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12 febbraio 2016
Sanremo autobiografia della nazione
Sono quelle battute che si fanno così. Chiaramente esagerate.
Lo sai te e lo sanno tutti, che non l'hai fatto davvero.
Io invece l'ho fatto. L'ho fatto davvero.
Ho guardato Sanremo e ho pensato ai danni storiografici fatti demonizzando il fascismo.
Facendone una parentesi d'errore nella storia di questo paese. Una lacerazione casuale dello spazio-tempo. Che ha portato in Italia i fascisti da Marte.
No. No, eravamo noi.
Guardando Sanremo ho capito che non si può fare finta di non sapere che il fascismo è stato autobiografia della nazione.
Così come non si può fare finta di non sapere che tanta Italia è, oggi, quella che anima Sanremo. Quella stessa autobiografia che torna. Forse.
Poi son tornato a casa e ho aperto Facebook per scrivere questa cazzata. E ho capito che invece quello che anima Sanremo, forse, è soltanto il timido partecipare al protagonismo diffuso del commento al troppo facilmente commentabile. L'infamata all'esibizione horror dei Pooh, la crudeltà scheccata sulle coscine di Arisa. Troppo, troppo facile. E tutti insieme ci si commenta e ci si legge. O meglio, ciascuno legge i propri di commenti. Quelli degli altri son troppi. Ne leggi giusto un paio ogni tanto e maledici quelli banali.
Insomma Sanremo mi fa pensare al fascismo, all'Italia, alla solitudine.
Guardarlo mi ha fatto soffrire.
Spero finisca presto e di non doverlo vedere mai più.
letteratura
21 dicembre 2015
Bang, sei morto
Di tutti gli aspetti dell’esilio il silenzio era quello che meno mi attraeva. Altre cose non erano poi così sgradevoli. L’esilio risarcisce la persona messa al bando offrendole in cambio una serie di opportunità. Per esempio, ogni giorno potevo dedicare un po’ di tempo alla meditazione. E questa era una parentesi sempre piacevole, giacché non c’era niente su cui meditare. Ogni giorno aggiungevo una nuova parola al mio vocabolario, scrivevo una lettera a una persona cara, imparavo a memoria il nome di un presidente degli Stati Uniti e gli anni del suo mandato. Semplicità, ripetizione, solitudine, risolutezza, disciplina e ancora disciplina. Tutto questo aveva i suoi benefici, cose che non mi avrebbero aiutato a diventare più forte; il piccolo monaco fanatico che viveva aggrappato al mio fegato andava a nozze con questi frammenti di ascetismo. E poi c’era il fattore geografico. Eravamo nella periferie della periferia del nulla, circondati da un terreno roccioso così piatto e brullo che evocava immagini da fine della storia e una meravigliosa sensazione di distanza che mi incendiava l’anima. Era facile pensare che, in quel posto sperduto dove gli uomini pronunciavano la parola civiltà con voce malinconica, io fossi necessario al compimento di un crimine terribile.
L’esilio è un luogo reale, un luogo con pochi corpi molti sassi, è solo l’estensione (la confezione) di un altro esilio, lo stato di chi è separato da quel che rimane del nucleo della propria storia. Il Texas occidentale aveva per me qualcosa di consolatorio. Ricavavo piacere persino dai quotidiani supplizi sul campo. Sentivo che tutte quelle cose mi rendevano un uomo migliore, scioglievano le mie complessità, facevano di me un guerriero.
Il silenzio però era duro da sopportare. Aleggiava sulla terra e attraversava le lunghe pianure con grande lentezza, senza una vera meta. Era là insieme ai molli insetti neri, oltre l’estrema linea di edifici all’orizzonte., oltre i prefabbricati, la baracca di lamiera e la caserma del Rotc. Giorno dopo giorno i miei occhi scrutavano in tutte le direzioni e vedevano una terra intontita, invariabilmente spenta, una landa ridotta al silenzio dalle sue stesse origini nel caldo ruggente, nata morta, pietre piatte a segnare il luogo di sepoltura della memoria. Mi sentivo minacciato da quel silenzio. Nella mia stanza, a casa, durante i ritiri che seguivano episodi distruttivi di vario genere, non mi era mai capitato di fare caso alla quiete. Forse il silenzio viene dissipato dalle cose familiari, che parlano attraverso la loro antichità. All’epoca il mio unico timore era che mia madre, portandomi il pranzo, potesse dimenticarsi di fare delle osservazioni sul tempo. Ma adesso, i silenzi del vasto Ovest ardente avevano qualcosa di sinistro. Per qualche settimana decisi di astenermi dal mangiare carne.
Un giorno, verso i primi di settembre, cominciammo a fare un gioco che si chiamava Bang sei morto. Era di una semplicità estrema. In pratica non esiste bambino che non vi abbia giocato, in una delle sue varianti. La mano doveva assumere la forma di una pistola e sparare a chiunque passasse. Chi sparava doveva cercare di riprodurre come meglio poteva il rumore di un proiettile esploso. Oppure gridare “Bang, sei morto”. La vittima si afferrava una zona vitale del corpo e cadeva a terra, fingendosi morta. Nessuno sapeva chi avesse dato inizio a questo gioco, né quando. Una volta colpiti bisognava cadere a terra. Il gioco ruotava intorno a questo principio.
