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CULTURA
13 luglio 2016
I bandi di Cosimo III, la Toscana medicea e i vini di qualità
"In Toscana il vino non ha svolto e non svolge solamente un ruolo produttivo e commerciale, ma durante i secoli è stato anche protagonista e stimolo di tante culture: dall'arte alla musica, dalla gastronomia alla letteratura". 
Così Giacomo Tachis, nella sua autobiografia, raccontava l'importanza del vino in Toscana.
Un'importanza che venne riconosciuta con un suggello di valenza storica già nel 1716, coi famosi Bandi del granduca Cosimo III dei Medici, di cui oggi si celebrano i 300 anni. Il primo, quello del 18 luglio, "sopra il commercio del vino", l'altro, del 24 settembre, "sopra la dichiarazione di confini delle quattro Regioni: Chianti, Pomino, Carmignano e Val d'Arno di Sopra". I due bandi avevano una funzione complementare. Erano infatti solo i vini che provenivano da questi territori quelli autorizzati ad essere commercializzati per la vendita "all'estero". Era il primo importante passo per promuovere una qualità produttiva ed un'adeguata protezione commerciale di quella stessa qualità, contro frodi e sofisticazioni. A tal fine la Congregazione, organismo istituito ad hoc, doveva vigilare affinché i vini "che sono commessi per navigare, siano muniti alla spedizione con la maggior sicurezza per la qualità loro, e tutto per ovviare alle fraudi".
Quei bandi, così importanti, furono figli non solo dell'illuminato volere del granduca, ma di un vero e proprio clima culturale che aveva fatto del vino un bene meritevole di ricevere le più alte attenzioni. Basti pensare al celebre volume di Francesco Redi, "Bacco in Toscana", pubblicato a Firenze nel 1685, che tra eleganze letterarie e dotte speculazioni filosofico-scientifiche, faceva del vino molto più che una semplice bevanda. E del resto il Redi, come molti altri a lui coevi, era allievo del grande Galileo Galilei, che al vino dedicò studi ed attenzioni che lo stesso Tachis, parecchi secoli dopo, teneva bene a mente.
Oggi celebrare i 300 anni di quei bandi non è solo giusto, ma lo si può fare anche con un pizzico d'orgoglio patrio. Specie considerando che gli ungheresi rivendicano, giustamente, che la classificazione dei loro terreni più vocati per la coltivazione della vite arrivò ben prima della celebre classificazione dei cru del Medoc e Sauternes-Barsac. Quest'ultima, infatti, avvenne come noto nel 1855. Quella dei vigneti di Tokaj-Hegyaljia è invece del 1772. Entrambe successive ai bandi di Cosimo III dei Medici.
Si può dunque legittimamente affermare che le prime norme per una produzione di qualità del vino sono nate in Italia. E più precisamente in Toscana. Un'eredità a cui cercare ancora oggi di essere all'altezza

politica interna
11 luglio 2016
Il guardiano del parco
danza
20 giugno 2016
Toscana Pride
Pensateci un attimo.
Il Pride è una festa con cui persone che vengono discriminate chiedono di non esserlo più. Cioè questi vengono discriminati e invece di fare casino e spaccare tutto, cosa fanno? Organizzano una festa per le strade delle città.
E nemmeno fanno manifestazioni con slogan truci o inneggianti alla violenza. Ballano. Si divertono e fanno divertire.
In vita mia ho visto manifestazioni fatte a cazzo, ho visto manifestazioni fatte per difendere i privilegi di pochi spacciati per diritti, ho visto manifestazioni brutte, manifestazioni con slogan stupidi, manifestazioni pretesto per violenze, manifestazioni tristi, grigie, lugubri, stronze.
Oggi ho visto una festa di musica, balli, gioco, voglia di divertirsi, eccentricità e semplicissimo sorridere.
In una città dove non più di qualche anno fa, un ragazzo è stato pestato a sangue all'uscita di un locale, perché gay.
E fate un po' come vi pare, ma io quando sento o leggo quelle inutili lagne per il fatto che i Pride son manifestazioni "folcloristiche". O quando leggo quelli che dovrebbero insegnare ai gay come fare i bravi gay (avete presente quelli cresciuti con quella cultura democrista dove c'era sempre spazio per il gay, purché fosse il gay di regime? Che il gay di regime può andare anche in prima serata su Rai1 tanto è una macchietta - quella sì - folcloristica)?
Ecco io quando leggo certe cose vorrei che chi le scrive ci capitasse ad un Pride come quello di oggi. 
Per provare. Per vedere l'effetto che fa. Che magari è buono. Liberatorio. 
Grazie.
Ciao.


