ad attirare un po' d'attenzione. La zingara che caca, il marocchino che piscia, quegli altri che trombano per strada. Ma nulla. Che tanto ormai gli zingari caconi ce l'hanno tutti. Non funzionano più.
Ma la vita va avanti. E per non cadere in depressione noi stessi fingiamo di riappassionarci a quel che speravamo di aver dimenticato. La piana di Firenze covo dei soliti, inossidabili, sempre loro comunisti. Il Gianassi, il Chini, il Chini, il Gianassi, il Gianassi, l'acqua calda, la mi'nonna con le ruote che era un carretto, quella cazzo di mitologia di falci, martelli e due palle così. Suvvia, diciamoci la verità. Se uno è un genio a raccontare quelle storie come Pilade Cantini o, più in piccolo, Roberto Benigni allora sì. Ma riviverle oggi no.
E invece stamani leggo in giro i commenti per il fatto che a Sesto Fiorentino hanno sfiduciato il sindaco. Una notizia che qualche anno fa avremmo conosciuto solo in caso di prolungatissima cacata con annessa lettura di quotidiano locale e che invece viene oggi sobriamente paragonata alla distruzione di Sodoma e Gomorra, gente che invoca la giustizia divina, isteria collettiva, cani e gatti che vivono insieme.
Mi sale la depressione.
Credo che riaprirò la rubrica di zia Tommasa come forma di ribellione nonviolenta.
Andate tutti affanculo.
20 luglio 2015
[dal Corriere Fiorentino] L'importante è stare divisi.

A Sesto Fiorentino ci sono i ribelli. Che a leggerla così, la notizia pare subito ammantarsi di un'aura di fascino proibito. E invece si tratta di otto consiglieri comunali della maggioranza, di sinistra ça va sans dire, che intendono sfiduciare il sindaco, nella persona di Sara Biagiotti, eletto meno di un anno fa col loro sostegno. Motivazione ufficiale “la città è ferma”.
In attesa che Sesto si muova al ritmo del commissario prefettizio, a Milano si dimette il vicesindaco Ada Lucia De Cesaris, che dice addio a Pisapia. “Difficoltà insormontabili” dice lei a pochi mesi dalle elezioni. E dalla capitale morale a quella reale il passo è breve e le dimissioni identiche. A Roma il vice di Ignazio Marino, Luigi Neri, di Sinistra Ecologia e Libertà, si dimette “per amore della città”.
Di capitale in capitale, ad Atene il compagno Tsipras è alle prese non solo con un rimpasto di governo ed una nuova maggioranza a sostenerlo, ma è oggetto di attacchi nient'affatto velati da parte del suo ex ministro Yanis Varoufakis, che sostanzialmente lo accusa di non essere tosto come lui, che ha il giubbino di pelle per andarci in moto e non come Renzi per andarci dalla De Filippi.


Al netto della distanza che passa tra Atene e Sesto Fiorentino, lasciando stare il povero Trotsky e dando per buono che ciascuno dei succitati protagonisti abbia le proprie ottime ragioni per fare ciò che fa; rimane sempre quel dubbio strisciante che, in fondo in fondo, perso per strada l'operaismo, abbandonato Marx, caduto il Muro, l'unico tratto che unifica la sinistra sia la divisione.
Del resto da qualche decennio lo slogan più in voga a sinistra è che qualcos'altro è sempre possibile. Un altro mondo, un altro paese, un'altra città, un altro condominio, un altro bilocale in zona centro. Ma soprattutto un'altra sinistra è sempre possibile. Poco importa che sia anche poco probabile. Poco importa che alla fine, invece della sinistra possibile, si materializzi il grillino inatteso di Livorno o il Toti che governa la Liguria.

Chi rinuncia ai propri sogni rinuncia a vivere, scrivevamo un tempo sui diari di terza media. E a sinistra si continua a sognare. E chissà che alla fine non avesse ragione il Sepulveda che scriveva “Quando vivi intensamente, capisci presto che la cosa più facile, più normale, è il fallimento, ma solo dai fallimenti ricavi una lezione. La nostra generazione è segnata dai fallimenti, eppure si potrebbe dire che proceda di sconfitta in sconfitta fino alla vittoria finale”.
Sepulveda fa il poeta, non il politico. In bocca al lupo per la vittoria finale.

dal Corriere Fiorentino di domenica 19 luglio


DIARI
6 luglio 2015
[#BentornataUnità] In bocca al lupo
Un giorno scrivi che Renzi è fascista.
Il giorno dopo chiudi.
E il giorno dopo ancora ti ritrovi Erasmo D'Angelis direttore.
?#?bentornataUnità? e in bocca al lupo.
20 maggio 2015
[dal Corriere Fiorentino] Salvini e il Karaoke

Come il vecchio Karaoke. Quello di Fiorello, non la sua triste e recente riedizione. Quel circo itinerante che riempiva le piazze di tutta Italia nel 1993. Fiorello faceva il mattatore, qualcuno cantava insieme a lui, tutti accorrevano in piazza alla registrazione del programma per poi riguardarsi a casa, alle 20.00, in prima serata.

E' lo stesso format della campagna elettorale salviniana in Toscana. Salvini è lo showman col seguito di telecamere, i candidati locali sono i concorrenti che lo affiancano, e a fare da pubblico accorrono sostenitori e contestatori. Che poi si riguardano al Tg Regionale e se va bene anche a quello nazionale. Solo che al posto delle canzoni c'è una violenza verbale e purtroppo a volte anche fisica, a fare da collettrice d'attenzioni.

