.
Annunci online

politica interna
14 ottobre 2009
[Eugenio] La sacra sindone

CULTURA
13 ottobre 2009
[Lab.51] Abbiamo un piano. Ora non potete più fermarci.
di Francesco Berni 

Labouratorio sembrava avere tutto. Una redazione di sballati, un sito web, degli articoli che dire ganzi è dire ganzi, delle immagini sconvolgenti, un lessico da osteria e un fisico bestiale. E invece Labouratorio non era niente perchè non aveva un piano. Ma ora ce l’ha. Ce lo ha portato da dietro le linee nemiche il compagno/amico/fratello Francesco B. detto Berni. Adesso non potranno più fermarci … al massimo potranno guardarci le cosce mentre li prendiamo a calci in culo (sempre che abbiano gli occhi dietro la testa). T.C

Lab51

Obiettivi:
diventare culturalmente importanti stile lobby di Lotta Continua, questo permetterebbe altresì a chi ha problemi con l’altro sesso di risolverli definitivamente.
Non ci abbandoneremo altresì al lessico e alle pratiche violente di quel gruppo, siamo tutti quanti turatianamente non violenti, ma vogliamo raggiungere uno status sociale tale che ci permetta di mantenerci anche se privi di qualunque talento, come ogni buon ex-esponente di Lotta Continua insegna.
Questa egemonia culturale va raggiunta attraverso volantinaggi nelle borgate, occupazioni di immobili sfitti, centri socialisti occupati autogestiti, e presenza fissa nei migliori salotti della borghesia post comunista piddina per sfotterla ed attentare alle virtù delle signore che facilmente cederanno al nostro savoir faire, nonché alla virilità dei ragazzi di borgata che ci sosterranno.
Altresì non andrà disdegnato il civettare con i circoli della destra liberal, stile “Fare Futuro”, per imparare a capire il loro passaggio dalle fogne degli anni ‘70 a destra liberale, rispettabile e di governo.

Azioni immediate:
Labouratorio non solo online, ma anche di carta distribuito nelle Università e nelle scuole della Repubblica, aperto a contributi esterni e culturali, come per esempio ai membri del Partito Pirata, alle avanguardie artistiche-teatrali se ancora esistono in questo paese,  e alle donne, visto che più che una testata, labouratorio pare un canneto.
Cercare di fondare quella che io chiamerei “ Divisione Artistica Socialismo”, che servirà a riunire tutti quelli come noi che fanno musica, teatro e cinema.
Altresì dobbiamo avere una linea editoriale in aperto contrasto al gruppo editoriale Espresso-La Repubblica. Per quale motivo?
Non tanto per i disastri politici causati dal duo Scalfari-Mauro, ma per dimostrare che è nata una nuova generazione che si ribella alle vecchie contumelie del mondo che vede nei post Pci l’unica alternativa alla destra, ma soprattutto perché ci servirà ad uscire dal ghetto e ad essere corteggiati anche a destra … e poi anche perché si prova gusto a fare gli stronzi rompiballe.

Come farci conoscere?
Attraverso azioni di guerrilla marketing che seguano un iter narrativo, guerrilla gardening per ridare una tinteggiata di verde alle nostre città, ambush ossia utilizzare gli spazi pubblicitari altrui.
E qui ribadisco una mia vecchia idea, creiamo una benedetta web radio, una specie di Radio Radicale punk…
A proposito di punk, dobbiamo rilanciare profondamente la nostra immagine: basta roselline, falciemartello, pugnirosati, garofani. Consiglierei piuttosto l’utilizzo di antichi simboli ormai desueti e poco utilizzati dalla tradizione italiana.
Il cosiddetto cerchio antifascista a tripla freccia, simbolo della socialdemocrazia é fottutamente punk.

Come vedete, oggi si sono poste le basi di quella nuova tendenza culturale che sconvolgerà il paese, il “ Media Nenniano”.

P.S _ Se la proposta verrà approvata si avvieranno subito dopo le consultazioni per decidere chi sono i nostri maestri del pensiero. Appare chiaro fin da subito che Enrico Beruschi, Gianfranco D’Angelo e Marina Lothar debbano far parte di questo elenco.

LABOURATORIO n.51(in)SOMMARIO

Francesco Berni _ Il Labourante dell’Etruria meridionale (emigrantemente lagunare), nasce nel lontano 1986 ben 34 giorni dopo il disastro di Chernobyl nella ridente e fascistissima cittadina di Veterbe, proprio dentro le sue mura.
Provato da un’infanzia difficile in Sinistra Giovanile (dai 15 ai 21 anni) e da una quadriennale esperienza nella Facoltà di Economia della sua città, decide di emigrare nel settembre 2009 a Venezia per continuare i propri studi, riuscendo così a tirare fuori il meglio di sè, soprattutto dalle sue ghiandole sudoripare.

politica interna
4 aprile 2009
[Labouratorio n.47] Prima di pre-giudicare Sinistra e Libertà
. Premessa di metodo
Il dibattito su Sinistra e Libertà ha già preso piede sulle pagine di Labouratorio. Lo ha fatto qua e da poche altre parti. Abbiamo, in altre parole, il monopolio del dibattito ed è un monopolio di cui faremmo volentieri a meno, ma visto che ci tocca cerchiamo di svolgere al meglio il nostro compito.
Tra schifati ed esaltati di fronte alla nuova proposta elettorale, è fin troppo facile giocare il gioco delle parti, assai più difficile è tenere dritta la barra delle ragioni di ciascuno. Nelle poche righe che seguono useremo la ragion politica per difendere la ragion d’essere di Sinistra e Libertà, ma vi avvisiamo subito che nel prossimo editoriale saremo altrettanto rigorosi nel valutare se oltre alla ragion d’essere vi siano anche ragioni per dar fiducia (e voto) a Sinistra e Libertà.