letteratura
28 marzo 2016
Antonio Leotti - Nella Valle senza nome
. Antonio Leotti
. Nella Valle senza nome - Storia tragicomica di un agricoltore
. Laterza
. 12 euro

Trovo patetici quei cittadini che, sia per vezzo o per sincera vocazione, quando sono in campagna diventano contadini d'antica saggezza, raffinata astuzia e attenta esperienza. Come incontrano un agricoltor/allevator/cacciatore indigeno con cui fare due chiacchiere, si propongono come loro fidi scudieri - scudieri retorici s'intende, ché la pratica è fatica - in cerca di una benedizione che li confermi nella loro convinzione d'essere autenticamente campagnoli, anche se momentaneamente (più o meno da quando sono nati) prestati all'urbe. E avvinti dal fascino, non già della campagna, ma del mostrarsi campagnoli, arrivano a mitizzare ogni singolo gesto, ogni parola, ogni racconto che riescono a cogliere.

A ben vedere ci sono esempi di carriere milionarie costruite da chi ha colto le potenzialità di business di questo semplice meccanismo di fascinazione. Da quella più schietta di un Dario Cecchini, giusto per fare un nome, che a Panzano vedeva gli americani arrivare in Chianti in cerca del Mulino Bianco e si occupava di dar loro tradizionalissime(!) bistecche fiorentine e gli recitava pure Dante, “Nel mezzo del cammin di nostra vita, buonasera questo è il conto”. A quella più sofisticata di Carlin Petrini, che ha sviluppato un progetto industriale e di branding di ben altre dimensioni, impatto e raffinatezza argomentativa, “buono, pulito,giusto e buonasera questo è il conto”.

Imprenditori e uomini marketing di genio ed intuito, che si son fatti d'oro grazie al fascino della raffinata autenticità campagnola.
Così è se vi pare.

Ma il marketing non è di casa dalle mie parti, che son quelle di San Giovanni delle Contee, Sovana, Sorano e dintorni. Così come non lo è in quelle – poco lontane - dove lavora Antonio Leotti: San Cascian' de'Bagni. Si tratta di terre meravigliose, ma così autenticamente povere e contadine, che la gente del posto non ha avuto nemmeno il tempo di dargli un nome in tanti secoli che c'ha abitato. La zona di San Giovanni delle Contee, così come quella di San Casciano dei Bagni, non ha esattamente un nome che la individui sulla carta geografica e nella mente di coloro a cui devi spiegare dove si trova. Non è esattamente Maremma, non è Amiata, non è certo Val d'Orcia. In poche parole non è. O meglio sarebbe: "tra le colline delle valli del Fiora". Ma quando hai finito di dirlo ti è  già venuto il sospetto che suoni come una cazzata. E di certo non funziona per vendere.

E dire che invece ci sono terre in cui il marketing del territorio ha inventato identità nel breve volgere di qualche decennio. Il caso del Chianti sta lì a testimoniarlo. Se ti battezzi, come territorio, puoi avere un brand e se hai un brand puoi venderlo. Poi non interessa a nessuno che l'Impruneta c'entri con Castelnuovo Berardenga come il cavolo a merenda; sempre di Chianti si tratta. E se ti aiutano qualche ricco imprenditore, qualche nobile che si fece manager e le istituzioni non si mettono di traverso, puoi fare di una terra povera come è sempre stata il Chianti, una miniera a cielo aperto che vale oro per ogni ettaro. Per non dire di Montalcino! Terra ancora più sperduta, ancora più povera fino a qualche decennio fa, e dove adesso, grazie ai Biondi-Santi da un lato e soprattutto agli americani di Castello Banfi, un ettaro di vigna a Brunello costa fino a 350.000 euro.

