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politica interna
16 giugno 2016
Sesto Fiorentino ombelico di Firenze
Un tempo a Firenze s'era l'ombelico d'Italia.
Ad un rutto di Renzi accorrevano giornalisti da tutta Italia per saggiarne i sentori.
Oggi siamo tanto immiseriti da star dietro alle vicende di Sesto Fiorentino.
Sconforto, desolazione, ma una nota di informazione andrà pur considerata.
A Sesto Fiorentino ha sempre governato il PCI. Come nel resto dei comuni intorno a Firenze che sono detti la "piana fiorentina".

La pratica amministrativa del PCI è andata nei decenni consolidandosi come una gestione clanica del territorio e delle risorse pubbliche.
Le concessioni edilizie venivano rilasciate per fare cassa con una disinvoltura che ha disegnato quel territorio come un'affascinante sequenza di: casa, casa, capannone, campo coltivato, edificio pubblico, campo incolto, casa, casa, capannone, industria, campo coltivato, esercizio pubblico, capannone, capannone, discarica abusiva, casa e così via senza soluzione di continuità.
Nonostante tutto questo i sestesi e gli abitanti della Piana hanno continuato a votare il PCI con percentuali che almeno in Bulgaria potevano giustificare con la repressione del regime.
I dirigenti del PCI ricambiavano costruendo su quel consenso una carriera che prevedeva dopo il Comune (consigliere, poi magari sindaco o assessore) un passaggio intermedio in Provincia o Regione, ma soprattutto - per i più alfabetizzati ed in grado di mangiare almeno con le mani - la destinazione Roma in qualità di onorevole o senatore della Repubblica.
Per agevolare questo tipo di carriera era gradito l'accondiscendere alle richieste fiorentine, laddove stavano quelli che potevano aprire le porte del sogno romano, e quindi accettare che la piana divenisse lo sgabuzzino di tutto quello di cui Firenze aveva urbanisticamente bisogno, ma non sapeva dove mettere.
Questo è.
E questo è bene che si sappia.

Oggi, l'ultima generazione di quella genia di amministratori che in nome di questo tipo di gestione ha costruito la propria carriera, s'è vista interrompere il sogno dal precipitare di eventi che hanno trovato nell'ascesa di Renzi il loro compimento.
C'erano, a Sesto e nei dintorni, dirigenti e amministratori con l'ambizione - neanche troppo inconfessata - d'andare a Roma o almeno in Regione. E invece nulla.
Ecco quindi che coloro che in nome di quell'antica abitudine pattizia ("voi fate nella piana quel che vi serve, noi in cambio facciamo carriera grazie al partito") avevano accettato che qualunque opera insistesse sul proprio territorio, rinnegano oggi quanto avevano dato per buono un tempo.
Il termovalorizzatore a Sesto Fiorentino.
Sarebbe andato bene e benissimo se il cursus honorum di qualcuno avesse potuto compiersi come da attese.

Ma è arrivato Renzi con la sua rottamazione e quel cursus si è interrotto.
Ed ecco che il termovalorizzatore ha iniziato a non andare più bene a chi lo aveva prima sostenuto.
Ma tanto a quel punto la rottamazione aveva portato al governo locale un'ambiziosa sostenitrice di Renzi e quindi la cosa avrebbe potuto risolversi comunque. La sostenitrice era tanto ambiziosa però, quanto poco all'altezza. E con la sufficienza che spesso s'accompagna alla boria (dalla quale molti renziani son tutt'altro che immuni e a cui sovente non mancano d'aggiungere una discreta dose d'ignoranza, quella vera) i renziani hanno perso il Comune, battendo una sonora musata. E creando le premesse per la situazione di oggi.
In cui c'è un giovane esponente della sinistra a sinistra del PD che prima era a favore del termovalorizzatore, perché stava con il sindaco dell'epoca che ancora coltivava le proprie ambizioni di carriera, e che oggi - nove anni dopo - dice che vuole bloccarlo.
In cui il renzismo mostra tutti i limiti di quel che significa avere opinioni forti, ma un pensiero debole (Dio benedica Raffaele La Capria).
In cui un giornale - di cui certo non sono io l'avvocato - che punta i riflettori su questa vicenda viene irriso da alcuni in un modo che dà l'idea di come l'arroganza (e l'ignoranza) non siano patrimonio esclusivo dei renziani.

Alla fine, a me, fotte pure poco di tutta questa storia.
Mi dà solo fastidio il balletto delle ipocrisie.
CULTURA
22 aprile 2015
[Lettera al Corriere Fiorentino] Alfredo De Girolamo e Enrico Catassi per Elio Toaff

Non dovrei farlo. O forse invece sì.
Sul Corriere Fiorentino di oggi c'è una lettera bellissima di Alfredo De Girolamo e Enrico Catassi. Ricordano Elio Toaff con le sue parole.
Meritano di essere lette.

Caro direttore,
Livorno, la città che gli dette i natali, ha accolto lunedì pomeriggip, per l’ultimo saluto, Elio Toaff, rabbino emerito di Roma scomparso la scorsa domenica alla soglia dei cento anni.
Per noi resta un esempio morale, un maestro che sapeva diffondere serenità e pace. Delle tante cose che si sono scritte e dette di Toaff, in particolar modo in queste ore, tra tutte merita ricordare a pochi giorni dal 25 aprile, quelle pronunciate da lui stesso il 19 ottobre del 2006, in Sapienza a Pisa prima di ricevere il «Campano d’Oro», conferito dall’Associazione dei laureati dell’Ateneo pisano, dove volle ricordare Lorenzo Mossa, il docente che gli consentì di laurearsi nonostante le leggi razziali dell’epoca impedissero agli ebrei il conseguimento dell’onorificenza accademica. Ecco cosa disse:
«Sono veramente molto commosso per la manifestazione di stima e di affetto che avete voluto concedermi. Io non so come potrei contraccambiare questo sentimento che voi oggi mi fate sentire così caldo e così pieno di stima e allora vi dirò che, entrando nell’Università (...), ho rivissuto l’atmosfera indefinibile che nell’Università di Pisa si sente, che è ancora qualche cosa di vivo, qualche cosa che mi sorprende per la profondità del sentimento. Quando sono entrato in questo luogo, dico la verità, non avevo provato niente che mi attirasse, che risvegliasse qualche cosa nel mio intimo, che veramente mi facesse sentire a casa mia. Ho sbagliato: perché poco dopo mi sono sentito a casa mia, ho sentito veramente, attraverso le vostre espressioni e l’applauso che mi avete tributato, che c’è qualche cosa che ci lega, come il ricordo del professor Lorenzo Mossa, a cui debbo molto. Nel 1938 nessuno voleva assegnarmi la tesi di laurea e quindi non avrei potuto laurearmi. Allora il professor Mossa mi invitò a casa sua e mi chiese: “Lei ha abbastanza coraggio?”. Risposi: “Penso di sì”. Allora Mossa propose: “Guardi, potrebbe fare una tesi sul conflitto legislativo in Palestina fra la legislazione ottomana, quella inglese e quella ebraica”. Io accettai e così feci la mia tesi di laurea. Alla discussione, con Mossa, c’erano un altro professore di cui non ricordo il nome e il presidente della commissione Cesarini Sforza. Mossa mi presentò dicendo che avrei parlato di un paese che si stava avviando ad avere un destino felice e continuò su questo tono. A un certo punto, Cesarini Sforza si tolse la toga, la gettò sul tavolo e se ne andò. Io guardai stupito Mossa, non sapendo come si potesse procedere, e lui reagì a quello sguardo dicendo: “Vabbé, si farà in due, è lo stesso”. Così continuammo la discussione della tesi di laurea e alla fine lui mi propose: “Guardi 110 non glielo posso dare, si accontenta di 105?”. “Anche troppo”, replicai io. E lui: “Allora le darò 103!”. Accettai felice. Questi sono ricordi che non si possono cancellare e che si conservano per tutta la vita (...). Per questo debbo riconoscere che entrando in questa Università — ma non in quest’Aula dove non ero mai stato perché mi tenevano fuori — ho sentito risvegliare qualcosa in me, cioè il ricordo di quegli insegnanti che, al di là di ogni pregiudizio razziale, mi avevano trattato come tutti gli altri allievi. Una volta, quando andavo dal professor Mossa, gli raccontai quello che mi era capitato durante il viaggio che facevo da Livorno per venire all’Università a Pisa. Alcuni giovani fascisti mi avevano fermato, mi avevano fatto distendere in uno scompartimento, mi avevano spogliato e avevano scritto delle frasi ingiuriose sulla mia pancia. Gli mostrai le scritte e lui ribattè: “Non lo cancelli! Si faccia fotografare, perché questo oltraggio deve rimanere per dimostrare fino a che punto si può arrivare con la politica”. Era questa la politica che il fascismo insegnava ai giovani e questo il modo con cui essi dovevano comportarsi con gli ebrei. Bene, io possiedo ancora quella fotografia, perché mi sono sempre detto che non avrei mai dovuto dimenticare. In questo mio breve ricordo, posso però aggiungere un episodio di segno opposto, legato al custode della Sapienza. Un giorno mi vide entrare e poco dopo mi affrontò chiedendomi di seguirlo. “Venga con me e non faccia discorsi”, disse con tono perentorio. Mi portò in uno stanzino, mi chiuse all’interno con le chiavi e mi disse: “Le spiegherò”. Solo dopo un’ora il custode si decise finalmente a riaprire. “Non mi ringrazia nemmeno?”, chiese. Veramente io non vedevo alcuna ragione per ringraziarlo di avermi rinchiuso in uno sgabuzzino. Ma lui si spiegò: “Lo sa perché l’ho rinchiusa? C’erano quattro fascisti che erano venuti a prenderla”. Fu una dimostrazione di fratellanza che non mi sarei aspettato e debbo dire che nel dopoguerra ho avuto modo di sdebitarmi con lui. Il custode era ormai anziano, aveva lasciato il posto di lavoro e se la passava male, così cercai di fare in modo che se la passasse un po’ meglio. In conclusione voglio ringraziarvi per avermi dato la possibilità di ricordare pezzi della mia vita qui con voi (...). Ho solo voluto parlare come uso fare di solito, senza salire in cattedra, cercando di arrivare con quelle espressioni che, uscendo dal cuore, entrano nel cuore».
Il lutto per la scomparsa di questo grande personaggio della storia è iniziato, ma poi il periodo del cordoglio terminerà e allora spetterà a tutti noi tramandarne la memoria ai posteri. Che la terra ti sia lieve, Rav Toaff.
SOCIETA'
9 ottobre 2012
[Labouratorio 6.9] L'unica rivista che combatte Batman

POLITICA
19 novembre 2008
[Labouratorio 38] Nuove Paroxetine Rosapugnanti - Autoreferenzialitudini


di Filippo Modica

Nell’ultima settimana ho notato come uno dei pezzi più letti e commentati di Labouratorio sia stato Paroxetina Rosapugnante di Lorenzo Perferi, non un articolo degli ultimi numeri, ma addirittura risalente al 18 febbraio di quest’anno: ben nove mesi fa!

Gira e rigira siamo sempre là, ripiegati sui nostri dolori e le nostre nostalgie per quel che poteva essere e non è stato o, quantomeno, non è più…
In realtà, cos’è che non c’è più? L’amato simbolo sulla scheda elettorale? La possibilità di costruire un soggetto politico radical-socialista (o come direbbe Pannella: al 100% laico, socialista, liberale, radicale)? Un gruppo parlamentare unitario?
Tutto vero, ma ciò che ci manca di più è proprio quella speranza che nasceva nei mesi a cavallo fra il 2005 e il 2006 per poi afflosciarsi, giorno dopo giorno, nei mesi successivi alle elezioni politiche.

Non sto qui a tediarvi sulle eventuali colpe delle dirigenze, radicali e/o socialiste, riguardo al fallimento di quello che poteva e doveva essere il soggetto nuovo della politica italiana.
Parliamo, invece, un po’ di noi… La disperazione che ci ha assalito nell’ultimo anno (e magari anche prima…) non è forse figlia di una generosa illusione di cui siamo stati in parte artefici?
Credetemi, non faccio il professorino col ditino puntato verso gli allievi ignoranti perché mi considero quasi il capofila degli illusi/delusi…
Dopo la sconfitta referendaria del 2005, la Rosa nel Pugno fu un corroborante necessario per tutti noi. Per me, in particolare, rappresentò il coronamento di un sogno che, dopo anni di solitudine politica, riuscivo finalmente a condividere con altri compagni.
Ma perché vi parlo di una generosa illusione?
Perché, purtroppo, non abbiamo considerato fino in fondo quali fossero le difficoltà oggettive insite nell’operazione: la storia, in questo senso, poteva soccorrerci rammentandoci, ad esempio, la breve esperienza del Partito d’Azione, il complicato rapporto fra PR e PSI negli anni della Prima Repubblica (grandi battaglie comuni, ma anche reciproche e sistematiche incomprensioni), il fallimento del polo laico PR-PRI-PLI alla fine degli anni Ottanta…
Tutta una serie di nodi, insomma, che si sono puntualmente ripresentati e non sono stati mai sciolti, forse si sono pure moltiplicati tenendo conto della vera e propria incomunicabilità intercorsa fra SDI e Radicali soprattutto quando si trattava di dare una forma definita al soggetto politico.

Ripeto, non sto qui a dire chi avesse ragione o chi avesse meno torti, fatto sta che in tutta questa vicenda noi giovani rosapugnanti non siamo stati affatto protagonisti (e non lo potevamo essere)…
Oggi, però, se vogliamo costruire qualcosa in ambito politico, dobbiamo, a mio parere, fare sempre più affidamento a noi stessi. Non possiamo più solo affidarci ai “detentori delle chiavi dei nostri sogni” di cui parla Lorenzo nel suo articolo.
La nostra paroxetina (che per esperienza personale conosco molto bene) potremo fabbricarcela solo
se avremo voglia di organizzarci, proporre, fare rete, aprirci dei varchi nel dibattito politico italiano.

