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24 maggio 2005
[Dossier non più in cerca di editore grazie a L'Opinione] Dopo il fallimento delle riforme, in Iran si guarda al modello cinese

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Dopo il fallimento delle riforme, in Iran si guarda al modello cinese

Il 17 di giugno si terranno in Iran le elezioni presidenziali che designeranno il successore di Mohammad Khatami. Il leader riformista, dopo i due mandati del 1997 e del 2001, è giunto oggi al termine della propria parabola politica e con lui un'esperienza che non è impietoso definire fallimentare. Impietoso è piuttosto l'atteggiamento di chi, deluso dalle promesse non mantenute e dalle riforme mancate durante i suoi mandati, lo ha definito semplicemente "il volto più presentabile del regime", non considerando il dato più rilevante che la presidenza di Khatami ha messo chiaramente in luce: l'irriformabilità del regime della Repubblica Islamica.

Oltre alla censura e alle violenze scatenate contro numerosi intellettuali e politici riformisti nel corso di questi anni, sono stati i continui sabotaggi nei confronti dell'attività istituzionale di Khatami, messi in atto da parte dei centri di potere in mano ai conservatori, a mostrare che erano proprio le istanze riformatrici di cui si era fatto portatore e che avevano decretato il suo primo clamoroso successo del 1997 - in cui ottenne 20 milioni di voti - ad essere effettivamente inattuabili.

La pervasività del grande potere in mano al Leader Supremo della Rivoluzione, massima carica della Repubblica Islamica, creata ad hoc per Khomeini ed oggi detenuta dal suo successore Alì Khamenei, e la continua ingerenza del Consiglio dei Guardiani, paragonabile – con le dovute differenze - alla nostra Corte Costituzionale e composto da membri nominati direttamente ed indirettamente dal Leader della Rivoluzione, sono solo gli aspetti più evidenti di come i poteri del Presidente della Repubblica e del Parlamento (Majlis) - unici due organi eletti dal popolo - siano assolutamente limitati e di come la speranza di ottenere riforme politiche attraverso i regolari percorsi istituzionali - speranza che aveva animato quei 20 milioni di elettori - si sia ben presto rivelata un'amara illusione. Non è un caso se oggi uno degli strumenti che gli iraniani intendono usare per opporsi al regime sia la richiesta di un referendum istituzionale che abolisca di fatto il Velayat-e Faqih, "il governo del giurisperito", ovvero il fondamento ideologico su cui si basa la Costituzione della Repubblica Islamica.

Il pensiero va al referendum popolare del marzo 1979, quando, dopo la dipartita dello scià, gli iraniani scelsero la forma repubblicana per il proprio paese. Oggi però, nonostante l'innegabile frattura sociale che divide i giovani iraniani dai valori su cui 25 anni fa venne creata la Repubblica Islamica, la prospettiva di un tale e radicale cambiamento appare ancora lontana. Nel frattempo le prossime elezioni presidenziali non offrono alcuna opzione agli oppositori del regime e non solo perchè tra i candidati non ve n'è alcuno in grado di ravvivare la speranza di cambiamento che Khatami incarnò nel 1997, ma soprattutto perchè quella speranza ha ormai lasciato il posto alla disillusione. Probabilmente l'astensionismo di massa sarà il segnale del malcontento di gran parte della popolazione, ma sarà – con altrettanta probabilità - un segnale che verrà rilevato più all'estero che in Iran.

Il regime infatti giocherà molto del proprio futuro in queste elezioni ed il personaggio che, qualora fosse eletto, pare più di altri in grado di garantirne la sopravvivenza è colui che attualmente presiede il Consiglio del Discernimento e che è stato per due volte Presidente (dal 1989 al 1997) prima dell'elezione di Khatami: Alì Akbar Hashemi Rafsanjani. Una breve analisi della sua figura è indispensabile per cercare di inquadrare e comprendere la complicata situazione dell'Iran attuale ed i possibili indirizzi che potrebbe prendere in un prossimo futuro.

Rafsanjani, soprannominato dai suoi avversari kuseh, lo squalo, proviene da una ricca famiglia di produttori di pistacchi, uno dei settori più fiorenti dell'economia iraniana e, dopo il petrolio, uno dei prodotti più esportati dal paese. Così come Khamenei, egli acquistò grande potere negli anni della Rivoluzione khomeinista. Tuttavia, a differenza dell'attuale Leader Supremo, il suo orientamento si mostrò da subito meno conservatore, tanto che il suo indirizzo politico è quello della destra iraniana definita "modernista", attualmente incarnato dalla formazione politica dei Servi della Ricostruzione (kargozaran-e sazandegi), nata nel 1996 come emanazione dell'azione di governo dell'allora Presidente Rafsanjani.