E' l'effetto falena, quello che all'accendersi di ogni telecamera attira verso la luce qualsivoglia sorta di aspirante presenzialista, eccita ogni cacciatore di 15 secondi di popolarità, rianima la sonnacchiosa provincia che vive l'arrivo di Salvini come lo sbarco del circo Barnum in periodo d'audizioni per il nuovo fenomeno da esibire. E non si sottraggono i lanciatori d'oggetti, i funamboli del centro sociale, stagionati impiegati per rivoluzioni parastatali e persino consiglieri comunali d'ogni sorta, Partito Democratico compreso. Comparse anch'esse necessarie allo show. Non serve nemmeno scomodare la categoria degli utili idioti.

La violenza, predicata o praticata, è ingrediente necessario del format, che serve a tenere alta l'attenzione mediatica, di cui peraltro si alimenta, in un circolo che più vizioso non si potrebbe. Questo non significa sminuire il portato politico della Lega di Salvini, così come del suo predicare; tanto più efficace proprio per la condizione d'impotenza in cui si trova quel che resta di Berlusconi e dei suoi. Si potrebbe infatti notare come l'alzare i toni di Salvini sia efficacissimo anche sul piano politico, grazie al vuoto in cui langue ogni alternativa a destra. Con i media berlusconiani ormai in preda alla paranoia dello zingaro e dell'immigrato birbone, con Brunetta che s'inventa capopolo astioso che gode delle sentenze contro la legge Fornero (da lui peraltro votata) il tutto dopo mesi al governo con Letta ed altrettanti di Patto del Nazareno. Rincorrere Salvini sul suo terreno è una meravigliosa esibizione del masochismo tipico di chi è privo di idee, di bussola e di Silvio. E questo al netto del profilo, degnissimo, del candidato governatore di Forza Italia in Toscana.

Salvini gioca a fare la lepre. E un po' ricorda il primo Renzi. Quello rottamatore duro e puro. Da un punto di vista mediatico è l'unico che ha raccolto l'eredità del format renziano, trasportandolo dalla Leopolda in un luogo di confine tra i salotti tv e una curva da stadio. E sarà facile notare come sovente, nel corso della Seconda Repubblica, la differenza tra i due luoghi sia parsa piuttosto labile.

Tuttavia la rincorsa a celebrare il salvinismo sconta anche l'ansia tipica italiana di acclamare sempre il vincitore annunciato o quello che per tale si presenta. Le previsioni sul suo successo vanno depurate da questo dato strutturale. Il tutto in attesa delle elezioni del 31 maggio. Le ennesime della repubblica del video.

dal Corriere Fiorentino di martedì 19 maggio

cinema
14 maggio 2015
[Io sono Renzi] Renzi per sempre
CULTURA
8 maggio 2015
[Lungarno] Maggio

Non sono giorni facili per chi soffre d'amore. Maggio, gli uccellini, gli alberi in fiore, la droga, i gatti in calore, i matrimoni degli amici, gli addii al celibato degli amici, andiamo tutti a vedere uno spogliarello, che tristezza. Le gonnelline, le braghette di tela, gli occhiali da sole, le americane in ciantelle come a dicembre, la droga, i pomeriggi nei giardini pubblici, gli aperitivi, i giri in bicicletta, la bicicletta rubata, le maledizioni a questi ladri maledetti, la bicicletta ricomprata dove rivendono biciclette rubate. Il primo maggio, la festa dei lavoratori, un giorno all'anno, gli altri 364 bona merde, la droga, le gite fuoriporta, le sagre, le elezioni, la Fiorentina che vince, la Fiorentina che perde, quello lo segnavo anche io disse quello sbrodolandosi la birra sulla panza.

In fondo una speranza: amor vincit omnia. In certi casi va bene anche un pareggio, perché l'amore è un gioco strano. Brutto, sporco e cattivo. La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. L'amore è la continuazione della guerra con altri mezzi ancora. Armatevi e spartite. E che nessuno rimanga scontento. Se poi si lagna troppo, allora che sia rott-amato. Mi manca Matteo Renzi.

Vorrei poter invecchiare come lui. Arrivare a 85 anni con 15 pensioni da riscuotere in nome del ricambio generazionale. Un po' ingobbito, con gli occhiali, il sereno distacco di chi accetta questo paese per quello che è. Finalmente adulto, ma in fondo sempre birichino. Un divo. E una pacca sulle spalle a tutti quelli morti con l'ansia di non morire democristiani.

“Fonderò il partito dell'amore” mi ha detto Lapo, mio marito, l'altra sera indossando mutande rosse di capodanno. Gli ho fatto notare che dopo Moana e Berlusconi, non vedo futuro per un simile progetto. Lui non si è scoraggiato e ieri è tornato da San Lorenzo indossando una maglietta con sopra il faccione di Maria Elena Boschi e dietro quello di Francesco Bonifazi. “Sono per la parità di genere” mi ha spiegato serio. Quel ragazzo inizia a preoccuparmi.

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Oggigiorno tutti hanno spirito. Dovunque si va non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti. E' divenuta una vera peste.
Oscar Wilde

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