In questo senso, la proposta di Tommaso di fare di Labouratorio una vera e propria associazione politica mi vede favorevole perché ci permetterebbe di uscire dalla fase depressiva in cui siamo piombati da ormai troppo tempo: sarebbe per noi una sfida di maturità fondamentale che ci consentirebbe di fare politica in maniera autonoma, senza in qualche modo delegare i “grandi”.
Di più, potrebbe essere, nel suo piccolo, un progetto molto solido e nient’affatto improvvisato come purtroppo si è dimostrata la bicicletta radical-socialista.

Se ieri con la Rosa nel Pugno tutto sembrava possibile, oggi in sua assenza tutto sembra impossibile: esaspero i concetti, forse, ma credo che soprattutto il nostro inconscio collettivo abbia subito questo up ad down fondato su percezioni che non aderivano e non aderiscono perfettamente alla realtà storicamente vissuta.
E proprio prendendo spunto da queste riflessioni, credo che per il futuro dovremo occuparci di più di psicologia, non solo di politica politicante, diritto, storia, economia e chi più ne ha più ne metta…
Solo così potremmo metterci davvero in sintonia con i cittadini e riuscire a partorire proposte che siano non solo valide ma anche convincenti tenendo conto soprattutto del fatto che troppo spesso sottovalutiamo quale sia il processo di formazione delle decisioni umane.
Gilberto Corbellini ci ricorda, infatti, che “quando scegliamo o giudichiamo in modo spontaneo non lo facciamo certo calcolando razionalmente per massimizzare i risultati che possiamo ottenere: per utilizzare delle strategie decisionali davvero razionali o per evitare di giudicare in modo intollerante dobbiamo mettere sotto controllo le nostre intuizioni psicologiche e morali innate”.

Cominciamo, quindi, questa seduta collettiva di psicanalisi e ricordiamoci che, sebbene non compaia più sulla scheda elettorale, malgrado non abbia più un gruppo parlamentare, la Rosa nel Pugno vive: siete voi, siamo noi…

SOMMARIO LAB 38

ECONOMIA
8 novembre 2007
[Energia e sviluppo] Prospettive energetiche per un paese in difficoltà
Le quotazioni del petrolio corrono verso i 100 dollari al barile. Si annuncia un inverno rigido per quei paesi che troppo dipendono dagli idrocarburi per la generazione di energia. Fra quelli più industrializzati l'Italia vanta la palma d'oro per eccesso di dipendenza. Approfitto della discussione al riguardo per pubblicare anche su queste pagine un articolo originariamente scritto e pubblicato su Le Nuove Ragioni del Socialismo (numero di febbraio 2006) e per LibMagazine (2 maggio 2006).
Un'analisi generale sulle prospettive energetiche di un paese in forte ritardo come l'Italia.



PROSPETTIVE ENERGETICHE PER UN PAESE IN DIFFICOLTA'

Intraprendere una riflessione sintetica, ma il più possibile esaustiva sulla questione energetica, impone il confronto con le molteplici macro-aree d’interesse ad essa legate in maniera inscindibile. Schematicamente, ma senza seguire alcun ordine gerarchico, queste possono essere così elencate: ecologia, geostrategia, ricerca scientifica ed economia. La fitta rete d’interessi e priorità globali - talvolta coincidenti, ma molto più spesso collidenti – che risulta da quest’intreccio dagli equilibri instabili, costituisce una tela apparentemente in grado di opprimere senza soluzione il piano su cui le maglie che la compongono devono invece essere districate ed ordinate: quello della politica. Tuttavia non può essere questa una giustificazione alla passività, neppure per l’ambito più circoscritto della politica nazionale italiana, i cui margini di manovra da un lato risultano legati alle scelte del passato e dall’altro devono essere studiati tenendo presenti le decisioni prese a livello europeo. I riferimenti più ovvi e immediati sono alla scelta di rinunciare a produrre energia nucleare, presa dagli italiani con il referendum del 1987, e alla ratifica del protocollo di Kyoto da parte dell’Unione Europea. Si tratta di questioni ben note, almeno nelle loro linee generali, e che possono offrire interessanti spunti d’analisi.

Prospettive nucleari

Il riferimento al referendum del 1987 non vuole essere il pretesto per dibattere dei motivi di una scelta che oggi molti giudicano diversamente da quanto fecero allora, interessa piuttosto riflettere sull’attuale sistema energetico italiano e sulle rinnovate prospettive che la ricerca sul nucleare potrebbe offrire.
Il nostro sistema nazionale dipende dall’importazione di fonti energetiche per l’82% del proprio fabbisogno, con una spesa annua che nel 2003 è stata di oltre 30 miliardi di euro. L’energia che consumiamo proviene per il 65% da idrocarburi. Se poi si considera il sistema elettrico la situazione appare ancora più deficitaria: la dipendenza dall’estero raggiunge l’84% e quella dagli idrocarburi il 75. Per produrre energia elettrica l’Italia brucia oggi più petrolio di quello impiegato per lo stesso scopo in tutti gli altri paesi europei messi insieme e non sorprende dunque che l’energia elettrica prodotta in Italia costi il 60% in più della media europea, gravando così in maniera abnorme sul nostro sistema industriale[1]. Inutile sottolineare dunque che la crisi russo-ucraina che ha aperto il 2006 all’insegna di rinnovati timori sulle difficoltà energetiche europee, ed italiane in particolare, non arrivi come un campanello d’allarme, bensì come l’ennesima prova di una condizione d’inerzia che si protrae ormai da decenni. La delicata partita che Mosca sta giocando con alcuni degli ex-paesi sovietici ed ex-satelliti russi coinvolge direttamente l’Europa, che non può permettersi di farsi trovare impreparata[2].

Come detto la situazione italiana è particolarmente critica e lo è soprattutto perché negli anni passati non si è intrapreso un percorso mirato ad un’efficace diversificazione del mix energetico. In questo senso la rinuncia a produrre energia nucleare ha avuto un peso non trascurabile ed ha marcato le differenze maggiori tra il nostro e gli altri paesi europei. Si pensi ad esempio al caso della tanto citata (spesso a sproposito) Svezia. Nel 1980, anche in quel caso con un referendum, il paese scandinavo aveva deciso di procedere all’abbandono del nucleare a partire dal 1992. In realtà la chiusura del primo reattore è avvenuta solo all’inizio del 2000, dopo l’ingresso determinante dei verdi nella maggioranza. Tuttora in Svezia sono in funzione 11 centrali nucleari, che coprono il 46% del fabbisogno elettrico nazionale. Pur non trascurando dunque le prospettive offerte dalle fonti rinnovabili, non ci si può nascondere che nel quadro di una funzionale politica di differenziazione delle fonti energetiche il nucleare ha avuto ed ha tuttora un ruolo di primo piano come alternativa agli idrocarburi ed è per questo che i progetti di ricerca internazionali sono orientati a studiarne le ulteriori potenzialità. Tra questi vale la pena considerarne brevemente almeno due: il progetto Iter e quello dei reattori a metallo pesante.

Il progetto Iter (International Thermonuclear Experimental Reactor) si pone un obiettivo che, anche se proiettato in un futuro non propriamente prossimo, è estremamente ambizioso: quello di verificare la possibilità di produrre energia controllata attraverso la fusione nucleare. In tale processo si uniscono due nuclei leggeri di deuterio e trizio, il cui risultato di scarto è semplicemente l’elio, un gas inerte. L’origine del progetto risale addirittura agli anni ’80 quando Ronald Reagan e Michail Gorbacev auspicarono la realizzazione di un importante lavoro comune per favorire il nuovo corso delle relazioni internazionali; esso coinvolge oggi Stati Uniti, Russia, Unione Europea, Cina, Giappone e Corea del Sud e sarà messo in atto con un investimento da 10 miliardi di dollari in Francia, paese all’avanguardia in ambito nucleare e da cui l’Italia acquista elettricità a caro prezzo.

Per adesso e per molti anni a venire però, l’energia nucleare sarà prodotta attraverso la fissione. In tale processo nuclei atomici pesanti sono bombardati con neutroni finché non si spezzano in nuclei più piccoli, con l’emissione di altri neutroni, di radiazioni gamma e di frammenti atomici che possono essere convertiti in calore ed infine in energia elettrica. I sottoprodotti di queste reazioni sono isotopi radioattivi a breve e lunga vita, che costituiscono le scorie nucleari ed il combustibile esausto. L’Idaho National Engineering ad Environmental Laboratory, in collaborazione con il Massachussets Institute of Technology sta oggi portando avanti il progetto di un reattore nucleare raffreddato a piombo fuso, che potrebbe essere in grado di usare come combustibile gli elementi transuranici prodotti come scorie da altri reattori, fornendo una risposta ottimale a delicate questioni politiche ed ambientali[3].

Proprio l’obiettivo di ridurre la produzione di scorie è di alta priorità, tanto più che la prospettiva di sfruttare in maniera più efficiente il combustibile dei reattori risponde ad esigenze non solo ecologiche ed economiche – data la ridotta disponibilità di uranio e la sua reperibilità in zone “difficili” come Nigeria o Russia  - ma anche di sicurezza, dato che, ad esempio, si ridurrebbero le quantità disponibili di plutonio-239, impiegato per costruire armi atomiche. Gran parte del plutonio destinato ad uso bellico proviene infatti da centrali termonucleari di vecchio tipo, quelle a neutroni lenti. In realtà il plutonio che esce da queste centrali come combustibile esausto, contiene una significativa quantità di altri isotopi del plutonio, il che fa sì che quest’ultimo debba essere sottoposto ad un processo di “purificazione” per renderlo utilizzabile. Già nel 1977 l’allora Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter proibì il riprocessamento del combustibile nucleare impiegato in ambito civile, tuttavia l’esempio di Carter non fu seguito da Francia, Russia, Regno Unito e Giappone[4].

Prospettive rinnovabili

Se il 2006 si è aperto all’insegna dei rinnovati timori energetici europei, il 2005 si è chiuso con notizie poco rassicuranti riguardanti l’adempimento degli impegni presi dall’Unione Europea per il rispetto degli accordi firmati a Kyoto nel 1997. Questi sono entrati in vigore nel febbraio dell’anno ormai passato e prevedono da parte dell’UE una riduzione delle proprie emissioni industriali di anidride carbonica dell’8% rispetto a quelle del 1990, da raggiungere entro il 2012. Da uno studio condotto presso l'Institute for Public Policy Research (Ippr) di Londra risulta che solo Gran Bretagna e Svezia possono ragionevolmente sperare di conseguire gli obiettivi prefissati; e mentre Francia, Grecia e Germania non sono poi così lontane, gli altri 10 paesi della “vecchia” Europa a 15 sono messi molto male, Italia compresa[5]. Il nostro paese ha infatti registrato un incremento delle emissioni fra il 1990 e il 2003 dell' 11,6%. Secondo Carlo Stagnaro, esperto di energia dell'Istituto Bruno Leoni, “l'Italia non avendo il nucleare e non attuando una politica di incremento del gas metano, non riuscirà mai a rispettare i parametri di Kyoto […] con il sistema produttivo attuale, se mettiamo in pratica Kyoto, rischiamo di perdere 2 punti percentuali di Pil e 200mila posti di lavoro all'anno”.

Ciò che rileva ancora una volta è la povertà del mix energetico italiano, conseguenza diretta del fallimento della nostra passata politica d’approvvigionamento. Il nostro mix più riuscito è stato piuttosto quello risultante dall’insipiente inerzia delle classi dirigenti ed una propaganda eco-ideologica che è riuscita a spingere per il blocco di talune prospettive, senza che ne venissero messe in campo di alternative e praticabili e questo nonostante gli ingenti investimenti. Tra il 1981 ed il 2002 lo Stato ha speso circa 99.000 miliardi di lire (51,1 miliardi di euro) per l’incentivazione delle fonti rinnovabili, prevalentemente attraverso il provvedimento CIP 6/92[6]. Un tale sforzo ha però prodotto risultati ben poco considerevoli: nel 2003 le fonti rinnovabili hanno contribuito per il 6,5% alla copertura del fabbisogno energetico nazionale. Si consideri poi che la gran parte di quel valore è dovuto alle fonti rinnovabili “classiche” (idroelettrico e geotermico) e alla legna da ardere, mentre le nuove fonti (solare termico, fotovoltaico, eolico, biocombustibili) hanno un ruolo estremamente marginale, lo 0,2%. Non molto dissimile la situazione per quanto riguarda la produzione di energia elettrica, a cui le fonti rinnovabili contribuiscono per il 17,9%, ma in cui l’idroelettrico (15,6%) ed il geotermoelettrico (1,8) la fanno da padroni, mentre le nuove fonti rinnovabili coprono solo lo 0,5%.

Forse le vicende italiane non sono poi così paradossali, perché difficilmente una cultura della ricerca può essere figlia di una politica impotente e di castranti impostazioni fideistiche e questo tanto nei settori ideologicamente corretti che non. Allo stesso modo non è paradossale che due giganti del petrolio come BP e Royal Dutch/Shell abbiano delle grandi ed importanti divisioni impegnate sul fronte dell’energia rinnovabile e che sia la stessa Shell a considerare plausibile la prospettiva che entro il 2050 le energie verdi possano coprire un terzo del fabbisogno mondiale. Ciò è dovuto non solo alla prevista crisi del petrolio, ma anche e soprattutto al fatto che le ultime ricerche ed applicazioni stanno risultando competitive e sempre più economicamente efficienti. Un caso fra gli altri è quello della Actus Lend Lease, un’impresa americana che sta sviluppando alle Hawaii il più grande progetto residenziale al mondo alimentato ad energia solare. Uno dei responsabili dell’azienda ha recentemente tenuto a precisare che “si tratta di una questione di business, non ci sono incentivi[7]”. Del resto si sta sviluppando un mercato per l’energia solare che negli ultimi dieci anni è cresciuto di oltre il 30% all’anno, e di oltre il 40 negli ultimi 5[8]. Pur tenendo presente dunque che la termodinamica assegna alle fonti d’energia rinnovabili un ruolo “integrativo” e non “sostitutivo” rispetto a quelle fossili e al nucleare, sarebbe un errore sottovalutare il rilievo che esse potrebbero assumere.

