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CULTURA
13 luglio 2016
I bandi di Cosimo III, la Toscana medicea e i vini di qualità
"In Toscana il vino non ha svolto e non svolge solamente un ruolo produttivo e commerciale, ma durante i secoli è stato anche protagonista e stimolo di tante culture: dall'arte alla musica, dalla gastronomia alla letteratura". 
Così Giacomo Tachis, nella sua autobiografia, raccontava l'importanza del vino in Toscana.
Un'importanza che venne riconosciuta con un suggello di valenza storica già nel 1716, coi famosi Bandi del granduca Cosimo III dei Medici, di cui oggi si celebrano i 300 anni. Il primo, quello del 18 luglio, "sopra il commercio del vino", l'altro, del 24 settembre, "sopra la dichiarazione di confini delle quattro Regioni: Chianti, Pomino, Carmignano e Val d'Arno di Sopra". I due bandi avevano una funzione complementare. Erano infatti solo i vini che provenivano da questi territori quelli autorizzati ad essere commercializzati per la vendita "all'estero". Era il primo importante passo per promuovere una qualità produttiva ed un'adeguata protezione commerciale di quella stessa qualità, contro frodi e sofisticazioni. A tal fine la Congregazione, organismo istituito ad hoc, doveva vigilare affinché i vini "che sono commessi per navigare, siano muniti alla spedizione con la maggior sicurezza per la qualità loro, e tutto per ovviare alle fraudi".
Quei bandi, così importanti, furono figli non solo dell'illuminato volere del granduca, ma di un vero e proprio clima culturale che aveva fatto del vino un bene meritevole di ricevere le più alte attenzioni. Basti pensare al celebre volume di Francesco Redi, "Bacco in Toscana", pubblicato a Firenze nel 1685, che tra eleganze letterarie e dotte speculazioni filosofico-scientifiche, faceva del vino molto più che una semplice bevanda. E del resto il Redi, come molti altri a lui coevi, era allievo del grande Galileo Galilei, che al vino dedicò studi ed attenzioni che lo stesso Tachis, parecchi secoli dopo, teneva bene a mente.
Oggi celebrare i 300 anni di quei bandi non è solo giusto, ma lo si può fare anche con un pizzico d'orgoglio patrio. Specie considerando che gli ungheresi rivendicano, giustamente, che la classificazione dei loro terreni più vocati per la coltivazione della vite arrivò ben prima della celebre classificazione dei cru del Medoc e Sauternes-Barsac. Quest'ultima, infatti, avvenne come noto nel 1855. Quella dei vigneti di Tokaj-Hegyaljia è invece del 1772. Entrambe successive ai bandi di Cosimo III dei Medici.
Si può dunque legittimamente affermare che le prime norme per una produzione di qualità del vino sono nate in Italia. E più precisamente in Toscana. Un'eredità a cui cercare ancora oggi di essere all'altezza