Ma qui si parla di agricoltura e non di marketing e di un libro che, a poche righe dall'inizio, lancia un appello ai giovani, che è una vera e propria sassata alla facciata linda e di cartapesta del Mulino Bianco che ci hanno venduto negli ultimi anni e che le istituzioni hanno ingessato attraverso norme pensate per curare una vetrina e non un luogo vivo e di lavoro. “Diffidate della retorica sulla campagna - scrive Leotti - soprattutto se si tratta di campagna toscana, diffidate di chi vi esorta a ritornare ai mestieri della terra. A meno che non abbiate ingenti capitali, eredità da sperperare o, al contrario, non vogliate lavorare come semplicioperai, godendo in questo caso di tutte le deliziose durezze del mestiere più bello del mondo senza troppe responsabilità, lasciate perdere. […] E fanno bene i giovani a non venirci in campagna. Cosa ci verrebbero a fare? A confrontarsi con i fatturati, davvero degradanti, che l'agricoltura è in grado di esprimere? A farsi il fegato grosso con l'arroganza dei burocrati scelti accuratamente tra le schiere dei sadici patologici? Se per caso decidete di darvi a questo mestiere, andate a trovare qualche agricoltore e per una volta, invece di soffermarvi sulla bellezza dei paesaggi, chiedete che vi mostrino i libri, la contabilità. Lì c'è la verità, tutto il resto è leggenda, mito chiacchiere”.

Antonio Leotti è mezzoromano e mezzo toscano. Erede di una famiglia di latifondisti. Il padre che fu fascista. La madre ebrea. Lui sceneggiatore, scrittore e ora anche imprenditore agricolo. Contraddizioni all'apparenza.
Come il sospetto che questo “contadino” in fondo odi quel che fa. Non è così. Ha iniziato a scrivere di sé e di agricoltura dopo aver letto un titolo di giornale che recitava “Incidente sull'Aurelia, morti tre contadini”. Morti tre contadini. Non tre persone. Un titolo, come tanti se ne leggono, che suonava sc

hiettamente classista anche se, certo, non era intenzione del titolista. Ma che gli ha fatto venire voglia di scrivere e di rivendicare con orgoglio il suo essere parte di una storia: quella di chi fa il mestiere più antico del mondo.
Che evidentemente, secondo Antonio, non è la prostituta.

Questo suo secondo libro, Nella Valle senza nome, è la continuazione ideale del precedente. Niente spazio al romanticismo, niente spazio alle illusioni. Un resoconto lucido – anche se con qualche ingenuità,come quando racconta di aver pensato di fare l'assessore a San Casciano – di come l'agricoltura imprenditoriale stia morendo soffocata dalla burocrazia da un lato, e dal marketing facilone dall'altro. Che a ben vedere la burocrazia è un ostacolo stupido. Il marketing è invece una soluzione efficace, ma molto settoriale ed elitaria, che può riguardare un massimo già saturo di territori. Non offre dunque soluzioni per tutti.
Tuttavia tanto la retorica del marketing del territorio, quanto l'ottusità dei burocrati, si trovano alleati nel promuovere una politica ingessante per la campagna vetrina. Ferma, immobile, pettinata. Un aspetto che può certo essere complementare a quello agricolo, ma che non può esaurirlo. Ed è questo che Leotti cerca di spiegare. Ed è questo a cui cerca di opporsi.

Un piccolo libro, molto prezioso, perché è la cronaca di un resistente. Che combatte nemici più grandi e forti di lui.