La cosa andò avanti per sei o sette giorni. All’inizio, naturalmente, pensavo che fosse una trovata molto cretina, anche per un gruppo di atleti annoiati come noi. Poi dovetti ricredermi. Improvvisamente, al di là della sua rozzezza, cominciai a vedere nel gioco un’affascinante complessità. Sfumature nascoste, oscuri piaceri, un potere evocativo tipico dei sogni più sconcertanti. Iniziai a uccidere in modo selettivo. Quando venivo colpito, mi lasciavo cadere sul pavimento o sul terreno con gesti lenti precisi, con espressività. Variavo le mie cadute, cercando il ritmo di qualcosa di imperituro. Una morte classica.
Non abusavamo dei poteri insiti in questo genere di gioco. L’unica carneficina si verificò nel corso del primo o del secondo giorno, quando le cose erano ancora informi, il potenziale non ancora valorizzato appieno. La sparatoria cominciò al secondo piano della residenza, poco prima dell’ora in cui per obbligo dovevavmo spegnere le luci, e proseguì lungo tutto il corridoio per poi scendere di una rampa: tutti che sparavano a tutti, uomini in mutande che rotolavano giù per le scale, energumeni nudi riversi sulle ringhiere. Un piacere che più vacuo non si poteva. A quel punti tutti, più o meno, capimmo che il gioco aveva qualcosa di meglio da offrire. Perciò lasciammo sbollire l’eccitazione e delineammo dei limiti non scritti.
Sparai a Terry Malden al tramonto, da una distanza di quasi quaranta metri, quando lo vidi comparire da dietro la cresta di una collina e dirigersi verso di me. Lui si portò le mani allo stomaco, cadde al rallentatore e rotolò lungo il pendio erboso, ruzzolando, rotolando il più lentamente possibile, muovendosi verso di me, lentissimamente, avvicinandosi inesorabilmente. Ruzzolò e venne a morire ai miei piedi mentre il sole pallido tramontava.
Uccidere nell’impunità. Morire nella celebrazione di antiche usanze.
In quelle giornate, quasi ovunque nel campus si sentiva l’eco di spari umani. C’erano vari modi di riprodurre il rumore: il modo comico, quello raccapricciante, quelle futuristico, quello stilizzato, quello circospetto. Ma tutti contribuivano a rompere il silenzio di quelle lunghe serate. Dalla finestra della mia camera mi capitava di sentire la debole eco di uno sparo e vedere in lontananza una sagoma solitaria che stramazzava al suolo. A volte non sentivo nulla, vedevo semplicemente la vittima che veniva colpita e cadeva avvinghiandosi attorno a un albero o crollava lentamente in ginocchio; anche un simile movimento isolato serviva a rompere il silenzio, la prolungata quiete di quell’ora del giorno. Era soprattutto questo a rendere piacevole il gioco: il fatto che riuscisse a provocare delle crepe nel silenzio che ammantava ogni cosa.
Ero particolarmente bravo a morire e per questo mi uccidevano spesso e volentieri. Barcollando raggiunsi i gradini della biblioteca e lì rimasi per diversi minuti, disteso sulla schiena tra il secondo e il settimo gradino, più o meno al centro della scalinata. Era una posizione molto rilassante, nonostante la durezza dei gradini. Sentivo il sole sulla faccia. Cercai di non pensare a niente. Più me ne stavo lì, più l’idea di rialzarmi mi appariva assurda. Il mio corpo si abituò ai gradini e il sole cominciò a sembrarmi più caldo. Ero rilassatissimo. Ero convinto di essere solo, di non essere osservato, e che nei paraggi non ci fosse nessuno. Dopo un bel po’ aprii gli occhi. Poco lontano vidi Taft Robinson che leggeva un periodico seduto su una panchina. Per un istante, in uno stato d’animo vicino all’estasi, pensai che fosse stato lui a spararmi.
Alla fine, tutti gli studenti tornarono per l’inizio delle lezioni. Non eravamo più soli e quindi il gioco finì. Ma ogni tanto ci ripensavo con affetto: per quelle sue scene di frammentaria bellezza, perché aveva contribuito ad avvicinare gli uomini per mezzo della loro irragionevolezza e della loro paura, perché ci aveva dato la possibilità di fingere che la morte potesse essere un’esperienza delicata e aveva aperto una breccia nel lungo silenzio.

Don De Lillo, End Zone, Capitolo 7
politica interna
14 febbraio 2008
[Veltroni non più solo, ma con Di Pietro e l'Udeur calabrese] Adesso sì che "We can"


Da qualche ora Veltroni non è più solo, ma insieme a Di Pietro e all'Udeur calabrese. Che questa sarebbe stata la fine lo si era già intuito. Uno che va da solo dice "I can", non "we can".
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