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arte
11 gennaio 2016
CNEL
Il CNEL, organo previsto dalla "Costituzione più bella del mondo", sta per essere abolito.
Ente inutile per antonomasia.
I suoi consiglieri si assegnano quest'anno un premio produzione di 20.000 €.
La colpa, come si può ben capire, è del liberismo selvaggio.
finanza
14 luglio 2015
[Il piano segreto] di Varoufakis
Varoufakis: "Avevo pronto un piano segreto, ma Tsipras non mi ha ascoltato"


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finanza
14 luglio 2015
[NO] euro

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consumi
31 marzo 2015
[Giù le mani da D'Alema] e dal suo vino
Il D'Alema che faceva salvare a Mps la Banca del Salento (per farne la disastrosa Banca 121). Il D'Alema della vergognosa privatizzazione di Telecom (anche se lì i veri responsabili furono Guido Rossi e Romano Prodi).
Ma il D'Alema delle 2.000 bottiglie comprate dalla cooperativa ischitana non mi pare abbia gravi responsabilità, ed in più si tratta di una storia penosa e trascurabile.
Come il suo vino.
Diciamo.
finanza
16 gennaio 2015
[In Siria] Le famiglie si arricchiscono
Quelle italiane non so.
Ma certo qualche famiglia siriana dev'essersi arricchita.
LAVORO
20 novembre 2008
[Non più solo aria] Adesso la crisi la si può toccare con mano
Ho quasi 29 anni. Ho iniziato a lavorare che ne avevo 25. Quest'anno, oltre alle trattenute, pare che dovrò pagare oltre 2.000 euro di Irpef. Ho un contratto a tempo determinato, scade nel 2010.
Dopo ... chissà.
Ma mi ritengo fortunato. Perchè apro i giornali, quelli locali, e non ho bisogno di editoriali per leggere della crisi. Basta vedere che ci sono migliaia di giovani, con valige e con laurea, per 60 posti  (mi pare) da custode ad un concorso del Ministero dei Beni Culturali. La Pirelli, a Figline Valdarno, chiede la Cassa Integrazione per 450 dipendenti. QUATTROCENTOCINQUANTA. Senza contare quelli collegati all'indotto della più grande industria della zona. Una agenzia immobiliare di Firenze in questi giorni espone un cartello che più chiaro non si può: "Lavoriamo anche gratis: vi prego, abbiamo bisogno". Ieri notte, tornando a casa, c'era una merceria con le luci accese, dentro un signore che inscatolava per svuotare il negozio, sulla vetrina il cartello: "Svendita per totale cessazione attività".
Rimettiamoci la maglia, i tempi stanno per cambiare ...
ECONOMIA
23 ottobre 2008
[ItaliaOggi] Mercati e finanza: tremarelle d'Oltreoceano per il settore agricolo
da ItaliaOggi di sabato 18 ottobre



Dopo l'aumento vertiginoso dei prezzi dei beni agricoli sulle borse mondiali adesso si registrano ribassi altrettanto repentini e l'altalena dei mercati finanziari sembra prospettare un futuro di grande incertezza per l'intero settore. Negli Usa, dove la Borsa di Chicago segna il passo dei trend internazionali per quel che riguarda i titoli agricoli, in questi giorni i produttori guardano agli ultimi sommovimenti con attenzione e con qualche preoccupazione.

L'altalena dei prezzi
A partire dal 2006, con una forte accelerazione dalla fine del 2007, i prezzi dei principali beni agricoli hanno fatto segnare rialzi costanti e senza precedenti. Le ragioni di tali aumenti sono state molteplici: l'aumento di consumo di carne in Cina, i picchi del costo dei carburanti e dei fertilizzanti, l'aumento di domanda per la produzione di biocarburante e l'azione speculativa di grandi operatori che hanno puntato sui futures agricoli.
Dalla metà del 2008, però, alcuni di quei fattori che avevano spinto per l'aumento dei prezzi si sono modificati. Innanzitutto la produzione è aumentata. Pur con i tempi di risposta di un settore come quello agricolo, il regime di prezzi alti ha portato ad aumento della produzione che a livello globale è stimata intorno al 10%, ad esempio, per il grano. Anche la diminuzione del prezzo del petrolio ha dato il suo contributo alla tendenza al ribasso, così come la riduzione di domanda di cereali per la produzione di biofuel.