basket
12 febbraio 2016
Sanremo autobiografia della nazione
Sono quelle battute che si fanno così. Chiaramente esagerate.
Lo sai te e lo sanno tutti, che non l'hai fatto davvero.
Io invece l'ho fatto. L'ho fatto davvero.
Ho guardato Sanremo e ho pensato ai danni storiografici fatti demonizzando il fascismo.
Facendone una parentesi d'errore nella storia di questo paese. Una lacerazione casuale dello spazio-tempo. Che ha portato in Italia i fascisti da Marte.
No. No, eravamo noi.
Guardando Sanremo ho capito che non si può fare finta di non sapere che il fascismo è stato autobiografia della nazione.
Così come non si può fare finta di non sapere che tanta Italia è, oggi, quella che anima Sanremo. Quella stessa autobiografia che torna. Forse.
Poi son tornato a casa e ho aperto Facebook per scrivere questa cazzata. E ho capito che invece quello che anima Sanremo, forse, è soltanto il timido partecipare al protagonismo diffuso del commento al troppo facilmente commentabile. L'infamata all'esibizione horror dei Pooh, la crudeltà scheccata sulle coscine di Arisa. Troppo, troppo facile. E tutti insieme ci si commenta e ci si legge. O meglio, ciascuno legge i propri di commenti. Quelli degli altri son troppi. Ne leggi giusto un paio ogni tanto e maledici quelli banali.
Insomma Sanremo mi fa pensare al fascismo, all'Italia, alla solitudine.
Guardarlo mi ha fatto soffrire.
Spero finisca presto e di non doverlo vedere mai più.
danza
10 febbraio 2016
Filosofo Cacciari
Bisogna che qualcuno ci parli a quel professor Cacciari.
Ogni volta che accendo la televisione lo trovo in qualche programma.
Sempre con quell'aria a mal di corpo, infastidito dalla banalità dei discorsi che fanno gli altri ospiti, indispettito dalle sciocchezze che dice il conduttore o la conduttrice di turno.
Intollerabile che un filosofo e un intellettuale della sua levatura debba essere così indegnamente ammorbato da futili chiacchiere.
Io lo capisco. Dico davvero.
E vorrei dirglielo, che forse, tra una speculazione e l'altra sulla sinistra, i destini della socialdemocrazia, le calze di Barbara D'Urso e la mia ricca fava, potrebbe anche farsi venire in mente l'inaspettata idea di starsene a casa la sera. Ad accudire i suoi cari, spuntarsi la barba, guardare un vecchio film Disney.
A fare che cazzo gli pare, ma a casa.
Invece di rompersi e romperci i coglioni in televisione a parlare della qualunque.
Professor Cacciari. Filosofo. Ci pensi.
CULTURA
8 febbraio 2016
Giacomo Tachis
Una vita fa. Facevo politica, passavo la gran parte della settimana a Roma. Facebook non esisteva. Bevevo vino di rado e principalmente per sbronzarmici.
Un fine settimana tornai a Firenze con la promessa che sarei andato con Zeffiro a trovare questo benedetto Giacomo Tachis. Erano settimane che mi faceva una testa così dicendomi che dovevo conoscerlo.
Io ero così preso dal me stesso in jeans, polacchine e disinvoltura polemica nel parlare in pubblico. Aggiornatissimo sulle vicende delle correnti dei Ds, le riviste storiche della sinistra, i percorsi della diaspora socialista. Dedicavo il mio tempo a speculazioni politiche, riunioni di partito, litigare con Pannella, costruire gruppi di giovani balordi.
E così quella domenica salii in macchina con Zeffiro più per il piacere di stare con lui che per altro. Come quando ero piccolo e mi portava in giro per convegni. Chi fosse questo enologo (anche se lui si schermiva se lo chiamavano così) non lo sapevo. E allo stesso modo ignoravo cosa esattamente fosse un enologo (sorrido al pensiero che a circa 10 anni da allora sto per andare a vivere insieme a uno di costoro).
Durante il viaggio da Firenze a San Casciano chiesi tuttavia informazioni. Zeffiro aveva conosciuto Tachis credo tramite Torello Latini. Si tenga presente che Zeffiro delle etichette dei vini (come di qualunque altra etichetta) se ne fotte con una naturalezza da far invidia a qualunque enostrippato alternativo biodinamicveganabbestia. Sassicaia, Tignanello, Solaia, Turriga, non potevano essere questi nomi ad averlo colpito. Era stata la cultura di Tachis a entusiasmarlo. La passione per la storia, le vicende degli uomini e dei territori. Il vino come tramite di conoscenza, non il fine di un feticismo vacuo.
