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CULTURA
13 luglio 2016
I bandi di Cosimo III, la Toscana medicea e i vini di qualità
"In Toscana il vino non ha svolto e non svolge solamente un ruolo produttivo e commerciale, ma durante i secoli è stato anche protagonista e stimolo di tante culture: dall'arte alla musica, dalla gastronomia alla letteratura". 
Così Giacomo Tachis, nella sua autobiografia, raccontava l'importanza del vino in Toscana.
Un'importanza che venne riconosciuta con un suggello di valenza storica già nel 1716, coi famosi Bandi del granduca Cosimo III dei Medici, di cui oggi si celebrano i 300 anni. Il primo, quello del 18 luglio, "sopra il commercio del vino", l'altro, del 24 settembre, "sopra la dichiarazione di confini delle quattro Regioni: Chianti, Pomino, Carmignano e Val d'Arno di Sopra". I due bandi avevano una funzione complementare. Erano infatti solo i vini che provenivano da questi territori quelli autorizzati ad essere commercializzati per la vendita "all'estero". Era il primo importante passo per promuovere una qualità produttiva ed un'adeguata protezione commerciale di quella stessa qualità, contro frodi e sofisticazioni. A tal fine la Congregazione, organismo istituito ad hoc, doveva vigilare affinché i vini "che sono commessi per navigare, siano muniti alla spedizione con la maggior sicurezza per la qualità loro, e tutto per ovviare alle fraudi".
Quei bandi, così importanti, furono figli non solo dell'illuminato volere del granduca, ma di un vero e proprio clima culturale che aveva fatto del vino un bene meritevole di ricevere le più alte attenzioni. Basti pensare al celebre volume di Francesco Redi, "Bacco in Toscana", pubblicato a Firenze nel 1685, che tra eleganze letterarie e dotte speculazioni filosofico-scientifiche, faceva del vino molto più che una semplice bevanda. E del resto il Redi, come molti altri a lui coevi, era allievo del grande Galileo Galilei, che al vino dedicò studi ed attenzioni che lo stesso Tachis, parecchi secoli dopo, teneva bene a mente.
Oggi celebrare i 300 anni di quei bandi non è solo giusto, ma lo si può fare anche con un pizzico d'orgoglio patrio. Specie considerando che gli ungheresi rivendicano, giustamente, che la classificazione dei loro terreni più vocati per la coltivazione della vite arrivò ben prima della celebre classificazione dei cru del Medoc e Sauternes-Barsac. Quest'ultima, infatti, avvenne come noto nel 1855. Quella dei vigneti di Tokaj-Hegyaljia è invece del 1772. Entrambe successive ai bandi di Cosimo III dei Medici.
Si può dunque legittimamente affermare che le prime norme per una produzione di qualità del vino sono nate in Italia. E più precisamente in Toscana. Un'eredità a cui cercare ancora oggi di essere all'altezza

letteratura
25 novembre 2015
Delle pene
Ogni volta che l'argomento "pena di morte" arriva sui media, ecco che i politici toscani scattano come molle a ricordare che: "nel 1786 il Granducato di Toscana fu il primo paese al mondo ad abolire la pena di morte".
E si sentono subito importanti.
Ora. A parte che non è stato merito loro. A parte che il Granducato di Toscana era governato da un austriaco. A parte che quel Granducato non esiste più dal 1860.
Ma la cosa divertente è che non rammentano mai che la pena di morte nel Granducato di Toscana fu sì abolita nel 1786.
Per essere poi prontamente reintrodotta, 4 anni dopo, nel 1790.
Adoro il provincialismo di noi toscani.
sessualità
30 giugno 2015
[Ri evoco] Il Medio Evo
Non c'è paese in Toscana che non faccia qualche rievocazione medievale.
Senza rendersi conto che il medio evo non ha bisogno di essere evocato.
Lo stiamo già vivendo.
Ricordatevi che dovete morire.