Proprio la "ricostruzione" fu il principale obiettivo su cui si concentrò l'attenzione di Rafsanjani durante il primo mandato presidenziale del 1989; del resto la guerra con l'Iraq, iniziata nel 1980, era finita solo l'anno precedente.

La politica economica che egli cercò di perseguire mirava a diminuire il ruolo assolutamente pervasivo dello Stato per favorire la crescita di un settore produttivo privato, di fatto assente nel paese. Nel far questo cercò l'appoggio dei grandi commercianti dei bazaar, i quali però miravano non tanto alla liberalizzazione di alcuni settori dell'economia iraniana, quanto, piuttosto, all'appoggio del governo per ottenere degli specifici ambiti in cui esercitare il proprio monopolio. Ciò che si venne a realizzare sotto il primo mandato di Rafsanjani fu, di fatto, la creazione di una serie di monopoli privati in mano a pochi grandi attori strettamente legati al potere statale, i quali, una volta raggiunta una vantaggiosa posizione di rendita, si opposero strenuamente ad ulteriori aperture.

Questo grave errore di valutazione fu pagato da Rafsanjani durante il suo secondo mandato, nel corso del quale egli fu oggetto tanto degli attacchi di quelli che, per semplicità, potremmo definire i vecchi statalisti, quanto dei nuovi monopolisti. A ben vedere lo stesso Khatami ha pagato il prezzo di quei fallimenti, dato che la sua politica economica si ispirava direttamente a quella di Rafsanjani.

Il fallimento di questo primo tentativo di importare il "modello cinese" fu dovuto principalmente alla peculiarità del sistema economico iraniano, ma anche al sabotaggio messo in atto nei confronti di Rafsanjani da parte del vecchio amico e nuovo Leader Supremo, Alì Khamenei.

Il regime della Repubblica Islamica fonda infatti la propria esistenza ed un discreto grado di consenso, sulla sistematica redistribuzione degli introiti derivanti dai vari settori produttivi e commerciali in cui lo stato è coinvolto. Esempio lampante è quello del petrolio. Come ha ricordato la professoressa Farian Sabahi nel suo recente libro sulla “Storia dell’Iran”, un litro di benzina viene venduto alla cifra simbolica di 20 centesimi di euro, un prezzo che non basta a coprire le spese di estrazione, raffinazione e trasporto. Come facilmente intuibile un sistema del genere non può essere smantellato senza gravi ripercussioni, tantopiù che nel corso degli anni il peso delle quote statali è aumentato e allo stesso tempo sono aumentati i settori in cui queste sono presenti.

Infine, durante gli anni più difficili del governo di Rafsanjani, Khamenei non mancò di ricorrere al proprio potere per ostacolarne il lavoro, schierandosi a fianco degli oltranzisti contrari alle privatizzazioni.

Fra gli obiettivi principali di Rafsanjani in ambito economico, c'era anche quello di attrarre investimenti stranieri in Iran ed è presumibile che esso rimanga tale anche per il futuro, mantenendo così la linea che lo stesso Khatami ha cercato di seguire. Ovviamente per fare ciò è inevitabile che il regime cerchi nuove aperture tanto con i paesi vicini che con l'Occidente.

In politica estera Rafsanjani ha del resto mostrato spesso un atteggiamento ambiguo, giocato tra la consapevolezza della necessità per il regime di aprirsi al mondo esterno e l'attinenza all'ideologia rivoluzionaria che vede nell'Occidente, e negli USA in particolare, il "grande Satana". Nominato da Khomeini comandante in capo delle forze armate nel 1988 pare che il suo ruolo sia stato determinante nel far accettare proprio al leader rivoluzionario la risoluzione delle Nazioni Unite per far cessare la guerra con l'Iraq. Allo stesso modo, nei primi anni '80, utilizzò i contatti iraniani in Libano per favorire il rilascio degli ostaggi occidentali rapiti dai militanti dell'Hezbollah. Tuttavia nei propri discorsi pubblici e nei propri sermoni del venerdì, Rafsanjani non ha mai rinunciato a sferrare duri attacchi all'Occidente ed agli Stati Uniti. Ultimo in ordine cronologico quello con cui, il 24 aprile, ha celebrato l'inaugurazione della 18esima Conferenza Internazionale sull'Unità Islamica, accusando gli Stati Uniti di combattere l'Islam dietro la facciata della guerra al terrorismo e facendo appello agli stati islamici per far valere il proprio peso in sede ONU, anche in vista di una sua eventuale riforma.