In questo senso è inoltre interessante notare come gli stati si muovano per cercare di favorirne la diffusione. Come notato dal professor Martin Hoffert della New York University “gran parte delle tecnologie su cui si basa l’economia occidentale non sono emerse spontaneamente dalle dinamiche di mercato; Internet è stata finanziata per 20 anni dall’esercito e per altri 10 dalla National Science Foundation prima che Wall Street la scoprisse[9]”. Cercare di assecondare la creazione di un mercato per le nuove energie, senza però determinare effetti distorcenti in quello stesso mercato che si punta a creare, sta diventando una linea che molti paesi intendono perseguire. Significativa è la posizione degli Stati Uniti nel settore dei bio-carburanti, in cui il sostegno che il governo è pronto ad offrire agli investitori riguarda agevolazioni particolari, ma che non prevedono sussidi diretti[10].

E’ inoltre determinante considerare l’apparentemente semplice notazione per cui risparmiare combustibili è molto più conveniente che comprarli. In questo senso mirate strategie per migliorare l’efficienza energetica potrebbero giocare un ruolo di primissimo piano anche, e soprattutto, in un paese in ritardo come l’Italia. Gli Stati Uniti, ad esempio, rispetto a trent’anni fa usano oggi il 47% in meno di energia per dollaro di prodotto interno, il che significa una riduzione dei costi di un miliardo di dollari al giorno[11]. Una significativa riduzione delle emissioni di carbonio sarebbe poi diretta conseguenza del risparmio energetico in ogni stadio della produzione, del trasporto, della distribuzione, del consumo ed in quest’ultimo caso è giusto sottolineare che anche il singolo cittadino può dare il proprio contributo.

Prospettive politiche?

Prima di arrivare all’utente finale però, la strategia energetica di un paese nasce dai progetti della politica. L’ultimo piano energetico nazionale risale al luglio 1975. Come ha scritto Margherita Paolini, “da troppo tempo manchiamo non solo di una coerente visione del problema, ma anche di una diffusa cultura specifica su un tema cruciale per il nostro futuro[12]”. Tornando a quanto detto in apertura sulle effettive difficoltà del riuscire ad attuare un’efficace politica energetica e sulla fitta rete d’interessi ad essa intrecciata si deve rilevare che il deficit italiano non è solo figlio di quest’ultima, ma è stato vittima in prima luogo di una rinuncia della stessa politica a sciogliere anche solo alcuni di quei nodi. Un politica coraggiosa in grado di superare anche i deficit culturali che il nostro paese deve scontare in materia sarebbe la migliore risorsa alternativa per l’Italia.

[1] Cfr., Ugo Spezia, Energia: quale futuro?, su «Le Scienze», giugno 2005, p.42
[2] Cfr., Nervous energy, su «The Economist», 7-13 gennaio 2006, p.61-63
[3] Cfr., Eric P. Loewen, Heavy-metal nuclear power, su «American Scientist», novembre-dicembre 2004
[4] Cfr. William H. Hannum, Gerald E. Marsh e Gorge S. Stanford, La nuova generazione dei reattori nucleari, in «Le Scienze», aprile 2006
[5] Cfr., Traffic Lights Data, scaricabile dal sito http://www.ippr.org.uk
[6] Cfr., Ugo Spezia, art. cit. e la lettera pubblicata sul numero di settembre 2005 su «Le Scienze»
[7] Cfr., Sunrise for renewable energy?, su «The Economist», 10-16 dicembre 2005
[8] Cfr., Guido Agostinelli, Maurizio Acciarri e Francesca Ferrazza, Energia la promessa che viene dal Sole, in «Le Scienze», maggio 2006
[9] Cfr., Michael Parfit, In cerca di energia, in «National Geographic Italia», agosto 2005
[10] Cfr. Tommaso Ciuffoletti, E ora Washington punta dritto sui bio-carburanti, in «Italia-Oggi», 4 marzo 2006
[11] Cfr., Amory B.Lovins, Più profitto, meno carbonio, su «Le Scienze», novembre 2005
[12] Margherita Paolini, Non solo mercato: come ripensare l’energia, in «Limes», marzo-aprile 2006

LAVORO
25 settembre 2007
[Archiviare] Vecchi Inoz Dossiers
Per ridurre un pò la lunghezza della colonna sinistra del mio blog, ho deciso di raccogliere in questo post i link ai vecchi "Inoz Dossiers", che ho "prodotto" nei primi anni di attività di questo blog. Ci sono cose interessanti, altre un pò meno, molte ancora attuali, altre che invece andrebbero aggiornate. Siano quel che siano, questi sono i:



VECCHI INOZ DOSSIERS


. [Bolivia] La rivoluzione agraria di Evo Morales

. [Da LibMagazine] Prospettive energetiche per un paese in difficoltà

. [Vietnam e agricoltura] Storia e identità fra presente e passato
(il link verrà ripristinato al più presto)

. [Bosnia-Erzegovina] Tra sogno europeo ed incubo fondamentalista

. [Integrazione e cittadinanza] È davvero fallito il modello francese?

. [AudioDossier] Censura della Rete (Cina ed Iran) - Inoz su RR

. [Reti di terrore] Nel momento più delicato Israele deve guardarsi da Hezbollah

. [Inoz su L'opinione] Piazza Tien An Men, cuore cinese della libertà

. [Inoz su L'opinione] L'Europa non taccia sull'Iran

. [Iran] Si gioca al buio la partita sul nucleare

. [Dossier Iran] Dopo il fallimento delle riforme si guarda al modello cinese

. [Inoz su ItaliaOggi] Gli Ogm hanno gli occhi a mandorla

. [La nuova incognita del regime cinese] Cosa nasconde la protesta contro Tokyo?

. [Dossier] Cina e cristianesimo. Storia di un'antica missione

. [Dossier] Il difficile rapporto tra Stato e Islam e la storia della Rivoluzione khomeinista in Iran 
(dossier in 5 parti ... mai realmente concluso!)

. [Dossier] Abu Musab Al Zarkawi e Ansar al-Islam

. [Cina, Usa, Taiwan] Pechino approva la legge antisecessione

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. [Margaret Sanger] La cordiale risposta di Riccardo Cascioli
. [Il mistero delle donne scomparse] L'attenzione ai fenomeni biologici nello studio di quelli sociali

. [Revisionismi] Deng Xiaoping fu riformista anche in Piazza Tien An Men
. [Giudizi su Deng Xiaoping] La cordiale risposta di Beppe Severgnini

. [Dopo lo tsunami] La vera storia di come la malaria ha sconfitto il DDT. Grazie agli ecologisti

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. [Intervista a Marco Masi] CECENIA immagini e parole dal buio

. [Torniamo a parlare di staminali] Il futuro in un cristallino.

. [Cyberwars] Scenari presenti e futuri
CULTURA
21 settembre 2007
[Socialismo liberale] Carlo Rosselli, Per un nuovo socialismo
Io mi definisco socialista liberale, non liberalsocialista. Potrà sembrare questione di lana caprina, ma ci tengo a specificare.
Le parole presenti nella testata di questo blog, oltre a quelle del Bob Dylan di "The Times They Are A-Changin'", sono quelle di Carlo Rosselli, più precisamente quelle tratte dal capitolo conclusivo di "Socialismo Liberale", intitolato "Per un Nuovo Socialismo".

Come si vede parole critiche con un movimento, quello socialista, ancora troppo incrostato di marxismo, per liberarsi dal quale era necessario, secondo Rosselli, un profondo apporto dell'inquietudine e del metodo liberale. "Il dubbio, ecco il dubbio che sorge, ecco il relativismo che compare; ecco la critica che si afferma. In questo dubbio che spinge prepotentemente all’azione, in questo relativismo che induce al rispetto degli avversari, e che li considera come sprone, freno e controllo, in questo demone critico che accompagna ed obbliga a non straniarsi dalla realtà ma anzi a rivedere continuamente, alla luce delle nuove esperienze, e teoria e pratica, sta appunto a mio parere lo stato d’animo liberale di un socialista" (Carlo Rosselli, “Liberalismo socialista” - 1923).

Nella serie delle "Letture Riformiste", che avevo iniziato su questo blog, ma troppo presto abbandonato, avevo già riportato alcuni passaggi di "Per un Nuovo Socialismo". Oggi è l'occasione per riproporlo integralmente, considerato che l'avevo trascritto per regalarlo come omaggio ai partecipanti un convegno che tenemmo a Firenze nel giugno scorso per ricordare il 70° anniversario dell'assassinio di Carlo e Nello Rosselli.

Da questo link potete scaricare il file .doc con il testo integrale di "Per un Nuovo Socialismo".

P.S.
. Di seguito le precedenti "Letture Riformiste" pubblicate su questo blog:
Letture Riformiste 1
Letture Riformiste 2
Letture Riformiste 3
Letture Riformiste 4

. Segnalo anche questo link ad una tesi di laurea dedicata proprio a Carlo Rosselli

politica interna
16 giugno 2007
[Enzo Tortora] "In questo paese il santo patrono dovrebbe essere Don Abbondio"
Bergamo, 13 ottobre 1983

Mia carissima Silvia,
sono così privo di vostre notizie ... Arrivano lettere inutili, il tempo che impiega un messaggio da Roma è scandaloso. Ma cosa non è scandaloso da noi? Ho letto che l'Unità ha attaccato Biagi accusandolo di difendermi per motivi di classe, di lobby (sic!) o di gruppo ... Questo è vetero-leninismo, e vorrei sapere perché loro difendono (giustamente) Geremicca o i loro consiglieri comunali, accusati, come me, di complicità con la delinquenza. Ah Silvia mia: provo gelida amarezza, ma anche l'orgoglio di essere solo. E mi meraviglio non capiscano, quelli che parlano sempre di repressione, che in me Biagi difende tutti.
In cella fa molto freddo. Ma tengo duro. Ho visto l'incredibile condanna di Gregoretti aggravata da 100 milioni a testa tra magistrati e ufficiali dei CC. Essi dunque valutano il loro onore e considerano sterco quello degli altri!! Che dirti amore mio? E' uno spettacolo desolante, vedrai il concorso a premi continuerà, contro di me. LEggevo stamattina che, nel carcere di Novara, ne sarebbe spuntato un altro di questi pidocchi: e naturalmente portato a Napoli perchè possa meglio concentrarsi con i padri storici di questa vigliaccata. Come si fa a difendersi in queste condizioni disumane?
Ma non voglio rattristarti. Peccato. Speravo, con tutto il cuore, di soffiare sulle tue candeline il 14 novembre. Ho, nel cuore incisa, quella data. Lunghi, passano, i giorni. Per fortuna il cielo regge: ma tra poco acqua e nebbia toglieranno anche quella vaga forma di parodia di un'esistenza. Dirò di portarmi una boule di acqua calda. E mi rifarò con quella. La sera aspetto la minestra per riscaldarmi e vado a letto. Vado è un termine regale, mentre ti scrivo urto con la schiena contro il letto ... Ma non voglio rattristarti. Non ho più notizie di Mamma. Dille di scrivermi. A te ho risposto sempre. Anche a Gaiola che ti prego di abbracciarmi tanto tanto tanto.
Sto leggendo (ma è molto triste) Come l'acqua che scorre della Yourcenar, te lo manderò. Molto bello anche Lo stendardo, Oscar Mondadori, di un austriaco inferiore a Roth, ma con belle pagine. Aspetto Pallerina mia: quella felicità che a te pareva un errore, e invece il fuoco che ho dentro adesso, quando ti vedo, ti penso, ti scrivo ... Non c'era parola più giusta. Un fuoco, diglielo, che condivido con Gaia. Combattere con la piovra: le spezzi un tentacolo e ne rispunta fuori un altro. Dovresti dire, alla fine, d'essere figlia d'Ercole ... Ercole no, ma di un papà che si batte perchè qualcuno capisca che in questo Paese il santo patrono non dovrebbe essere San Francesco, ma Don Abbondio. Ora ti abbraccio forte forte. Un abbraccio immenso e dunque tutto il mio amore
   papà

Enzo Tortora



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22 febbraio 2005
[Dossier] Il fallimento di riforma dello Schah e la propaganda khomeinista.

Dopo aver sinteticamente delineato i profili dei protagonisti delle vicende iraniane pre-rivoluzionarie sarebbe infine giunto il momento di considerare proprio lo sviluppo di quelle vicende nelle loro linee essenziali per cercare di capire quali furono i presupposti sociali, politici ed economici che determinarono un clima tale da permettere all'ajatollah Khomeini di poter giocare le proprie carte in maniera vincente durante quei fatidici mesi che vanno dal febbraio al dicembre del 1979. Dico "sarebbe" perchè l'argomento richiederebbe ben più di un intervento ed io mi ero ripromesso di non superare il limite dei 4 post per esaurire questo dossier, così da poter dedicare un quinto intervento ad una breve analisi della plausibilità della tesi di chi teme - o usa il timore - che in Iraq nasca una nuova Repubblica Islamica. Ho così optato per una descrizione leggermente più dettagliata delle vicende relative a quello che ritengo essere l'accadimento più rilevante fra quelli che precedettero la rivoluzione islamica, ovvero il fallimento della rivoluzione bianca dello schah Reza Pahlevi e le proteste che essa scatenò e che furono guidate da colui che poi sarà il faro della Rivoluzione del '79: Ruollah Khomeini.