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permalink | inviato da inoz il 30/6/2015 alle 9:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sentimenti
31 marzo 2015
[Il sindaco di Pisa] Protesta per il logo
Il sindaco di Pisa, Filippeschi, dice la sua sul logo della Toscana ad Expo 2015.
Per dire cosa? Che il logo fa cahà? Che è ridicolo? Che era meglio un pene?
No.
Interviene per dire che non è giusto che in quel logo ci sia il cupolone di Brunelleschi e non la torre di Pisa e che in questo modo non si dà degna rappresentazione di tutta la Toscana.
E non è che scherza. E' serio!
Caro sindaco di Pisa. Lei ha ragione. Il logo della Toscana ad Expo 2015, così com'è, non rappresenta tutta la Toscana.
Per rappresentare tutta la Toscana bastava un logo molto semplice. Con una scritta di due sole immortali parole.
Pisa merda.

SCIENZA
27 marzo 2015
[Expo] A ciascuno il proprio logo
Il logo della Toscana ad Expo 2015.
Non è uno scherzo.

politica interna
6 febbraio 2015
[dal Corriere Fiorentino] Un Verdini è per sempre
Ha condotto le trattative del Nazareno e si sono ritrovati Mattarella Presidente della Repubblica. E così tanti forzitalioti, compresi, come sempre succede, quelli che fino a ieri non avevano mai mosso foglia contro di lui, ne chiedono la testa.
A chi la chiedono? A Silvio Berlusconi.
La testa in questione è quella di Denis Verdini.
Un rituale ormai consolidato. Nel quale ogni volta par di vedere tante Salomè che ballano per re Silvio. Ma considerato che Verdini non è esattamente Giovanni Battista e Fitto e Toti non sembrano avere il sex appeal della celebre figlia di Erodiade, viene il sospetto che anche stavolta Denis, la minaccia, riuscirà a scamparla.
Mentre scrivo Sergio Mattarella ha da poco giurato a Roma come Presidente della Repubblica alla presenza di un Berlusconi in riabilitazione. Più a nord, a Milano, il titolo Mediaset conferma il buon andamento degli ultimi mesi (al netto dell'iperattivismo di Sky) registrando un modesto, ma non banale aumento.
E se è vero quel che qualcuno dice di Forza Italia partito azienda, si consideri che in genere i proprietari di aziende tengono in gran conto coloro che i problemi non li sottopongono per un parere (ché a far quello son buoni tutti e Toti) ma li risolvono. Il come passa tipicamente in secondo piano. Tanto che poi si scopre, quasi sempre troppo tardi, che i problemi risolti oggi si sono annodati in nuovi problemi da risolvere domani. Per questo un Verdini è per sempre.
E Verdini è uno che i problemi è abituato a presentarli risolti. Urlando, se serve, battendo i pugni, se serve, ringhiando, ammonendo, punendo e facendo tutto quello che serve. Oggi tanto e domani di più. E Berlusconi non può non apprezzare. Preso com’è da mille problemi che riguardano le aziende, i giudici, la famiglia, Duddù, poter affidare ad un risolutore le questioni della politica spiccia non è sollievo da poco.
Anche in vista delle prossime regionali toscane è difficile immaginare che le carte del centrodestra, non stiamo parlando di quelle dei magistrati, le possa dare qualcuno che non sia Verdini. Che come al solito lascia che tutti si agitino, che danzino le Salomè, si candidino i Donzelli, sognino i barbari leghisti.
Perché il punto di fondo della logica verdiniana in salsa toscana ha ricevuto il suggello della legge elettorale varata insieme al PD. Evitati i collegi uninominali e portato a casa il miglior risultato di compromesso. Perché il punto è questo: il centrodestra è strutturalmente minoritario in Toscana (per dirla a là D’Alema), il miglior risultato possibile è perdere in armonia coi vincitori. E fino ad oggi nessuno lo ha smentito.
Autoavvera le proprie profezie. Mantiene la testa attaccata al collo. Risolve i problemi oggi. E prepara quelli di domani. Un Verdini è per sempre.

dal Corriere Fiorentino* di giovedì 5 febbraio
*versione leggermente diversa, per ragioni di spazio

politica interna
29 aprile 2014
[dal Corriere Fiorentino] Grillo. Ricordati che devi morire

Poco più di un anno fa Beppe Grillo faceva il suo comizio in una Siena sgomenta e preoccupata dalle inchieste sul Monte dei Paschi. Disse anche cose innegabili, tantomeno negabili di fronte ad un disastro che della politica è stato per tanta parte figlio diretto. Ma lo fece col piglio di urla violente contro pochi colpevoli, offrendo a tutti gli altri l’illusione di redimersi e sedersi dalla parte dei giusti urlando insieme a lui. Tanto investimento di voce gli valse, alle elezioni comunali di qualche mese dopo, la conquista di un seggio nel consiglio comunale di Siena.