. Vivano i cartelli elettorali!
“E’ un cartello elettorale”, con questo assunto si tende a liquidare pregiudizialmente la stessa idea che Sinistra e Libertà possa esistere. Ebbene, mai pregiudizio fu più idiota e, si badi bene, trattasi di assunto idiota non perché SeL non sia un cartello elettorale, ma proprio perché E’ un cartello elettorale. Sinistra e Libertà è infatti il cartello elettorale messo in piedi in fretta e furia dopo che una modifica alla legge elettorale per le europee ha imposto una soglia di sbarramento del 4%. Il problema però non è la soglia, il problema, o meglio l’infamia, è la scorrettezza antidemocratica di quella modifica. Essa è stata infatti approvata il 18 febbraio 2009, a meno di 4 mesi dalla data delle elezioni, a poche settimane dalla presentazione delle liste e dall’inizio della campagna elettorale. L’Unione Europea aveva chiesto che non si apportassero modifiche alla legge elettorale a meno di 6 mesi dalle elezioni, per garantire a partiti e cittadini la conoscibilità effettiva della legge. E invece il Parlamento italiano con unanime calcolo partitocratico (ad eccezione delle astensioni Radicali) ha votato la modifica; dall’Italia dei Valori, all’Udc, passando per la Lega e il Partito Democratico. Di fronte a tale scorrettezza il cittadino può accompagnare quel calcolo di dubbia legalità e d’indubbia scorrettezza partitocratica con il proprio menefreghismo. Può ritenere che questi siano problemi che non lo interessano, che sian questioni che riguardano l’infame casta dei politici, solo e soltanto essa. Può farlo, sì, ma a patto d’aver presente che un paese che ritiene degno di menefreghismo il dato delle regole del gioco democratico è paese che si mette a disposizione di derive le più pericolose.
Se Sinistra e Libertà nasce prioritariamente per cercare una risposta di sopravvivenza a questa infamia, allora viva Sinistra e Libertà, vivano i cartelli elettorali, perché non sono loro a condannare il paese. A condannarlo è il menefreghismo che quello stesso paese mostra per le regole della sua vita democratica.

. LETTERA AI MIEI COMPAGNI - Mantenere la dignità, non “conservare la storia”
Alle considerazioni generali di cui sopra voglio far seguire delle brevi riflessioni dedicate ai compagni socialisti. Ai miei compagni socialisti; e per capire a chi mi stia rivolgendo vi segnalo semplicemente questo link, senza bisogno di aggiungere altro.
Ebbene, proprio a voi, compagni,  voglio chiedere qual è il compito di un partito. Son certo che la gran parte di voi risponderà correttamente:  fare politica, dare risposte a domande sociali di cambiamento, di giustizia, di libertà. E allora perché i socialisti organizzati in partito, qualsivoglia partito, dal 1992 in avanti tutto hanno fatto tranne che politica? Ve lo dico io perché. Perché erano impegnati a fare altro; erano impegnati a fare ciò che non è compito di un partito che si voglia chiamare socialista. La mission dei micro-partiti socialisti sopravvissuti dal 1992 in avanti è stata da un lato quella di conservare una storia e dall’altro quella di mantenere in vita una famiglia sempre più sterile e ridotta di ceto politico, arrivando al paradosso di con-fondere questi due obiettivi in uno solo e di giustificare la pochezza politica (per quanto legittima) del secondo, con la nobiltà morale del primo. Il mix di questo grandioso fraintendimento e del suo vuoto di politica è stata una marginalizzazione costante e progressiva. Un farsi etnia in via d’estinzione, mentre altrove socialisti senza più patria promuovevano politiche vincenti e riforme utili al paese (non ultimo il Brunetta di quella lotta ai fannulloni che con Lanfranco Turci, su ispirazione di Ichino, cercammo di promuovere ai tempi del primo governo Prodi).
A voi, miei compagni, a voi chiedo di smettere di pensare ad un partito come strumento per conservare una storia, per quanto nobile ed ingiustamente infangata. La storia la conservi ciascuno, anzi, la tramandi. Allo stesso compito si dedichino associazioni, riviste, fondazioni, convegni.  Ma le cicatrici che ciascuno si porta appresso non possono essere la ragione del nostro fissarci su esse. Sarebbe la nostra più grande sconfitta, la più sciocca resa alla violenza stupida e pecorona dei lanciatori di monetine.
Torniamo a pensare ad un partito in termini politici, in termini di proposta politica. Con quella misuriamoci, tranquilli del fatto che la nostra dignità non ha bisogno di esserci riconosciuta da alcuno che non ne sia all’altezza. Cerchiamo però almeno d’essere noi all’altezza della dignità che richiede il dirsi ancora oggi socialisti (e liberali aggiungo io!).

Se questa Sinistra e Libertà è da bocciare lo si deve stabilire usando la bilancia della politica. Noi di Labouratorio ci stiamo provando e ci torneremo con puntualità anche nel prossimo editoriale … certo una cosa vi e ci concediamo: se lo sponsor di Sinistra e Libertà continuerà ad essere Achille Occhetto, allora la gioiosa micromachine da guerra avrà ben poco da difendere e ancor meno per cui essere difesa!

LABOURATORIO n.47

politica interna
20 marzo 2009
[Anticipazioni] Il nuovo editoriale di Labouratorio su Sinistra e Libertà


Ebbene, adesso che la nuova lista per le europee Sinistra e Libertà e' venuta alla luce, anche per Labouratorio è venuto il momento di uscire allo scoperto. Ora noi, più o meno, siamo di sinistra e la libertà ci garba parecchio, quindi bene per il titolo. Il simbolo potrebbe sembrare un po' squacquero, ma non ne facciamo un dramma, del resto è stato pensato anche per evitare di raccogliere le firme per la presentazione delle liste. Vada dunque anche per il simbolo.

Veniamo però alla parte seria della faccenda: politica e politiche. Non saremo noi a nasconderci dietro un dito: la corsa ad un'intesa fra forze politicamente non omogenee è il risultato di un'infame modifica alla legge elettorale per le Europee, fatta a pochi mesi dalle elezioni con il concorso dell'intero “partito unico dell'illegalità”, come direbbe Pannella. Dato quindi per assodato, ancora una volta, il criterio della necessità vediamo però cosa c'è oltre e se vale la pena condividere e sostenere questa curiosa macedonia. Noi ci schieriamo ideologicamente(!), ma siccome siamo persone ragionevoli (e poi non possiamo chiudere così l'editoriale), vi dimostreremo in maniera inconfutabile l'intima necessità per ciascuno di noi, più o meno socialisti, più o meno laici e liberali, più o meno libertari, di sostenere Sinistra e Libertà. Lo faremo ricorrendo al paradosso dell'ornitorinco: noi diciamo che questo cartello elettorale non ci piace e per questo ci convince, da cui deriva l'ovvia conseguenza che ci piace perché non ci convince.