CULTURA
8 febbraio 2016
Giacomo Tachis
Una vita fa. Facevo politica, passavo la gran parte della settimana a Roma. Facebook non esisteva. Bevevo vino di rado e principalmente per sbronzarmici.
Un fine settimana tornai a Firenze con la promessa che sarei andato con Zeffiro a trovare questo benedetto Giacomo Tachis. Erano settimane che mi faceva una testa così dicendomi che dovevo conoscerlo.
Io ero così preso dal me stesso in jeans, polacchine e disinvoltura polemica nel parlare in pubblico. Aggiornatissimo sulle vicende delle correnti dei Ds, le riviste storiche della sinistra, i percorsi della diaspora socialista. Dedicavo il mio tempo a speculazioni politiche, riunioni di partito, litigare con Pannella, costruire gruppi di giovani balordi.
E così quella domenica salii in macchina con Zeffiro più per il piacere di stare con lui che per altro. Come quando ero piccolo e mi portava in giro per convegni. Chi fosse questo enologo (anche se lui si schermiva se lo chiamavano così) non lo sapevo. E allo stesso modo ignoravo cosa esattamente fosse un enologo (sorrido al pensiero che a circa 10 anni da allora sto per andare a vivere insieme a uno di costoro).
Durante il viaggio da Firenze a San Casciano chiesi tuttavia informazioni. Zeffiro aveva conosciuto Tachis credo tramite Torello Latini. Si tenga presente che Zeffiro delle etichette dei vini (come di qualunque altra etichetta) se ne fotte con una naturalezza da far invidia a qualunque enostrippato alternativo biodinamicveganabbestia. Sassicaia, Tignanello, Solaia, Turriga, non potevano essere questi nomi ad averlo colpito. Era stata la cultura di Tachis a entusiasmarlo. La passione per la storia, le vicende degli uomini e dei territori. Il vino come tramite di conoscenza, non il fine di un feticismo vacuo.
Per questo non cercò di impressionarmi glorificandolo. Poteva dirmi che era il più importante enologo italiano. Un genio. Uno i cui vini avevano fatto grandi tante cantine. Avevano fatto grande l'Italia nel mondo. Avevano, somma goduria, battuto i francesi. Tachis come un Bartali cantato da Conte. A farli incazzare col Cabernet di fronte a giudici al di sopra di ogni sospetto.
Niente di tutto questo.
Arrivammo che era buio. La casa era bella, ma normale, e io m'aspettavo chissà quale villa. Questo signore parlava poco. Zeffiro mi presentò come dovessi ricevere una benedizione. Io guardavo entrambi e non capivo bene. Così, quando Tachis mi chiese cosa facevo attaccai a parlare come ero abituato a fare. Sfrontato, arrogante, ignorante. Io, blabla, Montecitorio, blabla, la sinistra vero, blablabla, io, io, io, bla, bla, bla. Zeffiro rideva sotto i baffi e Tachis, peggio, sorrideva di un sorriso a metà tra l'affettuoso e il bonariamente beffardo. Ma non m'interruppe mai. Lasciò che il mio tono di voce andasse spegnendosi nel dubbio di aver detto una gran sequela di bischerate. Quando ebbi finito e un rossore di vago imbarazzo immagino dovette iniziare a colorarmi il viso, Tachis sorrise ancora di più. E ci portò in un garage-cantina pieno di bottiglie con etichette adesive scritte a mano. Campioni, prove, esperimenti. Parlava poco, sì, e piano, ma a quel punto non potevo che ascoltarlo per cogliere ogni sussurro. Iniziavo davvero ad essere curioso. Anche se non capivo nulla di lieviti e fermentazioni, polifenoli e antociani. E poi Galileo e il Redi, i Georgofili e la mezzadria.
Prese una bottiglia e me la regalò.
Una prova di Sassicaia.
Tornai a casa un po' confuso. Mara quando entrammo in casa mi chiese com'era andata. "Ganzo", risposi senza essere convinto fino in fondo.
Solo anni dopo avrei iniziato a capire. E a sorridere anch'io.
Finito, non so bene come, ma con gran gioia, dalle sale della politica a Castellina in Chianti.
Purtroppo, a quel punto la malattia si era già presa tanto di quel signore che Zeffiro voleva che conoscessi.
Di polifenoli ancora oggi capisco ben poco. Ma a conservare i ricordi, invece, un po' me la cavo. E sono felice che mio padre abbia tanto insistito in quelle settimane.
Nel sottoscala di casa in via barbacane c'è ancora quella bottiglia.
8 ottobre 2015
Suore
Un celebre professore di architettura a Firenze fu tra le personalità a cui Monicelli si ispirò per il personaggio del Melandri di Amici Miei (e dell'uomo era pure notevole la somiglianza con Gastone Moschin).
Questo professore, peraltro ancora vivo, nutre una superstizione portentosa nei confronti delle suore. Una volta, con Zeffiro, viaggiarono in Austria. Al ritorno stavano per imbarcarsi per tornare in aereo da Vienna a Firenze. Mentre erano in attesa al check in, un nutrito gruppo di suore si accodò loro. L'esimio architetto iniziò a mostrare cenni di nervosismo e a far gesti apotropaici. In altre parole, prese a mostrare deliberatamente le corna alle suore chiamandole "uccelli del malaugurio". Tra l'imbarazzato e il divertito, Zeffiro racconta che lui stesso non si rese conto, sul momento, di quanto serio fosse l'architetto nel considerare quelle donne come delle portatrici di sventura.
Fino a quando comunicò che non avrebbe accettato di prendere un volo in compagnia di quelle "menagrame".
Tornò a Firenze in pullman.
Quando ci raccontava questa storia, io e Sofia, bambini, ridevamo molto. Ma dentro di me si faceva spazio l'idea che se un sì importante professore aveva una tanto radicata convinzione, forse, qualcosa di vero, in fondo in fondo, vi fosse.
Sono cresciuto allontanando quella sciocca superstizione da ogni angolo della mia mente.
Quando stamani ...