Sabato scorso Beppe Grillo faceva il suo comizio in una Piombino sgomenta e preoccupata per la chiusura della fabbrica Lucchini. Ha detto cose piuttosto generiche contro il sindacato (che pure avrà le sue responsabilità) e contro la politica (che ci sta sempre bene), ma urlate con il solito piglio da Savonarola moderno e più ricco. Oltretutto nei suoi show di piazza, l’evocazione della morte ricorre ormai con una frequenza tale che verrebbe da rispondergli proprio come Troisi ai savonaroliani che gli ricordavano di dover morire; “mo’ me lo segno”. In realtà qualche piombinese a Grillo ha risposto con un cartello: “Troppo facile farsi vedere ai funerali. Non fate campagna elettorale sulla nostra pelle”. Il servizio d’ordine dei 5 Stelle, un movimento che del resto è abituato a considerare normali e giuste le censure che Grillo e Casaleggio impongono a deputati e senatori della Repubblica, ha provveduto a strapparlo di mano al piombinese che lo stava mostrando.

Vedremo quanti voti porterà questo comizio a Grillo alle comunali di Piombino e alle Europee. Certo quel cartello è stato rimosso, ma colpiva nel vivo. Perché farsi vedere troppo spesso ai funerali è abitudine da concedersi con moderazione, altrimenti finisce che qualcuno si accorge che è un giochino facile facile.

Perché qualche anno fa Beppe Grillo era ancora una volta a fare un comizio. Ancora una volta davanti ad una fabbrica destinata a chiudere. Uno zuccherificio, a Casei Gerola, in provincia di Pavia. E arringava i lavoratori di quello zuccherificio contro la politica bugiarda e l’infame Europa che aveva tolto i sussidi alla produzione di zucchero. Ebbene, solo pochi mesi prima, quello stesso arringatore di lavoratori in difficoltà, tuonava dalle colonne del proprio blog contro l’ingiustizia dei sussidi agricoli europei per la produzione di zucchero. “Zucchero di Stato” lo chiamava allora, denunciando la sconcezza di produttori inefficienti che stavano in piedi solo grazie ai sussidi.

In un paese senza memoria fare l’arringatore da funerale è mestiere redditizio. Ma in questo senso la Toscana, che pure avrà tanti difetti, potrebbe non essere il terreno più fertile per il predicare grillino.

4 dicembre 2013
[dal Corriere Fiorentino] Il tao e i capannoni
D ue giorni sono passati dal rogo di Prato. Due delle sette vittime sono state ad oggi identificate. Due le iniziative in loro ricordo (anche in ricordo di chi non ha ancora un nome): una, tenutasi ieri, della comunità cinese, l'altra oggi per volontà dei sindacati. Nell'intervista rilasciata ieri a Jacopo Storni sul Corriere Fiorentino da Matteo Ye, oggi intermediario culturale a Prato, si racconta che: «I lavoratori di queste fabbriche sono immigrati che provengono da zone della Cina profondamente povere (…) e fanno l'impossibile pur di guadagnare. Sono consapevoli di quello che fanno e lo decidono senza essere costretti da nessuno».
È una lettura della vicenda che rappresenta l'immagine che una comunità intende dare di sé. Ed è senza dubbio vero (anche se il concetto di verità va sempre usato con cautela) che la molla scattata 40 anni fa al grido di «arricchirsi è glorioso» è stata potentissima. Ed è altrettanto vero che le famiglie che ambiscono a cogliere i frutti della crescita economica scommettono tutto sui destini di chi arriva qua per arricchirsi.
Anche per questo è giusto guardare a quelle vittime senza ombre di malcelato fastidio. Ma poi bisognerà guardare alle sbarre che stavano alle finestre di quel capannone. Ad uno di quei corpi, carbonizzato nel vano tentativo di allungarvisi oltre, in cerca di una via di fuga. Non così muoiono uomini che si possano chiamare liberi. In qualunque lingua. E nemmeno muoiono liberi uomini privati dell'identità quando ancora erano in vita. Continuando a muovere specchi e ombre, la comunità cinese può continuare il gioco di nascondersi. Di mostrarci ciò che ritiene sia opportuno mostrarci di sé. Così facendo continueremo ad essere due comunità distanti, diffidenti, a tratti ostili. Un gioco senza sbocchi. Perché nascondersi non solo non è più possibile, ma non ha più senso. È vero, non è facile parlare la stessa lingua, ancora meno riuscire ad usare gli stessi concetti. Ma per quanto si possa essere lontani, per quanto la stessa struttura del nostro procedere logico possa essere diversa (un libro molto piacevole come Il tao e Aristotele di Richard Nisbett lo racconta bene) ci sono alcuni punti su cui esiste un linguaggio che non può non essere comune. Lo stesso parlato da Confucio (che ricorda tanto Kant quanto il miglior pensiero cristiano e cattolico). «La via (il tao) non è lontana dall'uomo: se quella che gli uomini considerano la via li allontana dall'uomo, allora quella non è la via».