CONTINUERA' PRESTO SU http://www.LABOURATORIO.it

POLITICA
21 gennaio 2009
[MediaOnline] 40 volte Labouratorio

 http://www.labouratorio.it/



E' online il n.40! Accattatev'illo!

politica estera
3 settembre 2008
[Labouratorio n.31] Morire per Tblisi? No, noi vogliamo: Vivere con Tblisi!
EDITORIALE DI ALBERTO BENZONI

Il Cavaliere, come sempre, ci ha messo del suo; “parlerò con Vladimir - ha detto - e allora la crisi del Caucaso sarà superata, anzi sarà come se non ci fosse mai stata”. Ma il parlamento non si è comportato meglio: “dialogo, dialogo dialogo”, “non isoliamo la russia” è stato il grido unanime che ha accomunato destra e sinistra in uno spirito bipartisan del tutto inconsueto.
Conosciamo le radici antiche di questo atteggiamento: un terzo di antiamericanismo pavloviano, un terzo di interessi EN(I)ergetici e un terzo di buonismo con connotati un tantino furbastri.
Non possiamo che prenderne atto. Salvo però aggiungere che prima di dialogare con qualcuno sarebbe bene cercare di capire quello che dice, che fa e che ha in mente di fare.

Ora nel caso della Russia il quadro è chiarissimo. Si vuole impedire l’allargamento della Nato ad est, liquidando o neutralizzando i protagonisti locali di questo disegno, e nel contempo ci si propone in prospettiva di spaccare l’alleanza giocando sulle divisioni fra Europa dell’Est e dell’Ovest, così come tra Europa e Stati Uniti. Obiettivo discutibile, ma legittimo e però significativamente portato avanti con la forza o con la minaccia di uso della forza; e soprattutto con la violazione sfacciata delle regole più elementari della convivenza internazionale.
Come definire altrimenti lo smembramento di stati esistenti? Oggi la Georgia, domani la Moldova, dopodomani Ucraina e paesi baltici; il tutto attraverso promozione, con l’aiuto fraterno dell’armata russa, e successivo “riconoscimento” di nuove realtà statuali.
Per inciso gli osseti sono dei curiosi candidati all’indipendenza! Hanno ardente bisogno di un nuovo stato a sud del Caucaso, mentre a nord sono ben felici di “vivere” come i ceceni … all’interno della Federazione russa! In buona sostanza la Russia non riconosce un nuovo stato indipendente, piuttosto lo inventa, a suo vantaggio e sulla pelle di un altro. E allora è normale che le vittime attuali e potenziali di questo procedimento si rivolgano all’Occidente per avere sostegno e protezione. Vogliamo, noi europei, noi italiani fare quanto è necessario per garantirli? e non solo evidentemente sul terreno degli aiuti umanitari? Sì o no?
Di questo si tratta: e non delle “sanzioni” o dell’isolamento, frettolosamente evocati nei nostri dibattiti, ma al fine e col risultato di essere ancor più frettolosamente accantonati.

“Morire per Tblisi?” è la versione attuale del sempiterno interrogativo di tanti pacifisti cialtroni. Per quanto ci riguarda il problema non si pone; noi, piuttosto, “vogliamo vivere con Tblisi!”.

SOMMARIO DEL N.31

CULTURA
14 luglio 2008
[r-Evolution] Labouratorio 3.0

31 numeri, oltre trecento articoli pubblicati senza riposare nemmeno a Natale e Capodanno. Il tutto in poco più di 7 mesi di vita. Partito come un gioco, Labouratorio è diventato nei numeri più serio di noi che ci scriviamo. Questo ci costringerà a r-evolverci verso nuovi orizzonti involutivi.
Per l’estate, intanto, Labouratorio continuerà a far uscire numeri speciali, rassegne antologiche, contributi estemporanei e altre robette pornografiche.

Nel frattempo il Partito Socialista ha un nuovo segretario, la cui attività seguiremo con attenzione critica, così come faremo con quanto si muove nell’area giovanile dello stesso P.S. A proposito … anche la federazione fiorentina del Partito Socialista ha un nuovo segretario. Si chiama Tommaso Ciuffoletti e pare sia un figo.
Più in generale continueremo a fare gli stronzi eresiarchi socialisti e liberali, libertari .. etc .. etc … Ah! E soprattutto fanculizzeremo Di Pietro … perchè la cosa soddisfa i nostri biechi istinti di criminali con le mani (s)porche.

Siccome però non ci piace essere autocelebrativi più di quanto non ci meritiamo, tiriamo via questo breve editoriale per segnalare soltanto che da settembre si cercherà di dare nuova Forma e Sostanza a questo progetto, insieme ai vecchi compagni e, magari, insieme a nuovi amici. Potremmo dirvi di più, ma dopo saremmo costretto ad uccidervi (o a possedervi carnalmente).

Ultima segnalazione: per l’estate cercheremo di segnalare alcuni appuntamenti d’incontro che andranno sotto il nome di Laboura-TOUR. Un modo per rovinarci insieme le vacanze trascorrendo un po’ di tempo all together.

E come dicono quelli ganzi: STAY TUNED.

politica interna
3 luglio 2008
[Labouratorio n.29] Berlusconiani di Sinistra


Ormai ci siamo convinti che la più sincera forma di opposizione al governo Berlusconi sia quella di farci berlusconiani. Un paradosso? Un gioco di parole? Nient’affatto. Siamo berlusconiani antiberlusconisti. Siamo, in altre parole, elettori convinti che la sinistra può ritrovare se stessa solo stringendo Silvio in un abbraccio mortale e rigeneratore. E lodo Alfano sia.