La Rivoluzione Bianca. Il grave fallimento del progetto riformatore dello schah

"Di buone intenzioni è lastricata la via dell'Inferno", scherzosamente (ma neanche poi troppo) si potrebbe sottotitolare così questo paragrafo, dato che il progetto di riforme che lo schah Reza Pahlevi avviò a partire dal 1962, se condotto con più criterio e realizzato con successo, avrebbe potuto cambiare radicalmente il corso della storia dell'Iran e non solo. "Se la rivoluzione bianca avesse soddisfatto anche solo alcune delle aspettative che lo schah e i suoi consiglieri riproponevano nel processo riformatore, allora il despota Mohammed Reza Pahlevi sarebbe passato alla storia come un politico di ampie vedute contro il quale il teologo di Ghom nulla avrebbe potuto."* Ma la storia non si fa con i se. Le riforme dello schah, in particolare quella agraria, fallirono per lo stesso motivo per cui solitamente queste falliscono nei paesi arretrati: i progetti per quanto ambiziosi erano imprecisi ed inadatti alle reali esigenze della popolazione.
Cerchiamo però di vedere innanzitutto in cosa consisteva questa "rivoluzione bianca" (così chiamata in cotrapposizione palese con la "rivoluzione rossa" di stampo marxista-leninista). I punti fondamentali che la componevano possono essere così riassunti: "abolizione del feudalesimo e riforma agraria (con l'eliminazione delle ultime forme di servitù della gleba _ ndInoz); statalizzazione delle foreste e dei pascoli; riforma della legge elettorale, con diritto di voto alle donne (e ai non musulmani  _ ndInoz), cessione delle azioni delle aziende pubbliche privatizzate in cambio delle terre vendute dai proprietari fondiari; cointeressenza dei lavoratori (compartecipazione degli operai ai profitti delle industrie _ ndInoz); creazione dell'"esercito del sapere", costituito da militari di leva incaricati di partecipare a campagne di alfabetizzazione."** Come si può facilmente notare si trattava di obiettivi sociali assolutamente importanti, decisivi per la modernizzazione dell'Iran.
La riforma agraria in particolare aveva come obiettivo più immediato quello di rilanciare l'economia agricola del paese, migliorare le condizioni di vita, fino a quel momento disastrose dei contadini iraniani (come visto erano ancora in vigore forme di schiavitù medievale) ed evitare così che folle di braccianti impoveriti migrassero verso le città, affollandole oltremodo e creando un fortissimo fattore di instabilità (aspetto che credo sarà da tener presente anche per la "ricostruzione" iraqena). Si tenga presente che una città come Teheran nei 15 anni precedenti aveva raddoppiato la propria popolazione, fino a raggiungere i due milioni di abitanti. Per molti di quegli inurbati la vita era peggiore che nei paesi d'origine (non fu per un caso che Khomeini trovò i suoi seguaci più fedeli proprio tra i poveri delle baraccopoli), questo nonostante soltanto un decimo dei contadini iraniani lavorasse su terreni propri e abitasse in case di proprietà, mentre la gran parte di loro era composta di affittuari o servi della gleba, di un signore feudale o di un ajatollah. I grandi proprietari terrieri disponevano infatti di oltre la metà dei terreni complessivi ed un quarto abbondante apparteneva al clero sotto forma di lasciti e fondazioni religiose.

Prove generali di rivoluzione

Quest'ultimo dato può bastare ad indicare il perchè i due gruppi sociali si coalizzarono per opporsi alla riforma, sostenendo che essa andava "contro lo spirito dell'Islam", difendendo la propria posizione di privilegio dicendo che era "voluta da Dio". Il sessantenne Ruhollah Khomeini divenne la prima e più forte delle voci di protesta che si levarono contro la riforma dello schah, tuttavia la sua abilità consistette principalmente nel saper sfruttare con grande abilità sia la propria autorità religiosa (ricordiamo che il clero sciita è organizzato gerarchicamente) che la paura di cambiamento dei contadini, proponendo loro una prospettiva di "riforma" assai meno radicale di quella dello schah. Egli infatti non mancava di criticare duramente quei proprietari terrieri che pretendevano dai contadini affitti e decime troppo onerosi, così come del resto aveva fatto anni addietro suo padre, prima di venire ucciso proprio per ordine di uno di quei latifondisti a cui le sue prediche non piacevano molto. Per contro però egli non chiedeva una più equa redistribuzione della terra, ma soltanto che i grandi proprietari si attenessero al dovere islamico della carità, in altre parole aspirava ad un "ordine feudale riformato", ma pur sempre feudale.
Da un lato vi era dunque lo schah e la sua strenua volontà di imporre dall'alto le riforme in grado di introdurre l'Iran in una "nuova era" (espressione cara allo schah), dall'altro vi era invece l'ajatollah di Ghom che con grande abilità riusciva a riscuotere consensi sia tra i grandi proprietari che tra i contadini, oltre naturalmente a poter contare sull'appoggio del clero sciita all'interno del quale ricopriva una carica tra le più alte. Tuttavia Mohammed Reza Pahlevi era convinto di avere dalla sua parte la maggioranza del popolo iraniano e di poter così infliggere un duro colpo all'opposizione degli ajatollah; per questo volle ricorrere ad un referendum popolare per sancire la validità del proprio progetto. Il referendum fu indetto per il 26 gennaio del 1963. Nei giorni precedenti vi furono disordini nel bazar di Teheran ed alcune manifestazioni nelle strade della capitale, ma il duro intervento della polizia riportò la situazione alla stabilità ed il referendum si tenne regolarmente, decretando il successo dello schah.
Ma la partita non era chiusa, anzi, da quel momento divenne quasi un confronto aperto e diretto tra lo schah e Khomeini. Quest'ultimo intensificò la propria attività di propaganda ed il 4 giugno del 1963 sferrò un'offensiva violentissima: "si trattava del decimo giorno del mese di lutto, il giorno dell'Ashura. Davanti ai minareti di tutte le città persiane pendevano bandiere di lutto, neri tendaggi addobbavano gli interni delle moschee coprendo le ceramiche policrome delle pareti. Veniva onorata, con tetra solennità, la morte di Hussein (vedi seconda parte di questo Dossier _ ndInoz), terzo imam e illustre martire degli sciiti. I fedeli si erano raccolti nei luoghi di preghiera e quasi ovunque ascoltavano un'unica predica, quella del Grande Ajatollah Khomeini. il capo sciita di Ghom aveva fatto distribuire già settimane prima il manoscritto del suo discorso agli ajatollah di tutto il paese, affinchè lo leggessero contemporaneamente alle folle riunite nelle moschee nel giorno dell'Ashura (lo stesso che nel 1978 segnò l'inizio della Rivoluzione _ ndInoz). Fu una predica demagogica e rivoluzionaria, concepita per gli animi già religiosamente turbati dalla solenne ricorrenza. Khomeini, con espressioni metaforiche facilmente comprensibili, equiparò il popolo tutto alla figura del martire Hussein, lo schah invece con quella del suo assassino Yesid."*** In tutte le città del paese la gente si riversò per le strade inneggiando ad Hussein, ad Allahu akbar, alla morte del califfo Yesid ... Il giorno dopo Khomeini venne arrestato in piena notte dagli agenti della Savak, la polizia segreta dello schah, e quando la notizia si diffuse, le proteste del giorno dell'Ashura si rinnovarono, finchè il 9 di giugno lo schah ordinò di sparare sulla folla. I giornali parlarono di alcune centinaia di morti, fonti non ufficiali dissero migliaia.
Dopo dieci mesi Khomeini venne liberato, con la promessa di astenersi da "qualsiasi attività rivoluzionaria". Ma ormai il grande ajatollah era divenuto ben più che un'autorità religiosa, lo stesso schah se n'era reso conto, tanto che il 4 novembre del 1964 Khomeini venne nuovamente arrestato e spedito in esilio in Turchia, che si era dichiarata disposta ad accoglierlo.

Conclusione

Abbiamo detto in apertura del fallimento della rivoluzione bianca ed in particolare della riforma agraria, ma è bene tornare ora a quanto anticipato per trarre le conclusioni finali di questa breve analisi; a partire dalla considerazione che proprio l'obiettivo primario della riforma agraria, quello di evitare l'inurbamento di massa, fu clamorosamente fallito. Teheran, che negli anni '50 era balzata 1 a 2 milioni di abitanti, nel corso dei 15 anni seguenti arriverà a contarne 5 milioni e se prima della "rivoluzione bianca" solo il 15% degli iraniani viveva in città, nel 1978, alla vigilia della rivoluzione khomeinista, erano ben il 50%. Sono questi i dati più eloquenti del fallimento.
In effetti molti contadini che prima della riforma erano solo affittuari, avevano sì ricevuto in proprietà la terra che avevano coltivato per conto dei proprietari, ma spesso si trattava di appezzamenti troppo piccoli e che spesso erano stati sfruttati male. C'era bisogno di lavori ed investimenti per renderli efficienti, ma solo con grandi difficoltà era possibile ottenere aiuti dal governo per scavare i necessari canali d'irrigazione o per comprare attrezzi e sementi; per questo ci si doveva rivolgere proprio a quei latifondisti che la riforma intendeva colpire e che invece così tornavano senza difficoltà ad esercitare il proprio potere sui lavoratori della terra. Se possibile, poi, la situazione degli ex-servi peggiorò ulteriormente, dato che adesso per legge erano uomini liberi, ma la stessa legge non li tutelava in alcun modo e nessuno aveva interesse ad occuparsi di loro.
Da questa descrizione non è difficile capire che "le conseguenze per l'economia agricola furono catastrofiche. Per mancanza di mano d'opera, molti dei canali d'irrigazione faticosamente costruiti andarono in rovina; diversi territori fertili si isterilirono o si trasformarono addirittura in deserto. Il governo si vide costretto ad importare generi alimentari. [...]
I danni di una tale politica furono ancora più profondi. Non colpirono infatti soltanto l'economia agricola. Ancor più disastrose furono le conseguenze sociali per tutti quei persiani che, sradicati da un'esistenza tradizionale, furono catapultati nel nulla. Nei paesi di campagna si estinguevano le grandi famiglie patriarcali, perchè gli uomini emigravano alla ricerca di lavoro nelle città. Ciò che seguiva era una situazione instabile di anarchia sociale. A quel punto i mullah ebbero buon gioco a predicare nei paesi spopolati e nei quartieri poveri delle città; un "governo senza Dio" aveva provocato quei disastri, bisognava tornare alle tradizioni islamiche per guarire da tanti mali.****"

* G. Schweizer, op. cit.
** Didier Billion, dalla voce "rivoluzione bianca (Iran)" del Dizionario di storia e geopolitica del XX secolo, a cura di Serge Cordellier
*** e ****  G. Schweizer, op. cit.

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PRIMA PARTE: [Dossier] Stato e Islam
SECONDA PARTE : [Dossier] Islam e Stato - Lo sciismo
TERZA PARTE : [Dossier] I profili dei protagonisti delle vicende iraniane pre-rivoluzionarie

Lo trovate anche su: GENERAZIONE ELLE







Questo blog aderisce alla giornata internazionale di mobilitazione per la liberazione dei blogger iraniani Arash Sigarchi e Mojtaba Saminejad


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15 febbraio 2005
[Dossier] I profili dei protagonisti delle vicende iraniane pre-rivoluzionarie

Da quanto abbiamo visto fino adesso è forse possibile rintracciare alcune delle premesse ideologico-religiose, ma anche sociali e istituzionali, necessarie per sottolineare le peculiarità del mondo persiano-sciita rispetto a quello arabo-sunnita. Tuttavia, anche quando avessimo approfondito più attentamente tali aspetti, non saremmo in possesso che di elementi utili per capire, ma non per spiegare fino in fondo come sia stato possibile il successo della propaganda khomeinista, la Rivoluzione e l'instaurazione di quella che è conosciuta come Repubblica Islamica dell'Iran. Per compiere questo ulteriore passo è assolutamente necessario sottolineare come solo lo studio approfondito della storia iraniana della seconda metà del '900 - ed in particolare degli eventi legati alle riforme fallite dello schah Reza Pahlevi - possa fornire le risposte migliori, dato che il "caso iraniano" merita di essere analizzato nella sua unicità, nonostante le innegabili connessioni col clima politico-sociale che si respirava nei paesi arabi intorno alla metà degli anni '70. In questa breve trattazione cercherò per il momento di presentare, per quanto in maniera sommaria, i profili dei protagonisti delle vicende precedenti la Rivoluzione e l'influenza di Khomeini e del suo pensiero politico-religioso, riservando per la prossima ed ultima parte proprio la narrazione degli avvenimenti più significativi che precedettero  il 1979.

Mohammad Reza Pahlevi. La follia di grandezza del "re dei re"

Fin da subito - per i motivi di tempo e spazio più volte detti - si dovrà sorvolare sulla parentesi "nazionalista" del biennio 1951-53 guidata dal primo ministro Mohammed Mossadeq, la cui parabola politica - e però questo è bene dirlo con chiarezza - venne compromessa principalmente per opera di coloro che in un primo tempo erano stati i suoi più fedeli alleati: i mullah e gli ajatollah. Il ruolo di questi ultimi fu assai più decisivo di quello che si tende ad attribuire alla CIA, chè anzi, come mirabilmente illustrato in un recente articolo di Caren Davidkhanian apparso sul Riformista, ebbe una parte di scarso rilievo nell'organizzare la rivolta contro il primo ministro. Quello che di tale vicenda ci interessa qui sottolineare è l'influenza politica che già allora il clero sciita seppe esercitare in un momento così delicato della storia del paese.
Dopo un esilio durato solo 4 giorni, nell'agosto del 1953, lo schah Mohammed Reza Pahlevi tornò dunque alla guida del paese, che aveva ereditato dal padre Reza Khan Pahlevi, il quale si era dichiarato schah nel 1925 dopo il colpo di Stato del 1921. Mohammed Reza era salito al potere nel 1941 dopo che le truppe inglesi e sovietiche avevano occupato la Persia, mostrando fin da subito un atteggiamento piuttosto superficiale nella trattazione delle cose del proprio paese ed estremamente egotistico nel considerare il proprio ruolo e la propria persona, ben più di quanto la sua giovane età potesse giustificare. Egli si fregiò del titolo tradizionale dei monarchi persiani "schah-in-schah", che significa "re dei rei" e di sè diceva "Basta una sola espressione del mio viso, uno sguardo o un'intonazione della voce e ogni discussione è sotto il mio controllo". Come vedremo furono invece i discorsi di un ajatollah, allora 50enne teologo nella città santa di Ghom, a fare sì che la situazione sfuggisse completamente di mano allo schah-in-schah.
Il giovane re era certamente animato dalla convinzione che sotto la propria guida illuminata l'Iran avrebbe intrapreso un cammino inarrestabile sulla via della modernità, che ne avrebbe presto fatto una potenza di livello mondiale. A tal fine "nel 1958 lo schah creò la "Fondazione Pahlevi". L'istituzione doveva ufficialmente "servire al bene del popolo"; col sostegno dei suoi mezzi finanziari diversi studenti di famiglie povere avrebbero dovuto ricevere un'istruzione completa. Sembrava quindi un'istituzione di pubblica utilità. Il denaro proveniva da donazioni pubbliche e private, da fabbriche statali, da compagnie petrolifere internazionali, ma anche dai proventi delle. Mai però fu fornito pubblicamente un resoconto di bilancio. Oggi sappiamo che una gran parte del denaro è finito sui conti privati aperti anche all'estero dallo schah, che diventò così uno degli uomini più ricchi del mondo."*
Quanto mi preme sottolineare qui riguardo alla figura di Mohammed Reza Pahlevi è la sua inesperienza e la sua leggerezza nel trattare di argomenti decisivi e delicati come lo sviluppo sociale ed economico del proprio paese; difetti che, per quanto derivati dalla sincera convinzione che una guida decisa e - almeno dal suo punto di vista - lungimirante come la propria avrebbero trasformato il volto dell'Iran, gli furono fatali. Invero dei tentativi vennero fatti, ma non accompagnati e sostenuti adeguatamente, ottenendo spesso risultati diametralmente opposti a quelli sperati, come vedremo meglio nella prossima parte.