dal Corriere Fiorentino di mercoledì 4 dicembre
16 ottobre 2013
[da Facebook] Se può servire
Ho scoperto che la mia famiglia possiede una bella macchia di castagni e querce al confine tra Toscana e Lazio.
Lo segnalo al prefetto di Roma.
Un po' di concime male non farà.

https://www.facebook.com/tommaso.ciuffoletti
politica interna
10 giugno 2013
[dal Corriere Fiorentino] Padroni e politica
«Le parole sono importanti» urlava Nanni Moretti dando in escandescenze in una celebre scena di Palombella rossa. Non molto più tranquillo era l'Enrico Rossi che mercoledì, al culmine di un'assemblea con i lavoratori e le lavoratrici della fabbrica tessile ex Mabro di Grosseto, di parole ne ha ripetuta, urlando, una in particolare: «Padroni». Intendendo riferirsi a quelli che, in altri contesti, lui stesso è solito chiamare imprenditori.

La scelta di questa parola ad un'assemblea di lavoratori che non hanno più uno stipendio è stato una sorta di rifugio nella vecchia, rassicurante retorica del conflitto di classe. Ma non solo, perché Rossi ha voluto calcare la mano nell'accusare chi non ha saputo dare copertura alle promesse, per quanto caute, che lui stesso aveva fatto a quei lavoratori sulle prospettive di salvataggio dell'azienda. Di fronte a quei lavoratori che si sono sentiti traditi in primis proprio da Rossi, il governatore ha risposto ponendo una domanda non banale: è forse compito del Presidente «trovà padroni»?.

Il compito della politica può anche essere quello di provare a dare una mano per aiutare a risolvere crisi. Ma è un compito eccezionale e delicato. Dove fare promesse diventa impegnativo anche usando cautele. Mentre il compito quotidiano della politica sarebbe quello di costruire un ambiente favorevole all'impresa e al lavoro, perché le due cose non sono in conflitto. Altro che retorica del conflitto di classe. Meno tasse sul lavoro così come sulle imprese (e Rossi dovrebbe sapere che l'Irap che pagano i padroni copre il 40% della spesa sanitaria nazionale), meno burocrazia, meno incertezze legate all'amministrazione della giustizia.

In questo senso si può anche prendere per buona la critica che Rossi ha aggiunto, a seguito della sua sfuriata, sull'eccesso di rendita che c'è in Toscana. La scelta della rendita è in parte sicuramente dovuta a certe disfunzioni del capitalismo di relazione all'italiana, in cui però la politica ha avuto ed ha un ruolo centrale (basti pensare alle privatizzazioni degli anni Novanta, per non andare troppo indietro). Per altra parte è dovuta invece proprio alle difficoltà eccessive che si trova davanti chi vuole fare impresa in questo Paese.

Se il governatore vuole salvare posti di lavoro e combattere la rendita aiuti l'impresa. E, perché no?, anche nella scelta delle parole. Che sono importanti.

dal Corriere Fiorentino di sabato 8 giugno
politica interna
19 dicembre 2012
[dal Corriere Fiorentino] A fianco di Pannella

“E’ il solito Pannella che fa lo sciopero della fame, sai che novità”.
Il 24 ottobre scorso, in Toscana, si sono tolti la vita, nel giro di poche ore, due detenuti. Un ragazzo di 22 anni e un uomo di 47. Storie diverse, casi diversi, gli ennesimi, ma allo stesso modo fili intrecciati alla tela drammatica di un sistema carcerario al collasso. In Toscana come nel resto d’Italia.