Per questo non cercò di impressionarmi glorificandolo. Poteva dirmi che era il più importante enologo italiano. Un genio. Uno i cui vini avevano fatto grandi tante cantine. Avevano fatto grande l'Italia nel mondo. Avevano, somma goduria, battuto i francesi. Tachis come un Bartali cantato da Conte. A farli incazzare col Cabernet di fronte a giudici al di sopra di ogni sospetto.
Niente di tutto questo.
Arrivammo che era buio. La casa era bella, ma normale, e io m'aspettavo chissà quale villa. Questo signore parlava poco. Zeffiro mi presentò come dovessi ricevere una benedizione. Io guardavo entrambi e non capivo bene. Così, quando Tachis mi chiese cosa facevo attaccai a parlare come ero abituato a fare. Sfrontato, arrogante, ignorante. Io, blabla, Montecitorio, blabla, la sinistra vero, blablabla, io, io, io, bla, bla, bla. Zeffiro rideva sotto i baffi e Tachis, peggio, sorrideva di un sorriso a metà tra l'affettuoso e il bonariamente beffardo. Ma non m'interruppe mai. Lasciò che il mio tono di voce andasse spegnendosi nel dubbio di aver detto una gran sequela di bischerate. Quando ebbi finito e un rossore di vago imbarazzo immagino dovette iniziare a colorarmi il viso, Tachis sorrise ancora di più. E ci portò in un garage-cantina pieno di bottiglie con etichette adesive scritte a mano. Campioni, prove, esperimenti. Parlava poco, sì, e piano, ma a quel punto non potevo che ascoltarlo per cogliere ogni sussurro. Iniziavo davvero ad essere curioso. Anche se non capivo nulla di lieviti e fermentazioni, polifenoli e antociani. E poi Galileo e il Redi, i Georgofili e la mezzadria.
Prese una bottiglia e me la regalò.
Una prova di Sassicaia.
Tornai a casa un po' confuso. Mara quando entrammo in casa mi chiese com'era andata. "Ganzo", risposi senza essere convinto fino in fondo.
Solo anni dopo avrei iniziato a capire. E a sorridere anch'io.
Finito, non so bene come, ma con gran gioia, dalle sale della politica a Castellina in Chianti.
Purtroppo, a quel punto la malattia si era già presa tanto di quel signore che Zeffiro voleva che conoscessi.
Di polifenoli ancora oggi capisco ben poco. Ma a conservare i ricordi, invece, un po' me la cavo. E sono felice che mio padre abbia tanto insistito in quelle settimane.
Nel sottoscala di casa in via barbacane c'è ancora quella bottiglia.
vita familiare
5 febbraio 2016
Pio nonno
Mio nonno Enzo è stata una delle persone a cui ho voluto più bene in vita mia. E lo ricordo sempre col sorriso, anche se mi manca tanto.
Negli ultimi anni della sua vita teneva una lucina sempre accesa in mansarda. Davanti a un santino di Padre Pio. Diceva che lo aveva salvato da una malattia.
Quando eravamo a San Giovanni io dormivo in mansarda a casa sua. La sera quando tornavo, se non era troppo tardi lo trovavo in salotto e allora guardavamo insieme i film di Bud Spencer o di Alberto Sordi, che erano i suoi preferiti, e poi andavamo a letto. Io me ne salivo le scale, passavo davanti alla testa di cinghiale e alla volpe impagliata, e prima di entrare nella mia camera, dove stava appesa la preghiera a Bacco ("Bacco nostro che sei in cantina, dacci oggi la nostra sbornia quotidiana ..."), trovavo sempre quella lampadina minuscola accesa davanti al santino di Padre Pio.
Qualche volta mi venne l'idea di spengerla, perchè era una cosa assurda che quella luce stesse accesa. Ma non l'ho mai fatto. Avvicinavo la mano all'interruttore e poi mi fermavo. In fondo a me quella lucina non dava noia, anzi, mi faceva luce mentre salivo le scale. E poi lui voleva che fosse accesa.
Ancora oggi continuo ad essere serenamente anticlericale e laicista. Ma fatico sempre a trovarmi a mio agio accanto a certi alfieri del laicismo. Che detto fra noi, mi stanno anche piuttosto sul cazzo.
teatro
21 gennaio 2016
Oi dialogoi