CULTURA
3 ottobre 2013
[da Facebook] Aldo Rosselli
Ieri è morto Aldo Rosselli, figlio di Nello e nipote di Carlo.
Ho tanti ricordi di lui, fin da quando ero piccolo e veniva sempre, sempre a trovare i miei genitori in via barbacane. Sapevo che era discendente di una grande famiglia. E riconoscevo nei suoi tratti quelli di suo babbo e suo zio, i cui volti ero così abituato a vedere sulle copertine dei libri che giravano per casa.
Sarà che i bambini hanno una sensibilità particolare, ma ricordo che la sensazione che associavo alla sua immagine era quella di un sorriso irrequieto, mai del tutto sereno. Lampi d'entusiasmo che gli brillavano negli occhi, piccoli dietro gli occhiali, seguiti da repentine chiusure di tutto il volto.
A mio padre dedicò anche un libro. "Zefiro". Un bel libro. In cui Zefiro è un idealista. Un cuorcontento si direbbe.
E cuorcontento era come mi chiamava una persona che non vedo da tanto tempo.
E mi manca. Così come mi mancherà Aldo Rosselli.

https://www.facebook.com/tommaso.ciuffoletti
ECONOMIA
9 novembre 2009
[Storia e retorica della crisi] Un video da vedere assolutamente
Mercoledì 11 Novembre, a partire dalla mattina per cnotinuare fino al pomeriggio inoltrato, a Firenze, in via San Gallo n.10, alla Sala Ovale del Dipartimento di studi storici e geografici, si terrà una ampio convegno/dibattito dal titolo: STORIA E RETORICA DELLA CRISI.
Per presentare il convegno è stato aperto un canale YouTUbe dove saranno pubblicati contenuti realizzati ad hoc, compresi alcuni interventi del convegno. Non solo, ma sono già pubblicati alcuni video di presentazione. Fra questi ho pensato di segnalarvene uno, diviso in due parti, che DEVE ESSERE ASSOLUTAMENTE VISTO. Spiega in maniera semplice, con una grafica perfetta, con una chiarezza invidiabile, le dinamiche della crisi.
BUONA VISIONE - E se mercoledì siete a Firenze, venite!!




politica interna
30 luglio 2008
[Lettere al Riformista] NonSoloRicordi dal caso Del Turco