“Tanto lo sanno tutti che Pannella mangia di nascosto”.
Il Libro Verde sull’applicazione della normativa Ue sulla giustizia penale segnala che in Italia ci sono circa 70.000 detenuti con un tasso di affollamento del 153%. Ci sono 150 detenuti ogni 100 posti. Il 44% di loro è in attesa di giudizio.

“Quel vecchio furbo lo fa solo per avere un po’ di visibilità”.
Secondo il rapporto Antigone sulle carceri italiane, intitolato “Senza dignità”, il 41,5% dei detenuti in Italia ha meno di 35 anni. Nelle carceri toscane il 73% dei detenuti sono malati, le patologie più comuni sono i disturbi psichici (26,1%), seguiti dalle malattie dell’apparato digerente (19,3%) e da malattie infettive e parassitarie (12,5%). Sempre secondo tale rapporto, tra i detenuti oggetto della rilevazione il 33,2% avrebbe posto in essere atti autolesivi ed il 12,3% avrebbe tentato il suicidio.

 “Se davvero Pannella facesse lo sciopero della fame a quest’ora sarebbe morto”.
Giorgio Napolitano, in un messaggio al convegno del Coordinamento associazioni del volontariato penitenziario, scriveva così un anno fa: “il presidente della Repubblica rinnova il suo vivo apprezzamento per la meritoria opera delle Associazioni di volontariato penitenziario nell’alleviare il disagio della condizione carceraria, che troppo spesso appare distante dal dettato costituzionale sulla funzione rieducativa della pena e sul rispetto dei diritti e della dignità delle persone”. Ieri in tv tutti hanno applaudito Benigni che raccontava la Costituzione.

“E’ la solita Pannellata”.
Dieci anni fa Giovanni Paolo II tenne un discorso di fronte al Parlamento italiano. Nel quale disse: “senza compromettere la necessaria tutela della sicurezza dei cittadini, merita attenzione la situazione delle carceri, nelle quali i detenuti vivono spesso in condizioni di penoso sovraffollamento. Un segno di clemenza verso di loro mediante una riduzione della pena costituirebbe una chiara manifestazione di sensibilità, che non mancherebbe di stimolarne l'impegno di personale ricupero in vista di un positivo reinserimento nella società”. Applaudirono tutti.

politica interna
19 ottobre 2012
[dal Corriere Fiorentino] Sprecare legalmente
La si pensi come si vuole sulle Società della Salute, ma alla fine il risultato è stato un mancato successo. Che tradotto dal politichese significa un fallimento.

Partite nel 2004 come sperimentazione per avvicinare al territorio l’offerta di alcuni servizi sociosanitari e assistenziali, nel tempo ne sono state costituite 25 “e altre si stanno costituendo” recita la pagina da aggiornare del sito della Regione. Il loro abbandono è stato imposto da ragioni di un bilancio regionale ridottosi di 500 milioni di euro, come ha ricordato l’assessore Nencini. Tuttavia questo argomento s’offre come un’arma in più a chi ha sempre criticato le Sds, su tutti il consigliere dell’Udc Marco Carraresi che non a torto sosteneva già da qualche tempo di “non aspettare la scure della spending review ed operare in modo oculato e incisivo i tagli possibili e necessari”, partendo da un riassetto dei settori assegnati finora alle Sds.

Non che il costo delle Sds fosse esagerato in termini contabili, dato che i fondi erano utilizzati in prevalenza per il pagamento della retribuzione al Direttore della Sds, con uno stipendio medio annuale tra i 110 e i 120 mila euro (a cui però si devono aggiungere una serie di voci di strutture, consulenze, collaborazioni), solo che ogni spesa la si deve valutare in termini di utilità. Specie in tempi di assottigliamento delle risorse, che s’accompagnano non solo ad un impoverimento dell’intero paese, ma anche alla scoperta di malversazioni operate dalla politica col denaro dei cittadini le regioni sono più che mai nell’occhio del ciclone. Ma che più che la rincorsa alla questione morale, più che il ritenere i Fiorito figli di una degenerazione genetica sarebbe utile considerare quanto stringente sia il rapporto tra la possibilità di esigere e spendere denaro pubblico e la responsabilità di renderne conto.