Un abbraccio che liberi entrambi dalle logiche perverse dello scontro (im)politico centrato sulla figura del Silvio dittatore. Che lasci quest’ultimo misurarsi con il difficile compito di governare un paese che è abbastanza maturo da non temere il regime - almeno non ora e non questo regime narrato dai Travaglio di turno - e sufficientemente consapevole delle difficoltà crescenti per i lavoratori, i piccoli e medi imprenditori, i disoccupati, le famiglie, i giovani e gli anziani. Che costringa la sinistra a tornare a misurarsi con questi stessi problemi, studiando e proponendo ricette diverse e, speriamo, più efficaci, che la preparino a tornare quanto prima al governo in maniera consapevole e non improvvisata come successo l’ultima volta.

Una Liberazione plurima: per Silvio, per la sinistra e per il paese tutto. Una Liberazione che non vogliono coloro che invece dalla rissa sterile hanno da guadagnare, perché altrimenti dovrebbero misurarsi su un terreno che non è loro congeniale: quello del riformismo. Chi siano costoro lo scriviamo tanto per far capire che noi non facciamo come quelli di Repubblica, che tacciono i nomi dei destinatari delle loro accuse; ci riferiamo all’ex pm Antonio Di Pietro e ai girotondanti vari che lo accompagneranno lunedì in una manifestazione che per come si sta mettendo punterà il dito (pulito, ovviamente) anche contro il Quirinale, nel più totale spregio delle istituzioni democratiche.

Antonio Polito ha scritto qualcosa di simile, anche se in maniera più argomentata e meno provocatoria, venerdì scorso in un editoriale sul Riformista che gli è costato la scomunica da parte di quel grande giacobino di Eugenio Scalfari. Noi siamo pronti a ribadire ed estremizzare le ragioni del direttore del quotidiano arancione senza tema di scomuniche, ché tanto non avrebbe senso scomunicare chi si fa vanto della propria eresia.

Siamo berlusconiani di sinistra. Berlusconiani per la sinistra.

politica interna
27 giugno 2008
[n.28] Labouratorio e le scissioni atomiche

Come editoriale leggete il contributo dell’amico e compagno Danilo Di Matteo. Questa breve premessa va invece rubricata alla voce “Istruzioni per l’uso”. Perché se su Labouratorio il dibattito intorno al Congresso del Partito Socialista è avvenuto in maniera franca ed aperta, non si può dire lo stesso per altri, ben più rilevanti, casi. Ci pare infatti che nell’aria di alcuni ci sia voglia, se non di scissione, almeno di fuga. Prova ne sia lo scontro continuo ed ormai pressoché monotematico, specie negli ultimi giorni, sullo svolgimenti dei congressi territoriali. Lo diciamo chiaramente: non ci piace né il gioco allo sfascio, né gli accordi collettivi di salvaguardia. Aggiungiamo infine che ancor meno ci piace il gioco di chi quegli accordi di salvaguardia propone, o dice di accettare, e poi li fa saltare all’ultimo momento per arroccarsi nella cittadella della purezza (chissà poi quale), tacciando gli altri di scorrettezza. E’ un gioco che, per quanto tatticamente comprensibile, non ci sembra preludio a niente di buono.
Questo è un congresso per mozioni, potrà non piacere, ma così è, quindi si voti e si conti chi è maggioranza e chi è minoranza con le annesse responsabilità del caso. Tra queste crediamo che figuri anche quella di evitare scissioni atomiche, tradizione socialista che per una volta non ci dispiacerebbe veder tradita.

Cari compagni, parlate di socialismo… di Danilo di Matteo

In ogni congresso si corre il rischio dell’autoreferenzialità. Così mi sento di ricordare ai compagni del Ps che ai più interessano poco le mozioni e le diatribe interne. Con ciò, però, non si possono eludere i temi di fondo: non basta illustrare i singoli “punti” programmatici; occorrono idee-guida, serve un metaprogramma.
Un congresso non può dirimere tutte le questioni più controverse che da anni mettono a dura prova le menti e i cuori di pensatori e militanti; un congresso, però, non deve neppure rimuoverle. A iniziare dalla domanda che anche un bambino porrebbe: che significa la parola socialismo oggi? Perché l’aggettivo democratico, al quale un tempo la si univa, sembra ormai non bastare? Dirsi liberalsocialisti è un modo per salvare a ogni costo il termine socialista?
Sappiamo da decenni che il socialismo, oltre che come sistema, può essere inteso come movimento, alla Bernstein. Ma movimento verso dove? E con chi?
Zapatero parla di socialismo dei cittadini; senz’altro una formula suggestiva. Ma quale deve essere il rapporto fra lavoratori e consumatori-utenti? E quello fra meriti e bisogni? E scavando ancora: non dovrebbero essere anche il liberalismo e la democrazia tout-court rivolti ai cittadini? E di cattiveria in cattiveria: cosa differenzia il senso della giustizia sociale proprio di chi si ispira al cristianesimo da quello dei socialisti?
I temi etici rappresentano una frontiera del dibattito sulla libertà e sulla giustizia. Più che mai oggi il perseguimento dell’eguaglianza si fonda sul rispetto della differenza. Eppure sovente si ha l’impressione che quegli argomenti vengano usati come una sorta di stampella, di fronte a una visione nebulosa delle moderne ragioni del socialismo.

SOMMARIO DEL NUMERO 28

politica interna
18 giugno 2008
[Labouratorio n.27] Tra due Cul-de-Sac la via dei socialisti


Quella dell’impiego dei militari in funzioni di ordine pubblico è un provvedimento spot.

Il giro di vite sulle intercettazioni si fonda su ragioni concrete, ma non coglie i punti cruciali della questione più generale di una giustizia responsabilmente amministrata (che per noi rimangono quelli dell’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale e della responsabilità civile dei magistrati, si veda l’editoriale del n.26 di Labouratorio) ed oltretutto non è pienamente condivisibile nella parte che vieta la pubblicazione di notizie sui procedimenti penali fino al termine dell’udienza preliminare.
L’assegnare delle priorità sui reati penali da perseguire non ha niente di scandaloso, anzi, in un paese dove abbiamo dovuto assistere a scene come le ripetute sfilate di Vallettopoli alla Procura di Potenza, ci pare opportuno, mentre meno opportuna ci pare la sospensione obbligatoria di tutti i procedimenti aperti prima del 30 giugno 2002.