Sempre su calcio e sconcezze, come se non fosse l'industria del calcio in sé, la vera sconcezza.
Parlavo con l'unico filosofo del calcio che abbia mai conosciuto. Che sbarba le banalità del pensiero comune usando il più semplicemente affilato dei rasoi di Occam.
Francesco detto Checco. Laziale.

"Checco però quella della Lazio è una tifoseria di merda dai".
"E perché?".
"Dai cazzo, io mi ricordo lo striscione Squadra di negri, curva di ebrei".
"Ah Tommà, ma quelli erano 'na manica de deficienti".
"E ho capito, ma lo striscione era srotolato su tutta la curva".
"Senti 'n po', ma secondo te in curva ce vengono i figli dei professori universitari come te?".
"Non lo so, ma ...".
"No Tommà, no. Ce potranno pure venì, ma saranno 5 su 200".
"E vabbè, ma siete un po' razzisti dai!"
"E perché?".
"Eccheccazzo, sempre a fare Uh uh uh ai giocatori di colore!".
"Embé?"
"Ma come Embé?!"
"Senti 'n po' pure io po' capità che faccio Uh uh uh, secondo te so' razzista?".
"Beh sì cazzo!".
"Beh nò cazzo! Io je fo Uh uhuh pe'fa' incazzà l'avversario. E perchè se s'encazza, magari sbaja pure. Lo stesso motivo per cui canto che la mamma de Del Piero è'na puttana. Mica penso davvero che è 'na puttana. E poi se è na puttana sticazzi. Io je'o dico pe'fallo 'ncazzà e fallo sbajà. Er razzismo nun c'entra 'n cazzo".
"... e scusa e i giocatori di colore della tua squadra allora?".
"E quelli li piji sottobraccio al martedì e je dici Aò, stavamo a scherzà!".
"E va bene Checco, va bene, ma come la mettiamo con Mihajlovic che sputa in faccia a Vieira? Voglio dire, uno sputo in faccia a un giocatore di colore sa di gesto apertamente razzista, fatto di fronte a tutti. Insomma un calciatore può essere un esempio anche per dei bambini ..."
"Ah Tommà, ma che cazzo stai a dì! Se a tu'fijo je 'nsegni a avecce come esempio Mihajlovic, ah bello, er problema nun è Mihajlovic. Er problema sei te!
Ma come cazzo se fa a 'nsegnà che 'n calciatore deve esse n'esempio? Un calciatore deve pijà a calci 'n pallone. E poi aò, ma che cazzo se stamo a raccontà, Mihajlovic è 'n serbo bbalordo! E quello è. E' ovvio che se se mette a litigà co'uno come Vieirà finisce a sputi ner muso.
Senti Tommà, quanno voi parlà de curve, lasceli sta 'sti giornalisti. Che in curva sarà pure pieno de stronzi. Ma nun è che nelle redazioni dei giornali e delle trasmissioni sportive stanno messi mejo".

Poi fate voi, ma per quanto mi riguarda, parlare di calcio con Checco può insegnare molto.
Senza dubbio cambia il punto di vista.