Oggi però, il nodo cruciale della politica estera iraniana attiene alla scottante questione del nucleare. Al riguardo lo stesso Rafsanjani ha più volte ribadito la sua posizione fermamente contraria ad ogni interferenza esterna in quello che ritiene un legittimo progetto del proprio paese, rivolto esclusivamente a scopi civili.

Per l'Iran il grande negoziatore di questi mesi è stato il segretario del Supremo Consiglio Nazionale di Difesa (SNSC): Hassan Rowhani. Forte della scarsa incisività dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica e dell'appoggio di due membri permanenti come Cina e Russia nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU, organo che in teoria dovrebbe imporre sanzioni all'Iran per il suo rifiuto di sospendere le attività di arricchimento dell'uranio, Rowhani ha riscosso grande credito in patria ed anche una certa popolarità. Lo stesso Khamenei aveva pensato di farne il cavallo su cui puntare per le elezioni presidenziali, contrapponendo a Rafsanjani un candidato in grado di fronteggiarlo con le sue stesse armi: pragmatismo e abilità politica. Tuttavia Rowhani, cresciuto politicamente proprio all'ombra di Rafsanjani, ha preferito astenersi dalla competizione elettorale, rinforzando ulteriormente le convinzioni di chi vede nello "squalo" il candidato con più chances di successo.

La rilevanza della questione nucleare però non si misura solo all'esterno del paese, ma anche al suo interno, dato che sul tema l'opinione pubblica iraniana, per quanto fortemente limitata nella sua libertà d'espressione, pare molto compatta nel sostenere i progetti del proprio governo. Il tema si è infatti legato al rilancio del nazionalismo iraniano, un perno su cui potrebbe far leva proprio lo stesso Rafsanjani sia per ottenere consensi che per sostituire, almeno in parte, il radicalismo religioso come fondamento ideologico del regime. Anche sotto questo aspetto il modello di riferimento potrebbe essere quello cinese, in cui il "comunismo" ed il maoismo sopravvivono soltanto nelle forme e nei modi della gestione totalitaria del potere, ma senza rappresentare più una risorsa simbolica, rimpiazzati da un fortissimo nazionalismo. Non è da escludere che nei progetti di Rafsanjani vi sia la prospettiva di mettere in atto una strategia simile nei confronti del radicalismo religioso e del khomeinismo, giocando queste carte anche contro lo stesso Khamenei. Del resto è crescente la disaffezione della popolazione iraniana - in particolare dei giovani - nei confronti di rigide e numerose imposizioni, giustificate sulla base della loro attinenza ai precetti dell'islamismo sciita in versione khomeinista. Di contro si è avuto modo anche recentemente di verificare come sia forte il sentimento che lega gli iraniani, compresi coloro che vivono all'estero, alla propria patria; una patria che non è araba, ma persiana. Lo sanno bene gli esperti del National Geographic che sono stati costretti a rivedere l'ultima edizione del proprio atlante, in cui figurava la dicitura "Golfo Arabico" per designare quello che è altresì conosciuto come Golfo Persico. Oltre alle proteste formali di Teheran, una sollevazione spontanea e globale condotta da bloggers e utenti Internet iraniani ha spinto la prestigiosa society a tornare sui propri passi ed adottare la vecchia definizione. E' bene inoltre ricordare che, nonostante la Persia sia stata islamizzata nel VII secolo dopo Cristo, in Iran, a differenza della stragrande maggioranza del mondo arabo, la religione di stato è lo sciismo e non il sunnismo. Lo stesso Khomeini, che avversava fortemente il nazionalismo, ritenendolo un veicolo per la secolarizzazione e l'occidentalizzazione, non poté fare a meno di connotare la propria predicazione in senso marcatamente iraniano e sciita. Del resto fra i motivi che impedirono alla rivoluzione khomeinista di essere esportata vi furono anche questi caratteri del tutto peculiari che distinguono l'Iran dal resto degli stati arabi.

Se dunque il regime intende sopravvivere alle spinte che vengono dall'esterno - non ultime le paure suscitate nel regime dall'imprevedibile meccanismo messosi in moto dopo la caduta di Saddam - e vuole rinsaldare la propria stabilità interna, non è errato credere che il "modello cinese" sia quello a cui molti intendono guardare. Primo fra tutti Alì Akbar Hashemi Rafsanjani.




permalink | inviato da il 24/5/2005 alle 9:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa
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