Caro Direttore,

credo che il caso Del Turco ponga questioni che vanno certamente oltre le rivendicazioni "made in ex-PSI". Detto questo, però, non credo ci si debba sentire in dovere di vergognarsi della propria storia.
Dico "della propria storia" anche se io all'epoca di Tangentopoli ero poco più che nell'età dell'incoscienza. Eppure ho un ricordo vivido delle amarezze che allora ebbe a provare mio padre, il quale non era più iscritto al PSI dalla metà degli anni '80, quando rispedì al mittente la tessera che gli recapitava regolarmente la federazione di Firenze, accompagnandola ad una lettera sdegnata per i modi in cui veniva gestito il partito da queste parti.
Quando però si scatenò la "caccia al socialista" - e se qualcuno ha da ridire sull'uso di questo termine, me ne trovi uno più adatto - egli, ordinario per concorso e non per anzianità, divenne il professore socialista a cui tributare ogni sorta d'insulto pubblico. Perchè ero piccolo, ma non scemo o analfabeta, quando lo andavo a trovare in dipartimento e vedevo sui muri scritte come "Ciuffoletti piduista".
Se si vuole si può dire che con questi argomenti non si fa politica oggi. Se mi è permesso, però, niente mi leva dalla testa che il ricordo di quel clima è un patrimonio di esperienza diretta di cui non ho intenzione di vergognarmi. Così come trovo non ci sia niente da nascondere, nemmeno in nome del tatticismo, se nel rivendicare le ragioni di una giustizia giusta lo si fa con un piglio più netto dei tanti tentennamenti timorosi dei - presunti - dirigenti del PD.
La grande truffa della questione morale ad uso e consumo di una parte, anzi, di un partito politico va bene per un'Italia in cui la corruzione continua ad essere endemica. La grande truffa dell'indipendenza della magistratura dalla politica va bene per un paese che finge di non sapere che gli organi di autogoverno della stessa magistratura sono organizzati per correnti politiche.
E se da socialista e da liberale dico queste semplici cose non provo nessuna vergogna o timore.
Non solo, ma fu proprio con Tangentopoli che venne elevato a sistema e messo in pratica il folle disegno della para-democrazia senza partiti. E chi oggi si lamenta dell'antipolitica crescente - a partire dal Baffetto - lo fa senza mai considerare dov'è che si è cominciato ad alimentare con tanto ricca sostanza quella tigre che sempre qualcuno è pronto a cavalcare.
Ci si può limitare a considerare le bischerate di Travaglio, ma serve a poco se non si ha il coraggio di fare i conti con la storia recente di questo paese.
Cercare oggi di ricostruire il ruolo e la funzione dei partiti come primo argine di autocontrollo sulla gestione della cosa pubblica è impresa improba. E' letteralmente impossibile per chi la voglia affrontare eludendo la riflessione sulle cause originarie di tale rinnovato e sempre strisciante sentimento.
Cordiali saluti,
Tommaso Ciuffoletti - Firenze
CULTURA
4 aprile 2008
[Compassato] Di politica, Massoneria, Toscana, Socialismo e ... Puffi!


A seguito di un articolo di Fabrizio D’Esposito sul Riformista di ieri, oggi il quotidiano arancione ospita una lettera di replica firmata da Roberto Villetti. Oggetto dell’articolo, e della replica di oggi, è il rapporto tra socialisti e massoni intorno al caso toscano della candidatura al Senato nelle liste del Partito Socialista di Massimo Bianchi, gran dignitario del Grande Oriente d’Italia (trovate gli articoli qua).
Vale la pena ricordare qui che la retorica del sospetto intorno alla Massoneria ha precedenti illustri nella storia del giornalismo italiano, fomentati in particolare negli anni recenti da ciò che il caso P2 ebbe a suscitare a partire dall’inizio degli anni ’80. Da allora la confusione su ciò che la massoneria è stata ed è nel nostro paese, è stata tale da animare sospetti al limite della superstizione, con tanto di caccia alle streghe. Proprio qua in Toscana una caccia alle streghe (non esiterei a definirla così) la lanciò il quotidiano l’Unità nel 1993, in un clima in cui il sospetto era elevato a paradigma del vivere (in)civile e che è inutile ricordare qua. Dopo una serie di articoli che riportavano elenchi di affiliati, o presunti tali, a logge massoniche; tra ottobre e dicembre del 1993 l’Unità pubblicò e diffuse in Toscana, insieme al giornale, un opuscolo intitolato “La Toscana delle Logge”. Nell’opuscolo (cito testuale dagli atti del procedimento che ne seguì) “venivano pubblicati elenchi, asseriti come dei membri delle associazioni attrici … e di altre associazioni massoniche, in parte erronei, non autorizzati, per quanto concerne gli iscritti, dalle attrici, né da queste messi a disposizione di quel giornale”.
L’iniziativa dell’Unità non era solo poco corretta e discutibile da un punto di vista giornalistico, ma venne giustamente ritenuta lesiva del diritto alla riservatezza delle persone e dei soggetti che vi si trovarono loro malgrado coinvolti. Ne seguì una vicenda giudiziaria chiusasi nel marzo 1996.
Perché, vi chiederete, ricordo questi passaggi con una certa precisione. Perché la chiusura di quel procedimento si ebbe con un atto di transazione condiviso, raggiunto grazie alla dichiarata disponibilità dell’Unità S.p.A a far comporre ed editare a proprie spese un’opera illustrativa dell’istituzione massonica, di carattere scientifico e divulgativo. Una sorta di risarcimento morale, diciamo così, che ripianava l’approssimazione con cui invece era stato pubblicato l’opuscolo di cui sopra. L’allora rettore dell’Università di Firenze, Paolo Blasi, in qualità di supervisore di quell’accordo affidò a mio padre Zeffiro e a Sergio Moravia il compito di curare un volume uscito nel 2004 nella prestigiosa collana degli Oscar Mondadori, intitolato: “La Massoneria – La storia, gli uomini, le idee”.
Un’ultima nota, giusto per guardare ai casi del destino, direttore dell’Unità in quel periodo era un certo Walter Veltroni …