Questo, in sintesi, il nostro giudizio sui punti più scottanti del pacchetto sicurezza del governo. Ma noi siamo la sinistra che non c’è. Quella che c’è, invece, lascia che a guidare la propria mano tremante sia la rinnovata tentazione del girotondo. Ci auguriamo fortemente che vi si possa rinunciare, perché l’idea di riveder saltellare i vecchi Panchos e il populismo dipietrista che detta la linea dell’opposizione ci dà i brividi.

Abbiamo buone ragioni però, per ritenere che il PD non abbia interesse a riproporre questa versione perdente del, pur non facile, ruolo di opposizione ad un governo Berlusconi. Veltroni sta già sperimentando quanto infelice si stata la scelta di puntare sull’Italia dei Valori come (unico) alleato del suo PD. Speriamo che i primi mesi di lezione siano serviti a far intendere quanto diabolico sarebbe perseverare su tale linea, anche se le scarse attitudini liberali di Walter non ci confortano su questa convinzione. D’Alema, invece, sarebbe semplicemente un aspirante suicida se intendesse cavalcare una tigre dei cui artigli ancora porta addosso i segni.
Rimane da capire quale via possa ragionevolmente percorrere un PD che continua ad incassare sconfitte senza mostrare alcuna reazione degna delle sue aspirazioni riformiste e innovatrici, che pure in campagna elettorale erano state dichiarate con coraggio.

Purtroppo la verità è che non è facile far uscire Berlusconi dalla gabbia dell’assediato. Oltretutto l’ansia di prepararsi alla candidatura come futuro Presidente della Repubblica accentua l’aggressività schizofrenica del premier. Questi, mentre cerca il dialogo con l’opposizione, non può ragionevolmente pretendere di portare avanti in contemporanea la propria difesa a mezzo decreto legge dal rischio di una condanna in primo grado nel processo che lo vede coinvolto insieme a David Mills. L’unica soluzione reale sarebbe quella di rimettere mano alle regole sulle immunità delle più alte cariche dello Stato. Una chiave di volta auspicabile, ma forse troppo delicata per essere attivata in tempi ragionevoli.
Da un lato abbiamo quindi il cul de sac del PD - sia in versione Veltroni, che in ipotesi D’Alema – dall’altra il cul de sac di Silvio Berlusconi. In mezzo un sistema giudiziario che continua a dettare i tempi e i modi della politica nazionale; basti pensare di recente alla caduta del governo Prodi, agli interventi della procura di Napoli che hanno fatto saltare il piano rifiuti, fino ad arrivare al “possibile” deragliamento del “possibile” dialogo sulle riforme.

L’ottimo, per il paese, sarebbe un accordo per una riforma complessiva del sistema giudiziario, ma purtroppo questa appare ipotesi irrealistica. Più affascinante, per alcuni, potrebbe invece apparire il tentativo di allargare il fronte antiberlusconiano a Casini e, soprattutto, alla Lega. Si tratterebbe dell’opzione “crolli Sansone con tutti i Filistei” e la sua attuabilità dipende dal tasso di aspirazione suicida dell’intero sistema politico italiano, che pure in passato ha dato prova di essere sufficientemente elevato. A conti fatti l’ipotesi più probabile è tuttavia quella di rivivere, almeno nel medio periodo, un clima simile a quello che si viveva ai tempi del governo Berlusconi del 2001.

Se così fosse ai socialisti spetterebbe il compito di smarcarsi dalle logiche del frontismo antiberlusconiano, e costruire – anche se fuori dalle istituzioni – le basi per una proposta realmente alternativa, riformista e di governo, e in altre parole raccogliere la sfida, a quel punto persa, del PD.

SOMMARIO DEL N.27

politica interna
12 giugno 2008
[n.26] Labouratorio e le intercettazioni. Ma quanto mi pensi?


“Saluti a comandante e signora”. I più educati di noi hanno spesso l’accortezza di inserire questo intermezzo auto-promozionale nel corso delle proprie conversazioni telefoniche e/o in chat. E’ la cortesia che usa chi sa che in questo paese non è cosa poi tanto inusuale quella di essere in tre al telefono. Un ménage à trois di cui si sorride, ma che in fondo potrebbe inquietare anche solo per il fatto che lo si ritenga possibile.

Ma non è solo, e non è tanto, l’idea di potersi trovare in un curioso triangolo ad inquietare. Quello che inquieta davvero è il sapere che “l’altro” dei tre è un potenziale irresponsabile. Mi spiego meglio.

A noi pare che il vero nodo della questione sollevatisi in merito al decreto legge sulle intercettazioni, non stia tanto nel testo di quell’articolato.
In realtà è vero che anche il modus operandi di coloro che le intercettazioni autorizzano e dei cui brogliacci poi dispongono, necessita di una revisione (si veda qua per spiegazioni in merito).
Tuttavia rimaniamo convinti che il vero nodo rimanga quello individuato da uno dei tre referendum che nel 1987 furono presentati dal Partito Radicale, il Partito liberale italiano e il Partito socialista italiano (anche se poi sulla condotta di quest’ultimo in quel frangente ci riserviamo di esprimerci in altra sede). In particolare ci riferiamo a quello sulla responsabilità civile dei magistrati, referendum vinto dai sì, con ampio superamento del quorum, ma purtroppo rimasto pratica, più che lettera, morta (sorte simile a quella toccata al referendum sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti). Questo perchè, molto semplicemente, secondo noi una qualsiasi intercettazione in mano ad una autorità che gode di una grande discrezionalità e che soprattutto gode di un margine di irresponsabilità eccessivamente ampio non suonerà mai molto rassicurante.

Si dirà che l’argomento introdotto in questo modo appare tirato per i capelli. Non è così. Al di là delle tante questioni relative alla giustizia italiana che vengono periodicamente gettate nella mischia del dibattito politico, che su questi temi registra regolarmente i picchi più bassi di un livello medio pur non troppo elevato, ci sono pochi grandi temi che (forse proprio perché) sono cruciali e che vengono regolarmente elusi.

Oltre a quello della responsabilità civile dei magistrati, ne citiamo altri due che sono ormai rimasti patrimonio raro nelle proposte politiche dei pochi partiti italiani ancora in vita: la separazione delle carriere e l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale. Sembrano bazzecole. Noi crediamo invece che siano delle minime referenze per partecipare "di diritto" al consesso della civiltà giuridica europea.