Ruhollah Khomeini e Alì Schariati: i due volti della critica allo Schah

"Giovani combattenti per la libertà, cari musulmani che volete lottare per l'onore perduto! Cari religiosi che vi siete impegnati nella battaglia per l'indipendenza! E' comandamento di Dio e dovere religioso di ogni musulmano ripulire e liberare la patria da tutti gli sfruttatori stranieri e dai loro alleati nazionali". Sono parole tratte dal testo "I segreti svelati" del 1941, in cui Ruollah Khomeini - che allora, dopo una rapida e brillante carriera nella scuola superiore religiosa di Ghom, era già divenuto ajatollah ("simbolo di Dio") - dà prova del proprio zelo polemico e della propria volontà politica sostenendo la tesi che un capo religioso poteva tollerare un governo laico nella misura in cui questo rispettasse le leggi "islamiche". "Un sovrano ingiusto" poteva essere sostituito da "un sultano veramente fedele all'Islam" (signore del potere temporale), un reggente cioè che si considerasse "luogotenente dell'imam nascosto" e contemporaneamente prestasse ascolto ai consigli delle autorità religiose"**. Il 1941 è, come detto, l'anno in cui lo schah Reza Khan dovette abbandonare il paese a seguito dell'invasione inglese e sovietica. Proprio lui aveva temporaneamente vietato le lezioni di Khomeini perchè aveva criticato gli abusi del proprio interventismo statale. E' dunque evidente come fin dagli esordi la vita pubblica del religioso Khomeini andò di pari passo con quella del politico Khomeini.
Il testo più famoso dell'ajatollah di Ghom (che nel frattempo era divenuto Grande Ajatollah ajatollah al-uzna) divenne però Welayat-e fakih, che tradotto letteralmente significa "il regno dei giuristi", come dire: un titolo un programma! Il libro era stato concepito durante l'esilio di Khomeini e si diffuse nel mondo arabo (perchè pur trattando in particolare del mondo sciita venne scritto in arabo) a partire dai primi anni '70. Con esso Khomeini andò ben oltre alle sue ipotesi politiche formulate ne "I segreti svelati", scrivendo ad esempio: "Lo stato nell'Islam non può che attuare la legislazione che Dio ha tramandato al Profeta e tutti devono sottomettersi a quella. Ora però il profeta è morto. Egli si trovava al vertice dello stato. Chi ha portato avanti la sua missione? Gli esperti dell'al-Kikh ("del diritto divino")". Khomeini predicava dunque che il potere temporale e religioso dovessero tornare ad essere unificati, come ai tempi di Maometto, in una sola istanza, ovviamente religiosa. La legge religiosa rivelata da Dio imponeva un'obbedienza assoluta ad essa e a chi sapeva correttamente interpretarla, ovvero il rappresentante dell'imam nascosto, il supremo capo religioso. Egli inoltre non risparmiò critiche al clero sciita, colpevole di essere quasi sempre sceso a compromessi con gli schah delle passate dinastie, compresa quella Pahlevi.
La sua convinzione era, ma soltanto nella parte critica, la stessa che animava un altro grande personaggio della cultura iraniana dello scorso secolo - il cui pensiero meriterebbe invero una trattazione più ampia - Ali Schariati, antropologo e teologo laico di formazione filosofica. Egli condivideva le critiche di Khomeini agli stati occidentali, espresse in particolare proprio nel libro "Governo islamico", era inoltre un convinto sciita e aveva individuato - così come un altro grande intellettuale persiano Dschemal al Din al Afghani - "la causa della miseria politico-economica persiana nella decadenza della cultura nazionale e nell'irrigidimento delle tradizioni locali, fenomeni comparsi in epoca piuttosto recente: a cominciare dal dogmatismo dei teologi fino all'indegna oppressione della donna. Mai i musulmani avrebbero potuto liberarsi dalla complice servitù agli occidentali se non facendo appello alle forze dinamiche e creative della loro cultura [...] riteneva che l'errore storico delle gerarchie religiose stesse proprio nella rinuncia a voler mutare la situazione sociale credendo che fosse compito riservato all'imam nascosto, al madhi (vedi seconda parte)". Tuttavia "Schariati non condivideva affatto le prospettive sociali del pensiero di Khomeini. Gli sembrava infatti improponibile un ritorno alla conformazione statale dei tempi di Maometto rifiutando così tutti gli sviluppi a lui posteriori ... Egli diventò il rappresentante di un ceto medio colto e degli intellettuali che avevano in parte studiato nelle università occidentali (lui stesso aveva studiato a Parigi ndInoz): entrambi i gruppi sociali erano delusi da una avventata politica riformatrice dello schah che agiva soltanto (e con risultati alterni ndInoz) su fattori tecnologici. Khomeini invece riusciva a comunicare agilmente con le folle di contadini e con i poveri delle grandi città, i quali avevano conosciuto il mondo occidentale soltanto nella sua versione distruttiva. Un solco profondo divideva i due teorici della rivoluzione islamica, ma furono in pochi ad accorgersene allora"***.

Conclusione. Una sintesi del pensiero politico di Khomeini
Per riassumere schematicamente le linee essenziali del pensiero politico di Khomeini riporto per intero le parole del citato testo di Pejman Abdolmohammadi: Il mondo shi’ita: le teorie fondamentali del potere politico e religioso, consultabile a questo indirizzo.
"Egli fu il primo scienziato religioso ad usare il termine specifico di “Stato Islamico”, in un suo volume di contenuto religioso intitolato “Ketab al bai”. La sua teoria politica si basava su quattro principi fondamentali:
a) per poter applicare la parte principale dei suoi precetti e dei suoi ordini, l’Islam necessita dell’istituzione di uno stato islamico.
b) Lo stabilimento dello stato islamico e il lavoro di preparazione per la sua realizzazione, che comprende l’opposizione attiva contro la tirannia, è indispensabile (in arabo: vajib) sia per gli studiosi religiosi (foqaha) sia per il popolo musulmano.
c) Lo stato islamico deve essere guidato da una figura religiosa, chiamata “wilayate Faqih” che sarebbe un giurisperito islamico shi’ita dotato di una serie di requisiti specifici. Egli godrebbe della stessa wilayah di cui hanno goduto il profeta e gli Imam.
d) Lo stato islamico è un passaggio fondamentale per la realizzazione dell’Islam e la sua tutela è un dovere religioso per i musulmani.
Così nel periodo del grande occultamento del Mahdi la shi’iah imamita è giunta a ritenere che la figura dell’Imam possa venir rappresentata da un suo vice o luogotenente, che possiederebbe la stessa autorità e le stesse responsabilità divine, sia temporali che spirituali dell’Imam. Tale figura è conosciuta oggi come “wilayate Faqih”, espressione tradotta generalmente in italiano, con terminologia più strettamente politica, “guida suprema” o “luogotenente del dodicesimo Imam”.
Questo principio, infatti, metterebbe uno scienziato religioso sullo stesso piano dei dodici Imam che a loro volta sono considerati allo stesso livello del Profeta. Si può ben immaginare l’ampiezza del potere politico e spirituale che un leader shi’ita potrebbe così acquisire in una comunità islamica".


* I persiani - da Zarathustra a Khomeini di Gerhard Schweizer, Garzanti, Milano, 1986
** Ivi
*** Ivi
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PRIMA PARTE: [Dossier] Stato e Islam
SECONDA PARTE : [Dossier] Islam e Stato - Lo sciismo

Lo trovate anche su GenerazioneElle









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10 febbraio 2005
[Dossier] Islam e Stato - Lo sciismo


Finora abbiamo analizzato brevemente il rapporto tra Stato e Islam, in questa seconda puntata daremo un rapido sguardo alla nascita e allo sviluppo storico della dottrina e dell'organizzazione clericale sciita.

Alle origini dello scisma del mondo musulmano. Sciiti e sunniti

"Chi ha me per maestro ha Alì per maestro". Volendo semplificare al massimo un argomento così ampio come quello dello scisma che divise il mondo musulmano in due fazioni, sunniti e sciiti, si potrebbe partire da queste parole dell'hadith "di Ghadir Khumm" la cui interpretazione è all'origine della disputa dottrinaria che segnò il primo passo della frattura fra "la gente della tradizione", ovvero i sunniti (da sunna - vedi parte precedente) da coloro che invece costituirono "la fazione" di Alì (shi'a significa infatti "fazione", "partito").
Abbiamo già accennato alle polemiche sull'autenticità degli "ahadith" (che per correttezza è il plurale di hadith), ebbene quel passo in particolare narra che Maometto, durante il suo ultimo pellegrinaggio, sostò nella località di Ghadir Khum e si rivolse ai propri seguaci con le parole riportate in apertura. Per i sunniti però, l'interpretazione di quella frase non implica la designazione di Alì, genero di Maometto, come suo successore, a differenza di quanto invece sostenuto dal "partito di Alì" (shi'atul Alì). Ne consegue che per i sunniti l'autorità religiosa "non è concentrata in persone, ma in un libro (il Corano) e nell’interpretazione “comunitaria” del medesimo attraverso tutto un lavoro di generazioni di dotti e di giuristi.
"Anche gli shi’iti potrebbero chiamarsi “la gente della tradizione” in quanto hanno la loro venerazione per le tradizioni del Profeta e, anzi, tutte le loro dottrine sono basate proprio su tradizioni da loro ritenute autentiche, mentre – a differenza dei sunniti – non potrebbero dirsi fautori dell’interpretazione comunitaria, proprio in quanto è punto centrale della loro dottrina la concentrazione dell’autorità religiosa in centri-persone. La più alta è Dio, cui segue il Profeta e dopo quest’ultimo, come si vedrà, l’Imam. Gli shi’iti non negano la profezia di Mohammad, né la sua definitività nel tempo: sono quindi sostanzialmente degli ortodossi. Ma la loro eterodossia principale (se così si può chiamare) sta nel loro affidamento all’autorità personale di un Imam docente."*

Le implicazioni dottrinarie

Dopo la morte del Profeta però, la divisione fra i sostenitori di Alì, cugino e genero di Maometto, e quelli di Abu Bakr, il compagno più fedele del profeta e padre della sua moglie prediletta Aischa (della quale mi piacerebbe parlare in un prossimo futuro),  era più che altro di carattere politico (solamente in seguito divenne anche dottrinaria) e riguardava principalmente i dubbi sulle reali capacità di Alì di essere anche un buon capo politico. Le dispute si protrassero a lungo, anche dopo la morte di Abu Bakr e dei suoi successori Omar e Osman, e sfociarono  in aspri e sanguinosi scontri finchè Alì non riuscì a diventare Califfo nel 656. Egli venne però assassinato solo 5 anni dopo, anni in cui il mondo arabo era stato sconvolto da una guerra civile che aveva visto i suoi seguaci opposti a quelli del governatore della Siria Mu’awiyah bin Abu Sufyan, che, proprio dopo la sua morte si proclamò Califfo.
Da quel momento la frattura divenne insanabile: i sunniti appoggiarono gli umayyad la dinastia fondata dal governatore della Siria , mentre gli sciiti continuarono a ritenere che spettasse ai discendenti del profeta, attraverso Alì, il compito di guidare il popolo mussulmano. La divisione divenne ancora più netta quando il figlio di Alì, Hussein fu ucciso in circostanze brutali a Kerbala**. Nel corso dei secoli i sunniti hanno assunto la posizione ortodossa e più diffusa dell’islam, mentre in Iran e in Iraq la maggioranza della popolazione è sciita.
Gli sciiti iraniani riconoscono 12 imam come discendenti diretti del profeta Maometto. Mentre tutti gli imam sono morti di morte naturale, oppure sono stati assassinati, si dice che il dodicesimo imam sia sparito sotto una grotta della moschea di Smarra in Iraq, nell’878.
"L’implicazione dottrinale più grande che discende dalla divergenza tra sunniti e sciiti risiede nella diversa importanza accordata al principio dell’Ijtihad (letteralmente interpretazione, sforzo interpretativo, la cui radice jhd è anche alla base della parola Jihad – sforzo su se stesso, che significa anche, in via riduttiva, “Guerra Santa”): per i sunniti, le cosiddette “Porte dell’Ijtihad” sono chiuse e non vi è più possibilità di interpretazione dei testi sacri; per gli sciiti, invece, che non riconoscono la parte sunnita che ha chiuso le possibilità interpretative, l’Ijtihad è sempre possibile e fa capo all’ Imam. La flessibilità dottrinale di stampo sciita ha permesso l’edificazione di un sistema politico, quello khomeinista, che associa le categorie fondanti della modernità al tradizionalismo teocratico sciita.
Il dodicesimo imam si chiamava Mahdi e si ritiene che il suo ritorno accompagnato dal profeta Gesù segnerà la fine della tirannia e dell’ingiustizia e il ritorno della pace sulla terra"***.
"Dal punto di vista della shi’ah, un profeta porta in una religione la legge del cielo per guidare la vita degli uomini. Dopo di lui la rivelazione cessa e agli uomini rimane una legge che corrisponde all’aspetto essoterico della rivelazione. A questo punto devono intervenire coloro che abbiano la funzione di interpretare i più riposti significati della legge e il contenuto esoterico della rivelazione: nella shi’ah tale funzione è affidata alla figura degli Imam che intervengono dopo Mohammad"****. 
_ A ben vedere proprio su queste attese (molti fra i suoi seguaci credevano addirittura che fosse lui l'imam nascosto) e sull’autorità acquisita in campo teologico, ma anche politico, fece leva Khomeini, mentre cresceva lo scontento fra i grandi proprietari, i religiosi e i commercianti, ma anche fra i contadini presto delusi dalla riforma agraria.