Ricordo infine che un grandissimo studioso della storia della Massoneria italiana ed europea, molto probabilmente uno dei più illustri dello scorso secolo, Carlo Francovich (di cui proprio lo Zeffiro di cui sopra è stato allievo) era irremovibile sul fatto che uno storico che avesse ad occuparsi di Massoneria non doveva assolutamente esservi affiliato.
Io son d'accordissimo, l'unica eccezione che sarei disposto ad accettare è per la Grande Loggia dei Puffi!
CULTURA
5 febbraio 2008
[Io non sono liberalsocialista] Son Socialista Liberale ... e di seconda generazione
Dalla rubrica delle lettere del Corriere della Sera di Lunedi' 4 Febbraio 2008 

Il socialismo liberale

Caro Romano, mi riferisco alla risposta sull'ircocervo di crociana memoria. Il socialismo liberale, cioè quello di cui parlava e scriveva Carlo Rosselli, non andrebbe confuso con il liberalsocialismo. In un libro che ho dedicato al pensiero politico di Rosselli ("Contro lo statalismo. Il socialismo federalista liberale di Carlo Rosselli", Manduria, Lacaita, 1999) metto in evidenza ciò che di nuovo l'antifascista fiorentino proponeva rispetto alla socialdemocrazia. Rosselli si richiamava esplicitamente a Bernstein, e accentuava la critica la marxismo, anche sulla scorta del pensiero di De Man. Ma l'elemento più originale che proponeva era la critica allo statalismo di cui il comunismo e il fascismo rappresentavano le forme più alte e totalitarie. L'originalità del socialismo liberale sta nella piena fiducia nel metodo liberale, nella valorizzazione delle forme aggregative dal basso e nella critica all'interventismo dello Stato in materia economica e sociale. Non vorrei fare il pedante, ma la parte più avanzata del socialismo contemporaneo in Inghilterra come in Francia, sebbene il socialismo francese sia alquanto arcaico, si muove in questa direzione.

Zeffiro Ciuffoletti, | ciuffolettirisorgimento@hotmail.com
3 febbraio 2005
[Letture Riformiste] Per un nuovo socialismo, da Socialismo Liberale, di Carlo Rosselli

Invito a riscoprire la tradizione politica rosselliana
Lettura di buon auspicio per il congresso DS

Lo spunto è questa lettera, ovviamente cestinata, spedita ieri al Direttore!

Caro Direttore,
ieri ci è capitato di sentire Giulietto Chiesa che paragonava i volontari delle Brigate Internazionali che combatterono in Spagna, ad Al Zarqawi e ai suoi uomini.
Crediamo che per sottolineare l'assurdità di quelle parole, non ne servano molte altre, basta semplicemente ricordare il nome alcuni di quei volontari italiani a cui, Giulietto Chiesa, ha paragonato Al Zarqawi: Carlo Rosselli, Palmiro Togliatti, Pietro Nenni. Una lista esauriente sarebbe troppo lunga, ma crediamo che così possa già bastare.