SOMMARIO DEL N.26


politica estera
5 giugno 2008
[Labouratorio n.25] Mahmoud ... un uomo da amare


“… Ahmadinejad è qui a Roma, disponibilissimo a discutere con noi senza pre-condizioni. La sua presenza è un dono inaspettato per chi vuol assumere il ruolo di “facilitatore”: lui ce lo facilita, ma noi rifiutiamo di incontrarlo per timore di dare un dispiacere agli Stati Uniti e a Israele …”

Giuseppe Cassini, Iran, l’Italia all’ombra di Bush, da l’Unità del 4-6-2008

Giuseppe Cassini è stato ambasciatore d’Italia a Beirut e la sua illustre carriera di diplomatico merita il nostro inchino. Pur proni, tuttavia, non riusciamo a trattenere un mezzo sorriso nel leggere le sue titolate parole che l’Unità non ha mancato di pubblicare con ampio risalto.
Quel burlone del Mahmoud (Ahmadinejad of course), era infatti così pieno di amore che prima di giungere a Roma si è fatto annunciare dal tormentone che lo ha reso celebre: Israele sarà cancellata dalle carte geografiche. Il tutto, ovviamente, condito dai soliti coretti sul potere satanico degli Stati Uniti d’America.

Ma se queste uscite servivano giusto a rispettare il bon ton, quel facilitatore del Mahmoud non ha mancato di far capire più esplicitamente che era pronto a discutere con noi senza pre-condizioni. Per questo ad Ahmad Rafat, vicedirettore di AKI International (AdnKronos), è stato ritirato l’accredito stampa dagli organizzatori del vertice Fao. Il giornalista di origine iraniana è stato ritenuto “persona non grata” e pertanto non ammesso ad entrare nel palazzo dove si svolgeva il summit. Credo che di questo si possa e si debba ringraziare l’accortezza del corretto Mahmoud. Pur senza prendersi apertamente il merito di questa iniziativa - per la quale va comunque segnalata la meritoria collaborazione dei responsabili della Fao, organismo delle Nazioni Unite – egli ci ha fatto capire che non voleva essere pre-condizionato da inutili disturbatori. Disturbatori che avrebbero magari avanzato sciocchi dubbi sul fatto che ai cittadini iraniani possa realmente fregare qualcosa delle invettive antisemite dello scoppiettante Mahmoud.

Chissà, magari, considerato che ci si trovava ad un summit dell’Agenzia Onu per l’Agricoltura e l’Alimentazione, i cittadini iraniani avrebbero voluto sapere dal proprio presidente come mai nella loro nazione l’agricoltura versa in uno stato tanto misero. E dire che di terra coltivabile non ne manca, così come non mancherebbero i fondi da investire. E invece, ad esempio, ogni anno quasi la metà dei raccolti del pregiato the iraniano vanno perduti perché mal conservati. Che dire poi del mercato nero di beni di prima necessità gestito per la gran parte da quei simpatici Pasdaran di cui proprio il cortese Mahmoud faceva parte?

Teniamoci queste curiosità e torniamo al punto da cui siamo partiti e all’articolo di Cassini pubblicato su l’Unità. Si tratta invero di un articolo molto lungo, nel quale, in nome di un preteso realismo, si vuole sostenere che l’aver usato maggiore cortesia nei confronti del placido Mahmoud avrebbe giovato al ruolo internazionale dell’Italia. Sfortunatamente, secondo Cassini, il nostro servilismo filoisraeliano e filoamerikano ci ha portati a non cogliere questa splendida occasione, a non capire quale splendido "dono" essa fosse per noi.

Purtroppo le contraddizioni della retorica di Cassini stanno proprio nel sostenere tesi apparentemente “realiste” misurando però col metro dell’ideologia le azioni di coloro che a tale presunto realismo non hanno obbedito.

Ebbene, vale la pena notare che non solo i rappresentanti del governo di centrodestra hanno disobbedito alle tesi del realismo cassiniano, ma vi ha disobbedito anche tanta parte della sinistra italiana che contro il criminogeno Mahmoud ha protestato, accogliendo invece un altro invito, quello fatto da Il Riformista. All’appello del quotidiano arancione mancavano invero tanti pezzi del fu Arcobaleno della sinistra. Loro certo non potranno essere tacciati di filosionismo o filoamerikanismo … rimane solo da chiedersi: perché chiamarli ancora sinistra?

SOMMARIO DEL N.25

politica interna
28 maggio 2008
[Labouratorio n.23] Tu chiamale se vuoi duEmozioni

Essendo Labouratorio un po’ manicheo, ma anche integrazionista, divide tutto fra bianco e nero, ma poi li mischia che è un piacere. Ecco quindi un editoriale “splittato” fra due endorsement in vista del Congresso del PS. Un confronto di posizioni politiche … che non è poco visti i tempi!
Non ce ne vorranno i sostenitori della mozione dell’Uias, se per carenza di contatti non l’abbiamo inserita in questo split.

ENDORSEMENT NENCINIANO
Questo è un endorsement critico perché consapevole. Eppure endorsement rimane e trattasi di endorsement per Nencini segretario.
Il profilo politico innanzitutto. Si tratta di un dirigente con buona esperienza politica, giovane per i canoni anagrafici della politica nazionale e che conosce bene il partito che si candida a guidare. Proviene da una regione in cui la preponderanza storica del Pci-Pds-Ds e oggi del Pd ha da un lato rafforzato l’identità emotiva dei socialisti – specie nel periodo post-Tangentopoli, quando proprio i cugini comunisti si dilettarono nella caccia al garofano – dall’altra ha innegabilmente abituato ad una convivenza politico-amministrativa non immune da logiche di sopravvivenza; logiche che non hanno mancato di cozzare con le ragioni di una politica più avventurosa (vedasi il caso RnP).
Come i veri endorsement di stile britannico, questo non è dunque un sostegno con firma in bianco, ma è animato dalla speranza e dalla volontà di contribuire ad un percorso che privilegi l’elaborazione e la proposta rispetto al pur importante aspetto “gestionale”.
In questo senso condivido la volontà di cercare di dotarsi di strumenti utili per costruire una più forte autonomia di proposta politica e programmatica. Iniziative editoriali ed una Fondazione possono essere un buon viatico per riattivare una pedagogia politica che non solo quello socialista, ma anche partiti più grandi, hanno accantonato da troppo tempo.
Ritengo inoltre che sia condivisibile la fotografia critica dell’attualità politica, italiana ed europea, presente nella mozione. Peraltro la parte critica delle tre mozioni è sostanzialmente simile. Mi sembra però che, nell’intenzione di cercare una sfida politica col PD, sia più coerente con un profilo di socialismo liberale quello di essere incalzanti sui temi della modernizzazione economica e sociale, piuttosto che cercare convergenze acrobatiche, quanto poco percorribili, con i resti dell’Arcobaleno infranto per posizionarsi a sinistra del PD.
Leggo questa preferenza non solo sulla base della possibile prospettiva, ma anche sulla base della coerenza con la storia del socialismo italiano, quello democratico e liberale.
In due parole: concretezza e coerenza … almeno si spera!
Tommaso Ciuffoletti