La dinastia Safavide

"Il Cinquecento segna un mutamento sostanziale per l’Iran. Si impone nei primi anni del secolo una dinastia turca dell’Azarbaigian (una regione persiana) i cui capi appartengono a una confraternita sufi da loro stessi creata e animata, la “Safawiyya”, la cui ideologia religiosa deve molto a una forma di shi’ismo estremizzante diffuso nelle regioni al confine con la Siria e intorno al lago di Van. Nel 1501 uno dei capi safawidi, turco ma di probabile origine curda, Ismail (sedicenne) prende il potere in Persia, fondando la dinastia Safavide. La presa del potere da parte di Ismail (il primo Scià safavide) segna una data storica sia per la shi’ah che per l’Iran. [...] Con Ismail nasceva un regno in cui lo shi’ismo veniva utilizzato come ideologia politica in contrapposizione all’impero ottomano sunnita. In altri termini lo shi’ismo, che era sempre stato un movimento di opposizione, si era trasformato in un’istituzione politica, e questo fu l’inizio di una nuova shi’ah, talmente diversa dalla precedente che viene a volte anche denominata “la Shi’ah safavide”, differenziandola dalla fase anteriore, denominata “Shi’ah alavide”"."*****
Per raggiungere l'obiettivo di diffondere e imporre lo sciismo come religione ufficiale ed organizzata, Ismail ricorse a ulema arabi, e non persiani, dato che fino ad allora la Persia era un paese a maggioranza sunnita. La volontà di sciitizzazione del paese spinse la dinastia safavide ad assegnare agli esperti del Corano compiti delicati come l'educazione e l'amministrazione della giustizia. Si venne così a creare una vera e propria organizzazione burocratico-religiosa con importanti funzioni amministrative, il cui ruolo era tanto più importante se si considera che, nonostante i tentativi dello stesso Ismail di dichiarare la propria origine divina, secondo la dottrina  sciita imamita i veri e legittimi depositari della verità rivelata erano proprio loro, gli ulema.
Inevitabilmente i rapporti tra gli scià ed il clero, in particolare quello più ortodosso, furono ben presto attarversati da sottili e striscianti tensioni, che rimasero vive per tutta la durata della dinastia safavide. Noi siamo ben informati sulla situazione persiana degli anni 1684 e 1685, grazie alle cronache del tedesco Engelbert Kaempfer******, segretario d'ambasciata tedesco che attraversò la Persia proprio in quegli anni e da alcune delle sue parole si può avere un'idea della situazione:
"Tutti i già menzionati primati religiosi godono di minor reputazione e venerazione di quegli esperti delle scritture che portano il titolo di modschtahed (colui che dà giudizi), che è una qualifica di massima santità tra i fedeli. Non è nè il favore del Grande re come neppure l'approvazione del clero o dei nobili a conferir loro quella suprema dignità [...] secondo il diritto divino il modschtaheh è il supremo capo spirituale cui spetti la sovranità su tutti i musulmani, mentre allo schah toccherebbe soltanto di rispettare ed eseguire i giudizi dei supremi pastori. Ne consegue in fatti che modschtahed prende ogni decisione in materia di pace o di guerra: nessuna importante risoluzione può essere deliberata senza il suo consiglio."*******

Le ultime frasi sembrano, non certo per un caso, adatte a descrivere sommariamente anche la situazione dell'Iran dopo la rivoluzione khomeinista, della quale però tratteremo, per motivi di tempo, in una prossima puntata. Mi spiace interrompere così la "narrazione", ma riuscire a sintetizzare in poche righe questioni tanto complesse non è affatto impresa da poco! Spero che capirete.


* Pejman Abdolmohammadi, Il mondo shi’ita: le teorie fondamentali del potere politico e religioso, consultabile qui
** La tragedia di Hussein, opportunamente strumentalizzata, è divenuta la base morale del fanatismo suicida, del martirio (shahadat) del fedele in nome del bene collettivo
*** Emanuele Castelli, Iran - La Persia, la rivoluzione e l'Asse del Male, Sankara, Roma, 2003
**** Pejman Abdolmohammadi, op. cit
***** Ivi
****** Raccolte col titolo: Alla corte del re divino di Persia
******* Traduzione da: I persiani - da Zarathustra a Khomeini di Gerhard Schweizer, Garzanti, Milano, 1986

_ Lo trovate anche su GenerazioneElle




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PRIMA PARTE: [Dossier] Stato e Islam
TERZA PARTE : [Islam e Stato] I profili dei protagonisti delle vicende iraniane pre-rivoluzionarie




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8 febbraio 2005
[Dossier] Stato e Islam

Iraq come l'Iran?
Le preoccupazioni per il futuro dell'Iraq come spunto per una riflessione sul rapporto tra Islam e stato.

"Tutti i saggi religiosi, gli imam e la maggioranza del popolo domandano all'Assemblea nazionale che l'Islam sia nella prossima Costituzione permanente e fonte della legislazione. Occore rifiutare qualsiasi norma contraria all'Islam". Così lo sceicco Ibrahim Ibrahimi, rappresentante del grande ayatollah Mohammed Ishaq al Fayad.
Le paure già paventate in passato relative alle effettive intenzioni del fronte sciite sul futuro assetto istituzionale dell'Iraq si manifestano adesso anche attraverso le prime pagine dei giornali occidentali ad una settimana di distanza dalle elezioni per l'Assemblea costituzionale. Il timore di una Costituzione irakena che possa ispirarsi al modello iraniano (per la cui analisi vi rimando a questo mio precedente post) o che in altra maniera possa avere alla sua base la sharia assilla, giustamente, inglesi e americani, ma sarebbe auspicabile che anche altri mostrassero interesse verso una situazione tanto delicata, quanto decisiva. Tuttavia per comprendere meglio la questione, cercando di evitare allarmismi o sottovalutazioni, è necessario analizzarla rivolgendo la nostra attenzione, seppur brevemente, al rapporto fra islam e stato e al ruolo della sharia per poi analizzare le particolarità relative allo sciismo e al caso iraniano.

Islam: Stati senza nazioni

Per affrontare il tema dei rapporto fra Islam e ordinamento politico e statuale le parole di Panayotis Vatikiotis, professore di politica alla School of Oriental and African Studies all'università di Londra, possono aiutarci a definirne brevemente le linee fondamentali.
"Esiste una differenza fra l'islam come guida e ideale ispiratore dell'autorità o dell'ordinamento politico, e l'islam con la sua legge, la sciaria, come costituzione dello stato, o principio organizzatore di autorità e base di legittimità. Rimane il fatto che il nucleo della fede è l'espressione terrena del messaggio divino; l'islam è per definizione una religione politica: impone doveri politici ai credenti."
I credenti costituiscono la umma, la comunità di coloro che seguono la fede islamica la quale a sua volta ha un significato sociale e politico imperniato proprio sulla nozione fondamentale di comunità come espressione di un'idea religiosa. "La comunità esiste perchè i credenti possano realizzare l'ideale islamico: il modello di universo rivelato da Dio". In questa concezione lo stato è dunque strumento della religione, esso non ha valore in sè, ma si basa sul principio universale dell'islam, ovvero è finalizzato alla salvaguardia della religione e la diffusione del suo messaggio: "lo stato esiste perchè la norma islamica possa informarne la vita e gli affari pubblici".
"Lo stato nazione nell'islam è dunque un concetto ideologico, non territoriale. Esso comprende la comunità dei fedeli o dei credenti dovunque essi si trovino." L'appartenenza o meno ad esso si basa non sullo jus sanguinis o sullo jus solis, bensì sullo jus religionis. L'islam è una religione che per definizione è una religione politica: "impone doveri politici ai credenti".
"Seri problemi sorgono quando ci si rende conto che l'islam è un'unità indissolubile di religione e comunità, o nazione, e richiede che tale binomio o dualità venga inscritto nelle strutture temporali.[..] D'altro canto la umma non è una chiesa, è una società di credenti che comprende coloro che professano l'islam, pregano rivolti alla qibla, osservano la sciaria e preferibilmente vivono nella dar al-islam*. La sua unità è, e nello stesso tempo non è, strettamente politica. La sua legge è una decisione della volontà divina; non esistono altre fonti del diritto, comprese la Natura e la Ragione".
Considerare Dio come solo sovrano e legislatore e allo stesso tempo porre l'accento sulla comunità, più che sull'individuo sono aspetti fondamentali da tenere presenti nel considerare il ruolo dell'islam come fondamento di un ordinamento politico.
Per un'analisi più approfondita della questione, anche nelle sue linee storiche essenziali rimando alla lettura del libro "Islam: stati senza nazioni" di Panayotis Vatikiotis, il Saggiatore, Milano, 1993. Prima però di passare a guardare allo sciismo e alla particolarità del caso iraniano è giusto sottolineare questo passo del libro citato:
"Che il Pakistan, l'Iran o l'Arabia Saudita rappresentino forme dell'islam è fuori di dubbio, ma è discutibile che essi rappresentino stati islamici nel senso di una particolare forma di stato. Nessuno sa esattamente come sia uno stato islamico; si conoscono semplicemente degli stati che sono musulmani. Si può discutere se esista uno stato islamico ideale, ma che esista uno stato reale nella forma di uno stato islamico è cosa problematica e controversa".

Sharia "legge islamica" o "via di salvezza"?

Tralasciando dunque la controversa questione sull'esistenza o meno di uno stato islamico con delle caratteristiche peculiari, non si potrà però non notare che il Corano come fonte del diritto, la "sharia", ne sia un aspetto estremamente particolare, che pur non descrivendo un assetto istituzionale originale ne caratterizza fortemente il funzionamento.
La traduzione più comune del termine sharia oggi è "legge divina" o "legge positiva divina", questo proprio perchè si è affermata un’interpretazione prevalentemente legalista, fatta propria dall'islamismo "fondamentalista", che non rende ragione della ricchezza semantica originaria, presente nel Corano, la fonte principale della religione e del diritto islamico. Tale parola in origine ha infatti anche il significato di "via della salvezza" ed è proprio a questa interpretazione che i "modernisti" intendono rifarsi per poter stabilire l'influenza diretta dei precetti coranici solo in alcuni e limitati ambiti tra cui la gestione familiare e pochi basilari aspetti della vita economica e politica.
Se dunque il fondamentalismo propugna un'interpretazione estensiva della sharia come "diritto islamico" (fiqh), che acquista così una rilevanza indebita, sacrale, che lo pone allo stesso livello della rivelazione, un'analisi storica del fiqh dimostra senza alcun dubbio che "esso è il prodotto, avvenuto nel corso dei secoli, della riflessione della comunità islamica, che ha cercato di rispondere ai bisogni sempre nuovi dei mutamenti temporali e alle situazioni geografiche, cioè culturali, con norme adeguate in continuità creativa con la propria identità".** Tale riflessione si è sviluppata in ambito sunnita principalmente attraverso l'opera delle quattro scuole "canoniche" di diritto islamico: hanafita, malikita, shafeita, hanbalita. "Ciascuna di esse ha improntato maggiormente certe aree dell’impero islamico piuttosto che altre e il loro influsso è prevalente anche oggi in certi paesi: ad esempio il malikismo ha avuto un maggiore influsso nel Maghreb, lo shafeismo nell’Egitto, il hanafismo nell’impero ottomano turco-balcanico e in parte nel Medio Oriente, il hanbalismo, la scuola più letteralista e fideista, ha trionfato nell’Arabia Saudita ed è sempre stato il riferimento preferito, nel corso della storia, dei movimenti intransigenti, ultimamente dei Fratelli Musulmani e di tutti i gruppi ‘islamisti’ ispirati all’ideologia dei Fratelli, fino ad al-Qâ’ida. Nell’ ‘800, a contatto con la modernità europea, per rispondere ai nuovi bisogni dei nascenti Stati nazionali, la teoria del diritto ha attinto indistintamente e comparatisticamente alle quattro scuole ufficiali islamiche."***
Ciò che è comune a tutte e quattro le scuole è il riconoscimento della fonte del diritto nel Corano e nella sunna (la tradizione). Ognuna di esse ha poi posto l'accento su diverse particolarità: "la scuola malikita ha dato importanza al consenso (ijmâ°) della comunità islamica di Medina, la città del Profeta e, in caso dubbio, al criterio del bene generale della comunità; la scuola hanafita, oltre a queste fonti, ha sottolineato l’importanza della ragione mediante il metodo dell’analogia (qiyâs) di un certo caso con la casistica precedente e l’uso dell’opinione personale (ra’y), che invece lo shafeismo limita il più possibile". Proprio il fondatore della scuola shafeita, Muhammad al-Shâfi°î (767-820 d. C.), è stato colui il quale ha definito in maniera peculiare il significato della sunna, della tradizione, restringendolo ai soli hadith (detti e fatti) attribuiti a Maometto e frutto non della rivelazione ma dell'ispirazione, elevandoli dunque al rango di seconda fonte della religione e del diritto dopo il Corano".