Abbiamo già vissuto una stagione politica, perché politica fu in ogni senso, in cui la convinzione che il problema fosse legato soltanto al diffuso malaffare tradì ogni buon intento risolutivo. Perché il fallimento di quella stagione è oggi ben chiaro senza possibilità di smentita di fronte ai casi usciti in successione, e senza soluzione di continuità, negli ultimi disastrosi mesi di cronache politico-amministrative. Ma ancor più fallimentare è il bilancio di quella stagione se si guarda a come la macchina amministrativa dello Stato, a tutti i livelli, non solo non è diventata più efficiente, ma ha drenato al paese sempre più risorse. Perché si può spendere in modo assolutamente lecito, ma del tutto inefficiente. Gli esiti sono comunque nocivi.

dal Corriere Fiorentino di venerdì 19 ottobre
ECONOMIA
16 aprile 2012
[dal Corriere Fiorentino] Io sto con gli imprenditori

dal Corriere Fiorentino di Sabato 14 aprile

Francesco Tudino, 28 anni del ragusano. Paolo Tonin, 53 anni della provincia di Treviso. Francesco Todesco, 26 anni di Caprese Michelangelo in provincia di Arezzo. Gli ultimi nomi di una tragica lista: imprenditori in crisi che hanno scelto il suicidio.

Una lista che è qualcosa di più, ormai, di un campanello d'allarme e alla quale si può aggiungere anche il nome dell'ex dirigente d'azienda disoccupato che ieri si gettato sotto un treno a Sesto Fiorentino. Come sperare in un cambiamento di rotta? Come si fa a credere ancora agli appelli alla crescita? Chi dovrebbe far crescere questo Paese? Quei piccoli e medi imprenditori che un giorno sono la spina dorsale dell'Italia che rischia e il giorno dopo sono tutti evasori fiscali? O i media che diffondono analisi sommarie sulla realtà economica di un'Italia che sembra piena di furbetti e straricchi, alimentando un giochino autolesionista che indebolisce la possibilità che si crei un ambiente favorevole alla cultura d'impresa? E se manca la cultura d'impresa, l'unica alternativa che rimane si chiama rendita. In Toscana ormai sembra quest'ultima a prevalere, che sia al riparo di un settore pubblico che conta Regione e Comune di Firenze tra le prime tre imprese regionali per numero d'addetti, che sia rendita immobiliare, o finanziaria (a proposito, come mai le fondazioni bancarie non pagheranno l'Imu?), o altro.

E come si fa a convincere l'opinione pubblica che «pagare tutti, pagare meno» non è uno slogan, ma una bugia? Sono lustri che si sente ripetere questa nenia. E negli anni c'è chi ha sempre pagato e ha pagato sempre di più. Di pagar meno non è mai successo. Né coi «miracoli italiani» né con quelli che come tocchi la spesa pubblica è sempre «macelleria sociale». E invece la macelleria è sotto gli occhi di tutti, anche di chi non vuol vedere un fisco opprimente e una spesa pubblica che alimenta sprechi, clientele e corruzioni (il cui esempio più lampante sta nei rimborsi elettorali ai partiti). Purtroppo il governo dei tecnici invece che tagliare la spesa ha scelto la via delle tasse e i partiti politici quella del tirare a campare. Io credo invece che si dovrebbe stare con chi rischia e fa impresa. Nonostante le ingiustizie di questo Paese.

politica interna
25 novembre 2011
[dal Corriere Fiorentino] Il centrodestra fiorentino (che non c'è) alla prova della fine del verdinismo
Da tre giorni il Giornale della Toscana è assente nelle edicole. È una brutta notizia, innanzitutto per chi lavora in quel quotidiano e per i suoi lettori, ma anche per tutti coloro che hanno a cuore il pluralismo dell'informazione e del dibattito politico.