moda
13 gennaio 2016
Pitti
Ancora una volta, in occasione di Pitti, Firenze viene invasa da uomini portati a spasso dai propri vestiti.
danza
12 gennaio 2016
I conti tornano
... vediamo se ho capito.
In un comune campano viene eletta una sindaca: Rosa Capuozzo.
Con lei viene eletto, con record di preferenze, un consigliere comunale: Giovanni De Robbio.
Viene fuori che questo De Robbio avrebbe preso tante preferenze grazie all'aiuto di famiglie vicine al clan locale della camorra.
Non solo. Questo De Robbio avanza anche dei velati ricatti proprio alla sindaca, che vive in uno stabile costruito, pare, abusivamente, minacciandola di usare contro di lei questa cosa se non si mostrerà accondiscendente ad alcune sue richieste su delle scelte del Comune.
La sindaca non lo asseconda e decide di mettere al corrente della cosa due deputati campani: Roberto Fico e Luigi Di Maio.
Costoro sono dunque ben informati dei fatti, ma suggeriscono che sia il caso di temporeggiare.
Le cose però, iniziano a precipitare e così De Robbio viene espulso dal partito.
Ma ormai incombe l'inchiesta. Nelle mani di John Woodcock. Uno che non manca mai di dare grande pubblicità alle proprie iniziative (che spesso si rivelano buchi nell'acqua).
A questo punto il capo-padrone del partito politico di cui fanno parte i protagonisti di questa vicenda cosa decide?
Di espellere la sindaca. Che in tutta la storia è quella che si è comportata nel modo meno censurabile.
Perchè?
Perchè confidano che voi - popolo di ebeti - non leggerete un cazzo di questa vicenda. Al massimo i titoli dei giornali.
E leggendo che la sindaca è stata espulsa penserete che il movimento è salvo. E la piccola mela marcia punita come meritava.
Ecco.
Se fanno questi calcoli è perchè sanno che, spesso e volentieri, tornano.
cinema
4 gennaio 2016
A certe condizioni
Non ho mai visto un film di Checco Zalone, ma se mi assicurate che non fonderà alcun partito e non leggerà la Costituzione in piazza, a me sta benissimo.

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LAVORO
4 gennaio 2016
Autorità antibestemmia
Raffaele Cantone controllerà personalmente gli sms dell'anno prossimo.

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vita familiare
16 dicembre 2015
Gelli
Prima di scrivere puttanate (e già ne ho lette diverse) su Licio Gelli e la P2, ripetete ad alta voce.
Licio Gelli e la P2 sono stati solo una gran fanfaronata.
E in ultimo, se proprio vogliamo fare i conti, chi ha tratto veramente beneficio da tutta quella fanfaronata sono stati:
A) la Repubblica, che si è affermata come quotidiano nazionale a spese del Corriere della Sera
B) i nuovi proprietari del Corriere della Sera che lo rubarono - ripetete bene questa parte: LO RUBARONO - al povero Angelo Rizzoli. Truffato e incarcerato, infangato (quasi) a vita, col padre che morì mentre lui era in carcere.
Questi sono stati i più evidenti esiti della fanfaronata di un ometto piccolo piccolo come fu il furbo pistoiese (perchè santiddio, Licio Gelli non era aretino).
In ultimo, quella di Licio Gelli è l'epopea di un fanfarone in un paese dove la farsa e la tragedia si tengono per mano. E dove ancora abbiamo una commissione parlamentare sul caso Moro. Così, tanto per dire che Gelli il fanfarone, avrebbe potuto campare altri 98 anni e avere ancora da essere venduto come "l'uomo dei misteri", da essere ascoltato sul mitico processo sulla "Trattativa" e magari finire in uno speciale di Mistero intervistato da Daniele Bossari.
Nessun mistero: l'Italia è, palesemente, un paese per fanfaroni.
E voi, per favore, imparate a leggere le vicende che riguardano il paese che vi premurate di commentare e giudicare, il più delle volte ignorando persino come è fatto.
Amen.
sentimenti
16 dicembre 2015
Il kompagno Silvio
Ve la siete presa per anni con Silvio.
Un compagno. Forse un po' troppo di sinistra e troppo libertario. Ma pur sempre un compagno.
E intanto Striscia la Notizia preparava l'Italia al beppegrillismo. Ovvero al peggio di un pensiero cinicamente antisociale, senza cultura, senza solidarietà e senza coraggio. Propaganda di una civiltà astiosa, biliosa, putrida. Da fogna vera.
E nessuno che abbia mai avuto l'onestà di dire che Antonio Ricci - e non il compagno Silvio - dava forma e fiato alla peggior pedagogia di massa imposta ai cittadini di un paese che già non se la passava bene.
Verrà il giorno, ma sarà tardi, in cui vi accorgerete quanto gravemente vi siete sbagliati.
sfoglia
giugno       

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Oggigiorno tutti hanno spirito. Dovunque si va non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti. E' divenuta una vera peste.
Oscar Wilde

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