Interpretazione e tradizione. I versetti satanici

"I hadîth sono una produzione sterminata, se ne conoscono quasi un milione, raccolti e ordinati per temi in numerosi trattati, canonici e non, da vari ‘tradizionisti’. Queste raccolte hanno un valore normativo diverso per i musulmani, che considerano degne di considerazione al di sopra di tutte quelle di al-Bukhârî e di Muslim, entrambe chiamate al-Sahîh (sano). In sostanza, attraverso lo studio approfondito della ‘catena’ dei trasmettitori dei hadîth, gli studiosi considerano autentici circa 7.000 hadîth. Gli studiosi occidentali, che applicano i metodi storico-critici, ne considerano autentici circa 3.000. La polemica sull’uso dei hadîth come fonte normativa del diritto scoppiò in casa musulmana nella seconda metà dell’ ‘800, quando alcuni ‘riformisti’ egiziani, e poi di altri paesi, che cercavano di aprire l’islàm alla società moderna soprattutto nell’ambito sociale e politico, contestarono la veridicità di buona parte dei hadîth e soprattutto il loro uso al di fuori dell’ambito strettamente culturale e morale. In effetti, l’esorbitante maggioranza dei hadîth furono fabbricati durante i secoli, senza attinenza con il Profeta né con i suoi diretti Compagni, per svariate ragioni, politiche, settarie, eretiche, dottrinali, consuetudinarie, e attribuite al Profeta a posteriori per accreditarne l’autorità.
La polemica sull’autenticità dei hadîth coinvolse anche i ricercatori occidentali detti ‘orientalisti’. Anche in questo campo si sono polarizzati due schieramenti: i modernisti e i riformisti limitavano drasticamente il numero di hadîth che i legislatori devono rispettare e considerare, e contestavano alla critica del hadîth di essersi limitata alla ‘catena’, mentre, al contrario, l’ampio fronte islamico che va sotto il nome di ‘salafismo’ e ‘neosalafismo’, attribuisce un carattere normativo ad un corpus esorbitante di tradizioni."****

Per fare un esempio esplicito di ciò che tutto questo comporta si pensi alla punizione che devono subire gli adulteri: "la questione è trattata in più passaggi, e la pena varia da cento frustate fino alla reclusione ininiterrotta (mai invece nel Corano è prevista per i colpevoli la lapidazione, usanza successiva e che quindi è impropriamente definita "pena coranica"). Quale delle diverse opzioni deve essere applicata? Meglio: quale versetto deve essere preso come riferimento?"*****
Per anticipare il tema della prossima "puntata" relativa alla trattazione delle peculiarità del mondo sciita si può a questo punto ricordare il celebre caso dei "Versetti Satanici" di Salman Rushdie e la conseguente fatwa dell'ayatollah Khomeini. Per versetti satanici infatti, si intendono alcuni passi del Corano assai confusi e che spesso hanno intrigato i dottori musulmani (si fanno riferimenti particolari a divinità preislamiche) dato che esiste una tradizione secondo cui alcune parole di quei passi sono state dettate a Maometto dal diavolo.

Conclusioni

Per chiudere questa prima parte credo si possano riportare per l'ultima volta le parole di Tino Augusto Negri:
"Per finire, tentiamo di fornire una sintesi attuale, semplificando quanto è necessario, affermando che i modernisti e, almeno in parte i riformisti, limitano le norme della sharî°a e talvolta danno maggior peso a principi morali e giuridici coranici più generali, che orientano globalmente la vita del credente, soprattutto la morale. L’islàm più conservatore invece intende la sharî°a come ‘legge divina’ immutabile coincidente con il diritto islamico trasmesso dalle quattro scuole giuridiche.
I conservatori, tra i quali hanno un ruolo importante gli ‘islamisti’, oggi in particolare rivendicano il ritorno allo Stato islamico, guidato del califfo, che applica la sharî°a-diritto islamico, discriminando i cittadini secondo la religione, i musulmani (che hanno pieni diritti nello Stato) e i non musulmani (ebrei e cristiani) cui sono riconosciuti diritti religiosi e civili limitati secondo lo statuto dei dhimmî (protetti). In questo Stato vige la legge islamica e sono applicate le pene coraniche: per il furto (taglio della mano e del piede, alternativamente), il brigantaggio (dalla pena di morte all’esilio), l’adulterio (pena di morte: in realtà il Corano parla di frustate, la pena di morte è stata stabilita dal fiqh), la falsa accusa di adulterio (frustate), l’uso e il commercio di bevande alcoliche (frustate), l’apostasia (pena di morte per decapitazione). Per i modernisti al contrario, le cosiddette ‘pene coraniche’ hanno solo un significato deterrente e morale e le condizioni della loro applicazione sono tali da renderle pressoché inattuabili."

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* La "casa dell'islam", ossia tutti i territori che costituiscono il mondo musulmano.
** ** Tino Augusto Negri, I confini della Sharia, da «Il Dialogo/Al Hiwar», Anno 2003, n.4 (consultabile online a questo indirizzo)
*** Ivi
**** Ivi
**** Giorgio Vercellin, Maometto - Il profeta dell'Islam e la parola di Dio, Giunti, Firenze, 2000

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SECONDA PARTE : [Dossier] Islam e Stato - Lo sciismo
TERZA PARTE : [Islam e Stato] I profili dei protagonisti delle vicende iraniane pre-rivoluzionarie





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2 febbraio 2005
[Il mistero delle donne scomparse] L'attenzione ai fenomeni biologici nello studio di quelli sociali


Controllo delle nascite ed epatite B per chiarire il mistero delle donne scomparse in Asia
Per Amartya Sen in 100 milioni mancavano all'appello demografico. Uno studio recente propone una soluzione del caso.


La lettera del prof. Cascioli che ho pubblicato ieri ci offre lo spunto per tornare nuovamente a parlare di controllo delle nascite e dei suoi effetti macrosociali in paesi come India e Cina, dove, come ricordato, sono stati attuati programmi di controllo delle nascite ferrei e radicali. Tuttavia, come vedremo, questo è solo uno degli aspetti che può spiegare il mistero delle donne asiatiche scomparse.

Nel 1992 un celebre articolo di Amartya Sen, pubblicato sul "british Medical Journal", rilevava come la proporzione di donne sul totale della popolazione nei paesi dell'Asia Sud-orientale (soprattutto in Cina ed India), era troppo bassa per essere semplicemente il risultato di regolari andamenti demografici. Secondo il premio nobel per l'economia, mancavano all'appello circa 100 milioni di donne asiatiche. Le cause di questa anomalia non andavano cercate, secondo Sen, analizzando i processi biologici, ma quelli sociali, dato che in quei paesi erano stati adottati in passato programmi di controllo delle nascite in contesti in cui una figlia femmina valeva e vale meno di un figlio maschio, creando così i presupposti per la diffusione dell'aborto selettivo.
Da allora il "mistero delle donne mancanti" è stato ridimensionato quantitativamente, ma non qualitativamente(1).

Secondo gli ultimi dati relativi alla Cina, nel 2003 la popolazione del paese era composta in maggioranza da maschi (51,5% contro il 48,5% di femmine) e caratterizzata da un'alta quota di giovani e da una percentuale crescente di anziani. La "politica del figlio unico" in Cina è stata portata avanti attraverso la fissazione, da parte della Commissione statale per la pianificazione familiare, di quote nazionali e provinciali del tasso di natalità. Il peso della pianificazione è gravato di fatto largamente sulle donne, anche attraverso la formulazione di liste di procreazione nelle quali si dava conto della situazione in ogni giurisdizione amministrativa e unità di lavoro, mentre gli uomini sono stati coinvolti in misura decisamente limitata(2).

La politica del figlio unico in Cina venne attuata a partire dagli anni '60, dopo che durante i 25 anni successivi alla Rivoluzione la Repubblica Popolare, principalmente per volere di Mao, aveva invece incentivato e sostenuto la crescita demografica del paese. Mao diceva che 2 braccia potevano sfamare 5 bocche, salvo poi cedere alle pressioni dei suoi consiglieri e convincersi che il boom demografico di quegli anni, anni di grosse carestie - quella del '59-'61 è stata definita "la più grande carestia della storia(3) - rischiava di smentire clamorosamente le sue convinzioni aritmetiche.

L'adesione nel corso degli ultimi anni da parte del governo cinese a convenzioni e norme internazionali in materia di pianificazione delle nascite che respingono l'uso di strumenti coercitivi e stimolano al contrario l'adozione di altre misure che non danneggino la salute riproduttiva delle donne, sembra suggerire comunque un graduale abbandono delle misure più drastiche e l'avvio per il futuro di politiche più moderate soprattutto nei confronti delle nuove generazioni di donne che si avviano ad entrare nell'età riproduttiva(4).
Immagino che il riferimento a quelle convenzioni e norme internazionali chiami in causa l'UNFPA, ovvero il Fondo dell'ONU per la Popolazione di cui proprio l'International Planned Parenthood Federation di Margaret Sanger è "principale partner e ispiratore", come scritto proprio nel libro sulle Bugie degli Ambientalisti(5).

Proprio l'attività di Margaret Sanger e del suo International Planned Parenthood Federation puntò la sua attenzione fin dagli anni '20 verso l'Asia. Nel 1922 la Sanger visitò il Giappone, dove incontrò Shidzue Kato, un attivista del controllo delle nascite, insieme al quale, in seguito, creò la prima delle sue clinica in Asia. La Sanger riscosse un notevole successo nel Paese del Sol Levante e nel 1954 divenne la prima donna straniera ad indirizzare la legislazione giapponese(6).

Altrettanta attenzione ella dedicò all'India. Nel 1935 ella incontrò addirittura Gandhi, anche se il Mahatma rimase della propria idea relativamente al "trascendere i piaceri della carne" da parte dei propri seguaci. Tuttavia il viaggio della Sanger in India portò alla creazione di diverse cliniche per il controllo delle nascite nel paese e quando nel 1959 il Primo Ministro indiano Jawaharlal Nehru annunciò lo stanziamento di 10 milioni di dollari per un piano di controllo delle nascite in India, Margaret Sanger era di fianco a lui(7).

Ebbene, dopo questa breve esposizione dei fatti, se si considera quanto detto in apertura sullo studio di Amartya Sen sugli effetti che le differenze sociali tra maschi e femmine hanno avuto sui programmi di controllo delle nascite in quei paesi, in india più che in Cina in realtà, si potrebbe concludere che gli obiettivi originali della Sanger, quelli di tutelare in primis la salute delle donne, ebbero paradossalmente l'effetto contrario di ridurre proprio il numero di donne in quei paesi.
Ovviamente messa così sarebbe un'attribuzione di responsabilità forse maggiore di quella che effettivamente è plausibile deputare alla sua opera, ma senza dubbio ella fu l'ispiratrice delle politiche di controllo demografico di quei paesi, anche se, come ovvio, non lo fu direttamente della rigidità con cui in alcuni casi esse vennero applicate e tantomeno delle convenzioni sociali che, per quanto abbiano visto finora, hanno inciso in maniera determinante.

Tuttavia oggi gli studi di due ricercatrici portano nuovi interessanti argomenti proprio relativamente alle analisi di Amartya Sen sulle "donne scomparse" dell'Asia.
Il primo è quello di Emily Oster intitolato Hepatitis B and the Case of Missing Women, Harvard University, Department of Economics,
http://www.people.fas.harvard.edu/~eoster/hepb.pdf, December 2004. La Oster ha proposto una semplice spiegazione del mistero delle "donne mancanti", portando all'attenzione di tutti due aspetti ignorati in precedenza dal dibattito sull'argomento. Primo, le donne asiatiche si ammalano più frequentemente di epatite B rispetto alle donne di altri paesi. Secondo le portatrici di epatite B hanno una probabilità molto più elevata delle altre di dare alla luce un figlio maschio. Se si mettono insieme questi elementi, si ottiene una potenziale soluzione del mistero: un'elevata proporzione del numero di donne mancanti in Asia può essere attribuita all'epatite B(8).

Per la trattazione specifica dell'argomento, come ovvio, vi rimando alla lettura del paper segnalato. A quanto detto in maniera molto semplice in queste parole è però necessario aggiungere che per accertare la relazione tra epatite B e il maggior numero di nati di sesso maschile si deve controllare se altre possibili spiegazioni del mistero possono essere in realtà più plausibili.

Lo studio di Karen Norberg (Partnership status and the human sex ratio at birth, NBER Working Paper #10920, November 2004), Medical Research Fellow presso il National Bureau of Economic Research, ha recentemente sostenuto che donne legalmente o almeno effettivamente conviventi con un uomo hanno una più alta probabilità di avere figli maschi. Se le donne soggette a epatite vivono in regioni dove è più diffusa la presenza di donne single, questo renderebbe, nel gergo econometrico, "spuria" (cioè priva di validità causale) la correlazione tra epatite B e sex ratio, invalidando in tal modo l'ipotesi della Oster.
Tuttavia un'analisi statistica di regressione su dati aggregati per 71 paesi ha consentito alla Oster di calcolare separatamente il contributo di ognuna delle spiegazioni in competizione l'una con l'altra alla spiegazione di sex ratio variabili tra i vari paesi del mondo. Anche una volta che si controlli per lo status maritale della donna, la diffusione dell'epatite B continua ad essere un'importante determinante delle differenze nei sex ratio tra i vari paesi del mondo.(9)

Un ulteriore supporto alla teoria della Oster deriva dalla considerazione che in molti paesi, all'inizio degli anni Ottanta, è stato introdotto il vaccino contro l'epatite B. In Alaska (vedi cartina in apertura), per esempio, è stato possibile condurre un esperimento naturale, confrontando l'evoluzione nel tempo dei sex ratio nelle regioni del posto sottoposte a vaccinazioni con quella delle regioni in cui la presenza di immigrati, non sottoposti a vaccinazione, era più elevata. L'analisi dimostra che il sex ratio è rimasto costante nel tempo nelle regioni ad elevata immigrazione, mentre è sensibilmente diminuito nelle regioni in cui il vaccino è stato introdotto(10).

L'epatite B sembra essere particolarmente importante nel prevedere i sex ratio in Cina (le stime indicano nel 90% del totale la percentuale di donne scomparse attribuibili all'epatite B), sembra invece essere meno rilevante nello spiegare il numero di donne "scomparse" in India, il paese studiato più da vicino a Sen (a questo proposito si osservi anche la cartina riportata in apertura in cui è raffigurata la diffusione di epatite B nel mondo).
Indipendentemente però dalla loro generalità, i risultati della Oster mettono in evidenza che, al contrario di quanto enfatizzato nei lavori precedenti, la soluzione del mistero delle donne scomparse ha anche (in alcuni casi prevalentemente) una natura biologica e che, quindi, una maggior attenzione ai fenomeni biologici nella spiegazione dei fenomeni sociali può senz'altro migliorare le previsioni degli scienziati sociali(11)

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(1) Asia, le donne scomparse, di F. Daveri e F. Panunzi in "Il Sole-24 Ore", domenica 23 Gennaio 2005
(2) La Cina del Novecento, di G. Samarani, Einaudi, Torino, 2004
(3) Il libro nero del comunismo, AA.VV, Mondadori, Milano, 1998
(4) G. Samarani, op. cit.
(5) Le bugie degli ambientalisti, di R. Cascioli e A. Gaspari, Piemme, Casale Monferrato, 2004
(6) Margaret Sanger's "Deeds of Terrible Virtue", di Rachel Galvin
(7) Ivi
(8) Daveri e Punzi, articolo citato
(9) Ivi
(10) Ivi
(11) Ivi




permalink | inviato da il 2/2/2005 alle 9:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
1 febbraio 2005
[Margaret Sanger] La cordiale risposta di Riccardo Cascioli

Gli scritti sull'eugenetica e l'attività dell'IPPF
La risposta di uno degli autori de Le bugie degli ambientalisti

La mia breve ricostruzione della vita di Margaret Sanger, che potete leggere a partire dal primo "capitolo" a questa pagina o sul sito di generazioneelle, muoveva da una critica rivolta agli autori del libro "Le bugie degli ambientalisti", Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari, nella loro trattazione della figura della fondatrice dell'International Planned Parenthood Federation. Si trattava di una critica puntuale ad una parte del libro, per il quale nel complesso ribadisco il giudizio già espresso: "è assai interessante e fornisce molti punti di vista originali per riflettere su questioni come la sovrappopolazione o la deforestazione riguardo alle quali il cittadino comune, come me, spesso tende a prender per buono ciò che la scarsa accuratezza dell'informazione generalista ci propone."