È anche un segnale della fine di una stagione che ha segnato la politica toscana e fiorentina, quella del verdinismo. Una fine che s'inserisce nella crisi più generale del centrodestra italiano, innescata dal tramonto del dominio berlusconiano sulla scena politica del nostro Paese. Ora c'è il rischio che resti uno spazio vuoto. E sia detto senza alcun compiacimento, perché la democrazia funziona quando è una corda tesa, quando chi governa è incalzato non solo da un'opposizione attenta e corretta, ma anche in grado di proporsi come reale alternativa di governo. Questo, in Toscana e a Firenze, non è accaduto per parecchi lustri e oggi appare ancora più evidente la necessità di un cambio di prospettiva.

Qui l'azione politica del centrodestra ha poggiato sulla tesi secondo cui, in buona sintesi, il governo della cosa pubblica in questa regione e nel suo capoluogo era affare d'altri. L'effetto è stato quello di creare una minoranza monca, capace di attacchi violenti a parole, ma mai credibile come alternativa. Che s'accontentava di qualche vittoria spot, spesso seguita da amari rovesci. Che condannava il «regime», ma ne assecondava le scelte, come la modifica della legge elettorale regionale che ha anticipato il Porcellum nazionale. Che denigrava i candidati dell'altro schieramento, ma poi ne proponeva in alternativa alcuni come Domenico Valentino che, presentato nel 2004 come aspirante sindaco di Firenze per il centrodestra, solo pochi mesi dopo le elezioni passava a far parte della maggioranza che sosteneva il suo avversario Leonardo Domenici.

Ancora oggi, quando un sindaco dal profilo anomalo come Matteo Renzi annuncia cambiamenti nella gestione della città, il Pdl, quando non parla con voci discordanti, appare orientato più all'attacco personale che non al confronto sui temi di merito. E non è un caso se la vera opposizione a Renzi sembra arrivare dall'interno del suo stesso partito.

Non si risentano gli esponenti locali del centrodestra. Molti fra loro sono giovani e capaci, ma quello che continua a mancare è una visione politica, una prospettiva diversa da quella finora perseguita. Manca, di fatto, una reale capacità di risultare credibili come alternativa ed è un deficit da cui adesso si dovrebbero liberare. Senza ulteriori alibi.

dal Corriere Fiorentino di Giovedì 24 Novembre
CULTURA
8 novembre 2011
[Siena e il Palio] Storia dell'anima di una città
dal Corriere Fiorentino del 15 agosto 2011 (pezzo scritto su un iPhone).

Siena è Siena solo dentro le mura, fuori è al massimo "acqua calda", e dentro le mura Siena sorprende ad ogni passo per la meraviglia continua di un Medioevo ricco e affascinante. Per trovarne di paragonabili bisogna salire fino a Bruges, splendore delle Fiandre. Ma a Bruges non hanno il Palio e la differenza non è trascurabile.
In un periodo in cui fioriscono tradizioni fittizie e raffazzonamenti folclorici ad uso e consumo dei turisti, il Palio di Siena rimane fiero ad incarnare da secoli l'essenza stessa della città a cui dà vita. Perché ontologicamente il Palio viene persino prima di Siena (figuriamoci di qualche transeunte ministro della Repubblica italiana). È bene inoltre chiarire che quando si parla della passione che il Palio anima si parla di cosa completamente diversa da quella sportiva, foss'anche il viscerale fanatismo calcistico. Per chiarirci bastano le due parole che un amico senese ha pubblicato come proprio status di Facebook alla vigilia dello scorso 2 luglio. Le due parole erano semplicemente queste: È Palio. Sintesi assoluta. Essenziale e totalizzante. È Palio. Non serve spiegare oltre, inutile aggiungere altro.

In trent'anni di estati trascorse a Castiglion della Pescaia, che durante quei mesi diviene territorio senese, ho potuto fare esperienza curiosa, divertita e affascinata di cosa sia il Palio per i senesi. Il primo scoglio da superare fu però chiarire al succitato amico che io non appartenevo ad alcuna contrada. Avevamo sì e no 8 anni e alla sua domanda "di che contrada sei?" dovetti far intervenire mia madre per spiegare che no, noi le contrade a Firenze non ce l'avevamo. Lui finse di capire, ma rimase perplesso e per i giorni a seguire continuò a guardarmi con un misto di diffidenza e commiserazione.