Tommaso Ciuffoletti e Filippo Modica
Firenze

Il nome Carlo Rosselli mi ha fatto venire voglia di aggiungere un nuovo capitolo alla serie delle "Letture Riformiste" (QUI la prima e QUI la seconda ); letture che in questo caso diventano anche proposte. Infatti il passo scelto e riportato, con alcune cesure (non censure!), potrebbe essere d'ispirazione a chiunque (Fassino?????!!!!!!) vorrà fare un discorso riformista al Congresso dei DS. L'attualità sconcertante di queste parole che risalgono al 1930 è infatti facilmente intuibile da chiunque. Basterebbe cambiare qualche termine qua e là, poche cose, magari aggiungere qualche considerazione per attualizzare al meglio il tutto, prendendo spunto, perchè no?!, dai consigli che Giulianone Ferrara propone oggi sul suo Foglio nell'editoriale intitolato "Ve lo do io il riformismo!". Tutto sommato un lavoro minimo di restyling; del tutto superfluo poi, se il buonsenso del lettore è in grado da solo di fungere da lente attualizzante. Non preoccupatevi, ne serve ben poco, chè la lucidità delle parole di Carlo Rosselli vi verrà incontro!



Il socialismo europeo si avvia decisamente verso una concezione e una pratica laburista liberale e verso responsabilità di governo. In Italia seguirà altrettanto. E' desiderabile che questo movimento sia consapevole, cioè preveduto e voluto, e non appaia dettato dalle circostanze; e si accompagni a un serio sforzo di rinnovamento ideologico. Il marxismo non può più aspirare a conservare il ruolo che ebbe per il passato. Se continuasse ad esercitarlo ciò avverrebbe per pigrizia ed insincerità. Nessuno, più, tra i capi socialisti, aderisce intimamente al marxismo; o, se vi aderisce, lo fa con tali riserve e distinzioni da togliergli gran parte del valore pedagogico e normativo. Queste cose van dette, alte e forti, senza tema di provocare disincantamenti. E chi non si sente di dirle tolleri in buona pace che altri le dica, senza per questo espellerlo dal socialismo. Bisogna farla finita coll'assurdo timore reverenziale verso tutto ciò che si riferisce a Marx. Dissociare - o per lo meno concedere che si possa dissociare - socialismo e marxismo, riconoscendo nel marxismo una delle molteplici e transeunti teorizzazioni del moto socialista; di un moto che si afferma spontaneamente e indipendentemente da ogni teoria, e che riposa su motivi e bisogni elementari dell'uomo.

Tocco un punto che reputo fondamentale. Si parla di libertà, ci si batte per la libertà. Ma la prima libertà che occorre instaurare è quella all'interno del movimento, romprendo le incrostazioni dogmatiche e i grotteschi monopoli. Il moto socialista deve avere la coerenza di applicare prima di tutto a se stesso le regole ideali che lo ispirano nella riforma della società tutta quanta. La disciplina è propria dell'azione, ma guai a imporla nel dominio delle idee e delle ideologie. La pretesa di voler imporre, attraverso il partito, un abito intellettuale a serie, è quanto di più mortificante e pericoloso si possa immaginare. [...] Tra i socialisti italiani si sono andate perpetuando divisioni e incomprensioni che non hanno più ragione di esistere quando l'adesione ai principi marxistici non sia più considerata come testo di fede, e quando accanto alla concezione tradizionale del socialismo si ammetta la vitalità o per lo meno la utilità di altre correnti particolarmente sensibili ai problemi morali (socialisti mazziniani, etici, cristiani), o ai problemi di autonomia e di forma politica (repubblicani, autonomisti), o ai problemi di libertà e di dignità individuale (socialisti liberali e non pochi sedicenti socialisti anarchici), ecc. ecc. Negli ultimi trent'anni il movimento socialista italiano si è come cristallizzato e ha perduto progressivamente ogni virtù di assorbimento e di interna ricomposizione. Esso si è ritagliato una fetta, certo cospicua, nel panorama sociale italiano; ma ha finito per accontentarsi di lavorare su quella, rinunziando implicitamente ad estendere la propria influenza e a rinnovarsi; e ha così favorito singolarmente il trionfo di altri movimenti, come tipicamente quello democratico cristiano, o ha allontanato da sè ogni fervore di vita culturale. Un movimento socialista italiano che sapesse imporsi la fatica di una profonda revisione di valori, son certo riuscirebbe a convogliare seco - nonostante la diversità di origine - tutte le forze giovani che aderiscono e ancor più aderiranno, in una Italia libera alfine, alla causa dei lavoratori; e a determinare nello stesso suo seno un impetuoso rigoglio di vita e di discussioni, necessità ineliminamile dei giovani che, entrando nel mondo delle idee, hanno il dovere di fare i conti coi problemi del loro tempo.