ENDORSEMENT LOCATELLIANO
Il titolo innanzitutto. Sarà perché l’ho scelto io, ma partire dalla politica in un partito che è solito discettare di spartizione di posti che non ci sono è il primo passo senza il quale non ne seguiranno altri.
Il coraggio in secondo luogo. Locatelli è scesa in campo in modo trasparente, con una lettera ai compagni in cui ha manifestato apertamente la propria volontà di candidarsi, in un momento in cui peraltro era chiaro che fosse palesemente svantaggiata. Si è comportata da dirigente più e meglio di tanti altri pseudo-leader e credo che più e meglio di altri possa garantire una gestione di garanzia per tutti.
La mozione in terza battuta. Essa stessa è permeata di una certa tensione ideale per una partito diverso, non più fine a sé stesso ma che riscopra tanto il valore dell’esercizio della democrazia e il pluralismo interno, quanto un proprio autonomo ruolo nella politica italiana. Entrambi questi obiettivi sono accompagnati da programmi ambiziosi ma specifici per una vera e propria rivoluzione della forma partito e per una tanto evocativa quanto impegnativa “Epinay” della sinistra laica, liberale e socialista.
Si può forse accusare di idealismo velleitario queste posizioni. Si può, e però sono convinto che non renderemmo un servizio né a noi stessi né al paese se rimanessimo chiusi nel recinto del realismo e della mera gestione del poco che siamo. Siamo troppo deboli e pertanto inutili per non volare alto.
C’è un’ultima ragione, di carattere personale. Mi sono iscritto al Partito Socialista perché ritenevo che ci fossero, intrappolate in una comunità debole e mal condotta, le risorse culturali ed umane potenzialmente dotate dell’ambizione di riprendere le redini di un paese allo sbando.
E’ probabile che io mi sia sbagliato, cionondimeno, consapevole di voler essere opposizione di qualsivoglia prospettiva minimalista, non posso che reiterare la mia scommessa e sostenere la mozione che più sembra avvicinarvisi.
Andrea Pisauro

SOMMARIO DEL N. 24

POLITICA
20 maggio 2008
[n.23] Labouratorio e la ciccia socialista

Eppur si muove. Il dibattito pre-congressuale del Partito Socialista - pur nel permanere di clandestinità latenti - inizia a muoversi. Ma qua, as usual, si è all’avanguardia e mentre gli altri ancora si stiracchiano Labouratorio sculetta allegramente davanti al proprio barbecue di spunti di dibattito. E per non farvi mancare nulla son pure tornate le previsioni del colonnello Albano. Un numero per buongustai, buon appetito!
T.C

Editoriale di Carlo D’Ippoliti

Il dibattito politico interno al PS ricorda la passata campagna elettorale: tutti a fare a chi ce l’ha più riformista. (il partito, o il leader)
QUALI “riforme” fare, non molti si degnano di precisarlo. In realtà, se non quando veramente costretto, fuori delle aule parlamentari il dibattito politico italiano non parla di contenuti. Almeno dall’inizio della Seconda Repubblica.
Da allora, Sartori si sbraccia di dirci che la colpa, della degenerata politique politicienne, è nel numero eccessivo e nelle manie di protagonismo dei piccoli partiti. Peccato che, morti i “nanetti”, lui stesso non trovi niente di meglio da dirci, che riproporre la (errata) teoria della sovrappopolazione di Malthus. Tremonti d’altronde, ha definitivamente chiarito che il PdL è un partito conservatore, non liberale, e ci ha dato la sua visione della globalizzazione (visione, purtroppo o per fortuna, ignorata dal dibattito).
Di contenuti di rilievo -ciccia- c’è poco altro.
Insomma, se la gente si disinteressa di politica, o cade nell’antipolitica, non me la sento di dire che è colpa sua. Vi interessereste voi di sapere chi prende la poltrona di Ministro per l’attuazione del programma? Se state leggendo questo editoriale forse sì, ma la colpa è vostra.
Sarebbe interessante aprire un dibattito sul dibattito, ovvero sulle ragioni del suo inaridimento. Dalla comprensione di questo, potremmo identificare spazi politici (e forse editoriali) da cui ricominciare a fare una politica che sia un po’ più interessante dell’annosa questione se il PS debba stare a sinistra del PD ma a destra di SA, o a destra del PD e a sinistra del PdL. (scusate sono un povero ingenuo, ma è uno dei privilegi che preferisco, per noi accademici nelle torri d’avorio)

Provo allora a buttar giù qualche ipotesi (in ordine sparso) che, guarda caso, nasconde anche qualche implicita risposta alla domanda “di quali riforme parliamo?”.