Certo anche io lo guardavo diffidente quando dopo un acquazzone estivo lo trovavo nel giardino condominiale. In una mano un secchiello, nell'altra un grosso sasso. Raccoglieva le lumache, le chiocciole, che uscivano con l'acqua e le metteva nel secchiello. Il sasso serviva per compiere una strage. La ragione era che la sua contrada, la Tartuca, aveva per rivale proprio la contrada della Chiocciola e questa era la ragione dell'ecatombe. Il contadino che vendeva i propri ortaggi qualche metro più in giù lungo la strada gradiva certamente, ma prima che qualche ministro s'indigni provi a pensare cosa sarebbe potuto accadere se il mio amico fosse stato della Torre, la cui contrada nemica è l'Oca, oppure della Pantera, la cui contrada nemica è l'Aquila. Roba da Grand Guignol.
In spiaggia poi non esistevano le biglie dei ciclisti o dei piloti della Formula 1. Altro che Bugno o Alboreto, c'erano solo i barberi, biglie di legno (piene, mica vuote), dipinte a mano coi colori delle 17 contrade. E non si giocava con piste fatte di rampe, salti o tunnel, l'unica geometria ammessa era il trapezio che riproduceva piazza del Campo; meglio se vicino alla riva, così che la pendenza fosse la stessa dell'originale. I primi tempi non capivo quella monomania e la trovavo castrante. Ma ero l'unico fiorentino in mezzo a tanti senesi e quindi mi adeguavo. Col tempo mi son convinto che lungi dall'essere noiosa, in quella ritualità balneare si narrava la storia di mille Palii, della mitica curva di San Martino, in discesa e con quella rientranza traditrice, o di quella del Casato, da prendere di slancio per affrontare la salita. E con i barberi, che poi è il nome dei cavalli che corrono il Palio, tra quelle sponde di sabbia raffiguravamo e raccontavamo una storia ancora viva.

Mentre noi maschi giocavamo, le femmine guardavano e commentavano la corsa tra una chiacchiera e l'altra sui fatti loro. Perché effettivamente la pratica del Palio è affare da uomini, che si tratti di fantini, capitani di contrada o baldanzosi giovanotti col fazzoletto al collo. Verrebbe da consigliare alle donne senesi, compresa la divina Gianna, di non crucciarsene più di tanto. In fondo non sarà per loro gran danno se restano affar da uomini anche le tanto narrate zuffe che, a sentire i maschi senesi, trasformano le belle sere estive della città in scontri da guerrieri della notte. Fortunatamente l'esaltazione arricchisce di molto la cronaca. Anche perché altrimenti nel corso dei secoli i ripetuti scontri fratricidi e la selezione della specie che ne sarebbe seguita, avrebbero reso i senesi dei moderni spartiati. In realtà anche gli scontri tra contradaioli, che pure ci sono, sono ritualizzati e fortunatamente non troppo pericolosi. Ma questo, più che con Siena e il Palio, ha a che fare col testosterone e l'essere un pò grulli, che è cosa comune a tanti maschi a tutte le latitudini.

È invece nella ritualità che va cercato il senso vero del Palio: dalla sfilata che precede la corsa dei barberi al battesimo in contrada, dalle benedizioni equine ai balletti di nerbate e trattative tra i canapi che precedono la mossa. Il sacro e il profano che si tengono per mano in quel modo beffardo e divertito che è così tipico della toscanità. E Siena è la più toscana di tutte le città. Fiera, agiata, bellissima e provinciale. Anche più di Firenze. Con le sue istituzioni secolari, dall'Arcidiocesi all'Università (conti permettendo), dal Comune alla Massoneria. E poi il Monte dei Paschi, fondato sulla disgrazia economica dei pastori toscani dalla Val d'Orcia in giù. Pastori che oggi son quasi tutti sardi, come i più formidabili fantini dell'era moderna. Ma tutte queste istituzioni, che fra loro si tengono strette, sono parte di Siena, gli danno corpo. Ma l'anima. L'anima è quella cosa chiamata Palio.

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Oggigiorno tutti hanno spirito. Dovunque si va non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti. E' divenuta una vera peste.
Oscar Wilde

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Tommaso Ino Ciuffoletti

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