Il discorso sulla necessità di un rinnovamento ideologico e di un maggiore liberalismo all'interno del movimento, si allarga a tutto quanto il problema della cultura. I socialisti in genere, e quelli italiani in particolare, sono terribilmente in ritardo in fatto di cultura; in ritardo - intendo - sulle posizioni in cui trovasi il meglio della nuova generazione. Ciò deriva in parte dalla pesantezza dei movimenti di massa, assai conservatori in fatto di ideologia e di cultura; ma in parte, in somma parte - almeno in Italia - dall'attacamento feticistico alle posizioni del materialismo positivista che contrassegnava la élite socialista trent'anni fa. Essa ha sempre violentemente combattuto ogni deviazione dal socialismo ateo, materialista, positivista; e ha dispregiato come borghesi tutte le correnti giovanili che non aderivano allo schema abituale [...]

I socialisti troppo audacemente trasportano in sede culturale e spirituale la terminologia politica e le divisioni di classe. Altro frutto del determinismo marxista, altro grossolanissimo errore. La cultura non è né borghese né proletaria; solo la non cultura è tale, o taluni aspetti estrinseci o secondari della vita culturale. Si possono avere dei riflessi di classe sull'arte, ma non un'arte di classe. [...]

Il movimento politico socialista deve adottare, per quanto si attiene all'indirizzo filosofico e culturale, un principio di larga intelligente tolleranza; se per il singolo è comprensibile, anzi doveroso, ogni sforzo per collegare teoria e pratica, pensiero e azione, lo stesso proposito, riferito al movimento nel suo complesso, è un fatale errore. Guai a legare un moto dallo svolgimento secolare e dalla molteplicità insopprimibile dei motivi, a un dato credo filosofico. Guai a voler fissare, come altra volta si fece, una filosofia "ufficiale" del socialismo. Significa o far sorgere tanti socialismi quante sono le correnti o, ipotesi più verosimile, inceppare, inaridire, isolare il movimento. Significa non rendersi conto della straordinaria complessità e intensità di vita del mondo moderno, dove continuo è l'alternarsi delle posizioni, delle scuole, dei metodi, dove rapidissimo è il logoramento di credenze ritenute incontrovertibili, dove neppure si concepiscono posizioni di riposo. Significa soprattutto dimenticare che l'onda del pensiero, della scuola, dei gusti culturali è assai più corta e frastagliata dell'onda del moto sociale e socialista; o che per lo meno l'una non coincide con l'altra. [...]

Ancora più spiccata (rispetto a quella del socialismo francese ndInoz) la originalità del socialismo britannico, decisamente antimarxista, antideologo, antilaico, insensibile o quasi alle lotte di tendenze, amante, per la mentalità empirica così tipica negli inglesi, dei problemi concreti. Il partito laburista - geniale sintesi federativa di tutte le forze che si battono per la causa della giustizia e del lavoro - pratica la lotta di classe, ma si è sempre rifiutato di elevarla a supremo canone tattico. Esso mira alla riforma graduale e pacifica della società tutta quanta, senza tragiche opposizioni e soluzioni di continuità. [...]

Il socialismo italiano dovrà in avvenire preoccuparsi assai di più degli specifici problemi nazionali, rompendo l'assurdo monopolio patriottardo dei partiti cosiddetti nazionali. [...]
Il socialismo italiano ha bisogno - che dico? - necessità estrema di un bagno di realismo, di un intima presa di contatto col paese, rinunziando alla mediazione per troppi lati deformatrice dello schema marxista. Indubbiamente la teoria materialistica della storia rese inizialmente preziosi servigi col reagire alle considerazioni troppo formalistiche e unilaterali del processo storico; ma, esaurito il suo compito critico, e costretta a servire troppo pedissequamente una tesi preconcetta, finì per condurre a sua volta ad esagerazioni funeste.


da Socialismo Liberale, il capitolo intitolato "Per un nuovo socialismo" di Carlo Rosselli (prima edizione, in francese, del 1930)

Questo post non può non essere dedicato a Filippo.

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Oggigiorno tutti hanno spirito. Dovunque si va non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti. E' divenuta una vera peste.
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