1. i partiti si sono lanciati alla conquista del favore di Confindustria, favore divenuto finalmente accessibile in regime di concorrenza tra più partiti, dopo l’abbandono da parte del P-DS dell’ideologia comunista.
2. i politici hanno creduto alla teoria dell’elettore mediano, ovvero che le elezioni si vincono al centro, convergendo obiettivamente nei programmi e nella prassi.
3. nel settore della stampa e dell’informazione non vige la minima concorrenza. I giornali più agguerriti e indipendenti al massimo “fanno commento”, ma certo non fanno informazione.
4. l’università è ormai frantumata in un pulviscolo di micro-sedi, che rende la vita impossibile ai professori, oberati di cattedre da spartirsi e senza più tempo per dedicarsi alla società.
5. gli intellettuali non hanno più un ruolo sociale. (scusa, chi?)
6. l’enorme ulteriore concentrazione di potere finanziario e industriale che si è avuta nel nostro Paese negli ultimi decenni ha eliminato un buon numero di conflitti di interesse, nella società e nella politica: non c’è più molto di cui discutere dal punto di vista dei “poteri forti”.
7. ci sono ancora in Italia troppe poche lobbies, e troppo piccole, opache e malamente organizzate.
8. l’economia sembra ormai l’unico argomento di cui valga la pena dibattere, ma a livello teorico e metodologico si tratta purtroppo della più semplicistica e ideologica delle scienze sociali.
9. il mondo è effettivamente cambiato troppo velocemente rispetto ai tempi in cui si è formata l’attuale classe dirigente italiana (uomini, ultrasessantenni, tendenzialmente ex-DC ex-PCI o ex-PSI), ed è oggi molto difficile da interpretare (soprattutto per loro).
10. le istituzioni sovranazionali e internazionali limitano effettivamente il potere decisionale (ovvero la scelta degli obiettivi) della politica nazionale, mentre le mutate condizioni politico-economiche ne limitano decisamente l’efficacia (ovvero la forza degli strumenti).
11. dal punto di vista culturale abbiamo ormai abbracciato il leaderismo in versione Berlusconi, cioè la selezione non del partito ma del leader, e sulla base delle vere o presunte qualità personali (ad esempio la possibilità di (sotto)mettere daccordo i notabili del partito) e non delle sue opinioni.

Come conseguenza, credo che la sterilità del dibattito crei “nicchie di mercato”, completamente trascurate dal Veltrusconi. In politichese, lo spazio c’è.
Ma per ora mi piacerebbe si discutesse almeno un po’ del perché in Italia non si può (più) parlare di contenuti, in politica.

SOMMARIO DEL N.23

politica interna
13 maggio 2008
[Labouratorio n.22] Working Class Hero
di Andrea D'Uva

Fatto il governo ora tocca di governare. Berlusconi ha varato il suo quarto esecutivo, al quale spetterà il compito di guidare l’Italia per i prossimi cinque anni.
Un risultato pare già essere centrato ed è il superamento dell’instabilità politica: poter contare su di un ampia maggioranza consente di affrontare in maniera incisiva il tema fondamentale delle riforme. In particolare quelle che dovrebbero stare maggiormente a cuore a chi a sinistra si riempie la bocca della parola “riformismo” riguardano la sfera sociale e del lavoro, le cui deleghe sono state affidate ad un ministro la cui storia personale è legata proprio all’area socialista: Maurizio Sacconi. Già esponente del Psi poi approdato a Forza Italia, era sottosegretario al Welfare ai tempi della stesura del libro bianco di Marco Biagi, con cui collaborò prima dell’assassinio del giuslavorista.

Le prime dichiarazioni del neo ministro fanno ben sperare. Ha dichiarato, pur criticandola per via dei costi che graveranno soprattutto sulle future generazioni, di non voler modificare la controriforma pensionistica voluta dal governo Prodi, questo per evitare di alimentare il clima di incertezza in campo previdenziale. La priorità, ha proseguito Sacconi, deve essere l’aumento di partecipazione al lavoro, aiutando con politiche mirate le categorie più marginalizzate ovvero le donne, i giovani e gli ultracinquantenni. Al tempo stesso il governo ha in programma di adottare a breve scadenza un provvedimento teso all’incremento della parte variabile di salario, ed alla detassazione degli straordinari, due voci legate alla produttività aziendale. Ogni opposizione a tali proposte non potrà prescindere dal merito delle proposte stesse, per risultare credibile agli occhi di un elettorato apparso più maturo di come lo ha tradizionalmente dipinto una certa intellighenzia.

Quale atteggiamento adotterà il Partito Democratico? Accetterà la sfida del riformismo, quello concretamente praticato non quello meramente predicato? Oppure si chiuderà su di una logica di contrapposizione aprioristica? Se ascolterà le sirene di quella parte di sinistra, radicalmente conservatrice, peraltro esclusa dalla rappresentanza parlamentare, nell’illusione di attrarre verso di se il suo elettorato finirà col perdere la sfida della modernità. Se sposerà la linea della triplice sindacale, cercando una rivincita postuma in qualche manifestazione di piazza si condannerà ad una posizione di nostalgica retroguardia. CGIL, CISL e UIL appaiono scettici rispetto alle proposte governative e sono orientati ad una generica redistribuzione, attraverso maggiori detrazioni, di pochi spiccioli nella busta paga di tutti i lavoratori dipendenti e dei pensionati.
Tale operazione rischia di essere scarsamente percepita dalla maggioranza dei lavoratori come un reale incremento del potere di acquisto e sarebbe marginalmente ininfluente rispetto alla produttività. Sentirsi premiati, in termini economici, per la quantità di lavoro aggiuntiva data alla causa aziendale è una legittima aspirazione di molti lavoratori dipendenti, i quali non sono più disposti a farsi irretire dalla retorica della lotta di classe all’ombra della quale molti sindacalisti si sono nascosti per farsi casta e portare avanti una carriera nella quale il lavoro ha avuto poca o punta parte. La politica riprenda il suo ruolo, che è quello delle decisioni. Nei paesi democratici le preferenze dei cittadini si esprimono con il voto, mentre nei sistemi oligarchici sono le corporazioni a dettar legge.

Pare che la maggioranza parlamentare l’abbia capito e stando al governo appronterà le sue decisioni, vedremo cosa sarà capace di fare l’opposizione dal cui atteggiamento dipende la possibilità di evolvere verso una forma più moderna di sinistra.

SOMMARIO DEL N.22

sfoglia
settembre        novembre

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte


Oggigiorno tutti hanno spirito. Dovunque si va non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti. E' divenuta una vera peste.
Oscar Wilde

Un grande libro

mailme@: tommasociuffoletti-at-gmail.com




Add to Technorati Favorites

Locations of visitors to this page


San Giovanni delle Contee Online
... un blog bucolico!


Tommaso Ino Ciuffoletti

Crea il tuo badge

Visualizza il profilo di Tommaso Ciuffoletti su LinkedIn