Nei giorni scorsi avevo segnalato le mie critiche ai due autori e, molto gentilmente, il prof. Cascioli mi ha risposto precisando la sua opinione, ribattendo alle mie critiche e portando nuovi interessanti argomenti per poter eventualmente approfondire la discussione. Pubblico quindi la sua risposta, sperando di far cosa gradita a lui e a voi, invitandovi anche a visitare il sito del Cespas (
http://www.cespas.org/) Centro Europeo di Studi si Popolazione, Ambiente e Sviluppo, diretto proprio dal prof. Cascioli.

Caro signor Ciuffoletti,
la ringrazio molto della sua attenzione. Ho letto accuratamente le sue critiche sulla nostra descrizione di Margaret Sanger, e la biografia che lei ne ha fatto. Personalmente non mi sento di considerare la Sanger una strega, né reale né virtuale. Però mi permetto di dissentire dalla sua interpretazione in base a dei dati di fatto. Il libro "Pivot of Civilization" non è semplicemente un'operazione di marketing, come si direbbe oggi, ma corrisponde a ciò che la Sanger davvero pensava, tanto che non rimase un episodio intellettuale senza conseguenze pratiche.
La Family Planning Association e l'IPPF, da lei fondate, sono in questo la perfetta realizzazione di quelle premesse, tanto che ancora oggi si continua a giocare sull'ambiguità tra i concetti di pianificazione familiare e controllo delle nascite. Ho spiegato meglio queste cose in un mio precedente libro, "Il complotto demografico" (Piemme 1996), ma in sintesi è evidente che diffondere l'uso dei contraccettivi è una cosa (e potrebbe rientrare nella pianificazione familiare), praticare il controllo delle nascite è un'altra. Le selvagge politiche di controllo delle nascite praticate negli ultimi decenni in Cina, India e tanti altri Paesi, con violazioni reiterate dei più elementari diritti umani, sono una tragica conseguenza di quella impostazione: non è un caso che sia l'IPPF (e la sua consociata UNFPA)in prima linea a sostenere e finanziare queste politiche.
Lei inoltre dimentica che l'attività editoriale della Sanger non si limita a quei due libri, ma prosegue per molti anni con la Birth Control Review, che sostiene esattamente le stesse cose. E cosa le dice il commento di Wells che, nel 1931, scrive (citato nel libro a p. 18): "Quando la storia della nostra civilizzazione sarà scritta, sarà una storia biologica, e Margaret Sanger sarà la sua eroina". Cosa vuol dire secondo lei "una storia biologica"?
Ultima questione a cui sarebbe interessante rispondere: come mai l'IPPF non ha mai sentito la necessità di pubblicare gli scritti della sua fondatrice?
Non le pare che sia un caso più unico che raro nella storia dei movimenti?

In ogni caso, le sono molto grato perché il suo intervento mi stimola a riprendere un progetto che ho in testa da molto tempo, ovvero quello di riprendere e pubblicare gli scritti di Margaret Sanger, così che ognuno possa giudicare le reali intenzioni di questa "paladina delle donne". Chissà che prima o poi non trovi il tempo e i mezzi per farlo.

Cordialmente
Riccardo Cascioli 




permalink | inviato da il 1/2/2005 alle 10:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
25 gennaio 2005
[Margaret Sanger] Strega dell'eugenetica o eroina dei diritti delle donne? (Terza Parte)

Gli scritti più controversi e le vittorie più eclatanti di Margaret Sanger
Fu vera eugenista? Pensiero ed azione di M.S.

[TERZA PARTE _
Leggi qui la
PRIMA e la SECONDA PARTE]

Margaret Sanger aveva ritenuto che la battaglia per la diffusione dell'uso dei contraccettivi e delle informazioni sulla salute sessuale delle donne potesse esser combattuta con maggior efficacia unendo i propri sforzi a quelli del movimento femminista americano, piuttosto che a quello dei lavoratori. Ella si era inoltre convinta che non fosse la lotta di classe il modo migliore per raggiungere i propri obiettivi.
Tuttavia nel 1920 venne concesso il diritto di voto alle donne ed le femministe statunitensi persero quello che era il principale scopo della propria attività, mentre il controllo delle nascite non riuscì a rappresentare una causa intorno alla quale creare una nuova coesione d'intenti. Nel volgere di pochi mesi maturò quindi una rottura insanabile tra la Sanger e il movimento femminista. Ma come abbiamo detto la Sanger aveva il cosiddetto "Public Relation know-how", in altre parole sapeva come agire per non far perdere notorietà ed appoggio alla propria causa.

In quegli anni il movimento eugenista rappresentava un'organizzazione molto articolata, non solo in Gran Bretagna, dove già nel 1907 Francis Galton (1822-1911), cugino e discepolo di Charles Darwin, aveva fondato la Eugenics Education Society, ma anche in numerosi altri paesi, compresi gli Stati Uniti, dove tale società verrà fondata nel 1926. L'idea di un controllo delle nascite da attuarsi in maniera sistematica tra le classi meno abbienti includeva una serie di motivazioni che andavano da quelle squisitamente razziste, fondate su credenze a-scientifiche e pseudo-biologiche, a quelle di carattere sociale che facevano leva sul timore delle possibili conseguenze di una crescita demografica "esplosiva" delle classi più povere.
L'influenza degli eugenisti era notevole; come scrivono Cascioli e Gaspari "nel 1930 sono almeno una trentina gli stati americani dove sono in vigore leggi eugenetiche che autorizzano la sterilizzazione degli "insani", ovvero criminali, epilettici, deficienti mentali, pervertiti sessuali e anche "non-bianchi". L'idea  era quella di "incoraggiare alti tassi di riproduzione nelle socialmente desiderabili [...] e scoraggiare la riproduzione fra quelle indesiderabili".

Per sottolineare l'ampia diffusione di queste tesi sempre Cascioli e Gaspari ricordano il caso della Svezia, "dove già nel 1922 il partito socialdemocratico aveva proposto provvedimenti eugenetici: ma la legge per la selezione della razza svedese entra in vigore effettivamente nel 1935 e - incredibilmente - viene abrogata soltanto nel 1976: in questo tempo tra le 60 e le 230mila persone "con difetti genetici" vengono costrette a non avere figli*. A catena sono emerse altre rivelazioni su numerosi altri paesi [...] In questo clima ben si capisce il favore con cui in Europa e America viene accolta l'ascesa del nazismo con i suoi esperimenti genetici".

La Sanger inizia ad avvicinarsi al movimento eugenista con la pubblicazione di due libri Woman and the New Race (1920) e The Pivot of Civilization (1922). Soprattutto con quest'ultimo ella collega la sua teoria sul "controllo delle nascite", da realizzarsi con la diffusione dei metodi contraccettivi, con il pensiero eugenista, trasformando "il proprio radicale programma di rottura sociale, in un programma conservatore di controllo sociale" così come ha detto David Kennedy, autore del libro Birth Control in America.
E' così che nasce la figura di strega dell'eugenetica e di filo-nazista da condannare senza appello. La vera battaglia della Sanger, nella critica cattolica al suo operato, viene nascosta dietro le accuse di essere una fervente eugenista ed una simpatizzante del nazionalsocialismo. Accuse solo in minima parte fondate, come vedremo, ma assai capaci di screditare la sua figura.

Certamente la lettura di alcuni passi dei suoi libri non possono non imporre prese di distanza inequivocabili. Riporto qui un passo da The Pivot of Civilization, citato anche da C e G, alla cui traduzione mi affido: "Invece di ridurre ed eliminare le specie che maggiormente compromettono l'avvenire e la razza del mondo, si tende a rendere queste specie pericolosamente dominanti".
Credo però che quanto detto in precedenza sul modo di agire della Sanger per promuovere la propria causa, collegandola a movimenti organizzati e lobby influenti, debba esser tenuto presente anche in questo caso, e non sulla base di supposizioni infondate, ma in base all'osservazione di ciò per cui la Sanger continuò a battersi anche dopo aver aderito alla American Eugenics Society.

Margaret Sanger divorzia dal marito William nel 1921 e l'anno successivo si risposa con James Henry Noah Slee, un milionario proprietario di una ditta che produceva olio. Con il suo aiuto e supporto ella si adopera per diffondere volantini informativi e per un certo periodo utilizza uno dei suoi stabilimenti per produrre gel spermicida. A voler essere cinici e un pò pettegoli si potrebbe notare come anche in questo caso la Sanger abbia saputo sfruttare un'ulteriore occasione a favore della propria causa. Causa che però non pare essere quella di promuovere l'eugenetica - negativa o positiva - ma quella di diffondere la conoscenza e l'uso dei contraccettivi.

Con l'elezione di Franklin Delano Roosvelt nel 1932 l'obiettivo della Sanger divenne quello di integrare il suo "controllo delle nascite" nei programmi del New Deal. Su consiglio del proprio avvocato ella intensificò i suoi sforzi per cercare di far rimuovere il blocco sull'importazione di contraccettivi. La causa ebbe inizio proprio nel 1932 e 4 anni dopo il giudice stabilì che i dottori potevano prescrivere contraccettivi non solo per prevenire disagi, ma per il "generale benessere" delle proprie pazienti.
Fu una grande vittoria per Margaret Sanger che da allora iniziò un'intensa attività anche fuori dagli Stati uniti (ma di questo parleremo nell'Appendice).

Nel 1942 fonde le due organizzazioni a cui aveva dato vita, l'American Birth Control League e il Birth Control Clinical Research Bureau, nel Birth Control Federation of America, che 10 anni dopo divenne l'International Planned Parenthood Federation (vedi Prima parte).
Inoltre in quegli anni la Sanger, grazie agli aiuti offerti dalla leader suffragista e vecchia amica Katharine McCormick, finanziò le ricerche del prof. Gregory Goodwin Pincus un genetista della Worcester Foundation for Experimental Biology. Le ricerche erano indirizzate a realizzare ciò che la Sanger era convinta fosse possibile: un contraccettivo "che potesse essere preso come un aspirina". Quando Pincus creò "la pillola" nel 1959 la chiamò "il prodotto della pioneristica volontà della Sanger"
Ma i successi della battagliera Margaret non erano finiti. Ella sopravvisse a diversi attacchi di cuore quel tanto che le permise di poter apprendere, nel 1965, che la Corte Suprema, nel celebre caso
Griswold v. Connecticut, aveva stabilito che "l'uso del contraccettivo è un diritto costituzionale". Celebrò bevendo champagne con una cannuccia!

Il 6 settembre 1966 Margaret Sanger morì, ma a tutt'oggi l'astio dei conservatori cattolici, statunitensi e non solo, è ancora vivo e vegeto. Non se la prendano gli amici cattolici che leggono queste parole, perchè, come ho già detto, basta fare una rapida ricerca sulle pagine web di associazioni e network cattolici di vario tipo per trovare pamplhlets che condannano la strega Sanger ad un rogo ideale che la mondi dai suoi peccati. Peccati di adulterio, che in effetti la Sanger praticò felicemente, di celebrazione dei piaceri della carne, ma allora che si prepari un rogo assai grande che di streghe e stregoni da ardere ve ne saranno assai - anche se confido che nel preparare un rogo di tal genere si potranno trovare validi aiuti tra mullah & company, peccato di aver rifiutato Dio, "no God, no masters" e di aver ripetutamente parlato di sesso in pubblico.
Ma io ho la convinzione di rivolgermi non a fanatici ultracattolici, bensì a persone ragionevoli. A loro non chiedo di dare un giudizio inappellabile sulla Sanger, chè come ho detto più volte è figura controversa come poche altre, ma di considerare le sue azioni e gli obiettivi delle sue battaglie e raffrontarle alle parole di chi invece, nel giudicarla, ricorre esclusivamente ai testi di alcuni suoi scritti, anzi di uno in particolare.

Certamente non ci si può non unire al biasimo per le teorie esposte in quel Pivot of Civilization, che più che cardine della civilizzazione fu cardine di teorie intolleranti ed inaccettabili. Ma a quelle teorie balzane non seguirono azioni del medesimo tenore. Fu un'operazione ardita e criticabile di autopromozione, ma credo di poter dire che tale rimase.
Per questo da cattolici
non si dovrebbe ricoprire la Sanger con la maschera terribile ma allo stesso tempo rassicurante della fanatica nazista da condannare senza appello e senza nemmeno bisogno di conoscerne il vero volto. Si dovrebbe piuttosto riflettere sul fatto che la sfida lanciata quasi un secolo fa da questa donna è una sfida che ancora oggi la Chiesa cattolica rifiuta di affrontare, continuando a nascondersi dietro un dito, mentre con l'altra mano mette all'indice ipotetiche streghe e presunti stregoni.

* Cfr. Francesco S. Alonzo, Svezia, sterilizzati per la razza, "Corriere della Sera", 25 agosto 1997

LINK UTILI: 
LINK 1 la pagina da cui ho tratto le informazioni più utili

Punti di vista pro-Sanger
LINK 2 LINK 3

Punti di vista anti-Sanger
LINK 4 LINK 5 (in italiano) LINK 6

La Sanger da un punto di vista anarchico!
LINK 7




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