I timori finanziari
Nonostante gli ultimi ribassi i prezzi rimangono alti, ma la recente crisi dei mercati finanziari sembra annunciare l'addensarsi di nubi nere sul settore agricolo. Un primo contraccolpo potrebbe arrivare dalla maggiore difficoltà di accesso al credito per le aziende e allo stesso tempo per gli acquirenti. I produttori statunitensi guardano con preoccupazione i cargo ancora fermi nei docks perché gli acquirenti internazionali non riescono ad ottenere lettere di credito per soddisfare i venditori.
Ma le incognite più grosse riguardano il destino futures agricoli e l'atteggiamento che terranno i grandi fondi d'investimento. Questi ultimi si sono spostati di recente proprio sui mercati dei titoli agricoli attratti dal miraggio di grandi margini di profitto. A fronte della crisi annunciata i prezzi dei futures potrebbero crollare se gli index funds saranno liquidati in tempi brevi. Se nei prossimi mesi gli operatori abbandoneranno i futures, portando con sé ingenti quantità di capitali, i timori dei produttori Usa potrebbero trovare amare conferme.
ECONOMIA
19 settembre 2008
[Alitalie e le gaudenti evirazioni] Come si è arrivati ad esultare per il fallimento della propria azienda


Conoscevo la battuta sull'irragionevolezza di chi si taglia gli attributi per far dispetto alla moglie. Non immaginavo potesse esserci qualcuno disposto a tagliarseli per far dispetto a se stesso. Il riferimento, se non fosse chiaro, è ai dipendenti Alitalia esultanti a Fiumicino per il ritiro dell'offerta della Cai.
Nel caso specifico io non ritengo Epifani correo del possibile fallimento, ritengo però che il sindacato debba seriamente interrogarsi sulla pedagogia che ha contribuito a diffondere tra i lavoratori sul come debbano stare i rapporti tra azienda e lavoratori stessi. Il caso Alitalia è infatti un esempio estremo e doloroso di come alla lunga la cultura esclusiva della conflittualità, spesso pregiudiziale, arrechi danni a tutti, lavoratori in primis. Un modello maggiormente cooperativo nelle relazioni industriali può costare nell'immediato sacrifici e la rinuncia a piccoli privilegi di nicchia, ma può garantire prospettive migliori. Certo non peggiori di quelle a cui sembra destinata Alitalia.
finanza
8 agosto 2008
[Spiegare semplicemente la finanza italiana] Massimo Mucchetti intervistato da Claudio Landi su RR


L'intervista di Claudio Landi a Massimo Mucchetti che è andata in onda stamani su Radio Radicale andrebbe fatta sentire ai ragazzi di un qualunque corso di laurea in scienze politiche o economia. Chiara e lineare nel tratteggiare un quadro della finanza italiana che altrimenti sembra sempre essere un pianeta alieno.
Più che servizio pubblico, questa è la Radio Radicale che vale quanto (ma quasi certamente più di) un ateneo.

da RadioRadicale.it: Claudio Landi intervista Massimo Mucchetti

ECONOMIA
31 luglio 2008
[Da ItaliaOggi] WTO - Prima del fallimento in duplice versione
Da lunedì sappiamo che il vertice ginevrino del Wto non ha avuto esito.: le trattative sono fallite. La situazione adesso è molto incasinata, non solo (e forse non tanto) per il commercio mondiale, ma soprattutto per il futuro del ciclo negoziale e per il ruolo della stessa Organizzazione per il Commercio Mondiale. Facendo però un piccolo passo indietro torniamo a sabato scorso, anzi, a venerdì.
Nel corso di quella giornata c'è stata l'illusione di un barlume di speranza, balenato nel tardo pomeriggio; si diceva che vi fosse un accordo di massima su cui stavano convergendo i principali paesi. Il sottoscritto, alle prese con il consueto pezzo del sabato per ItaliaOggi ha così dovuto rivedere la prima stesura dell'articolo, che era improntata ad un pessimismo assai più marcato. Oggi il pessimismo della prima stesura suona come semplice realismo preventivo.
Di seguito riporto le due stesure del pezzo.



DOHA ROUND, DALLA PAURA ALLA SPERANZA, MA L’INDIA FREME
Seconda stesura - Articolo pubblicato su ItaliaOggi di Sabato 26 Luglio


Nel breve volgere di un pomeriggio le trattative del Doha Round sono passate dalla paura alla speranza. Dalla paura di un fallimento dei negoziati per un nuovo accordo sul commercio mondiale, alla speranza di giungere ad un compromesso sul quale ormai pochi erano disposti a scommettere.
A Ginevra, dove da lunedì sono riuniti i rappresentanti dei 35 principali paesi della World Trade Organization, non si è ancora giunti ad una soluzione condivisa, ma sulla spinta degli ufficiali del Wto, ed in particolare per la strenua volontà dello stesso Lamy, ha prevalso la linea della trattativa ad oltranza. Così, dopo una lunga riunione pomeridiana fra i rappresentanti di Usa, UE, India, Brasile, Cina, Australia e Giappone è stato deciso di fissare per il tardo pomeriggio una riunione allargata ai negoziatori di tutti i 35 paesi presenti a Ginevra. Il portavoce del Wto, Keith Roswell, ha ostentato ottimismo al termine della riunione ristretta dei sette paesi più importanti, dichiarando che “ci sono segnali davvero incoraggianti”, aggiungendo però che “resta da vedere quali reazioni susciteranno nelle prossime ore”.
Al momento non ci sono ancora notizie ufficiali sui dettagli del possibile accordo. Alcune fonti parlano della richiesta di una riduzione del tetto massimo ai sussidi che annualmente gli Usa assegnano all’agricoltura. L’accordo prevedrebbe una soglia massima di 14,5 miliardi di dollari, a fronte della proposta Usa di 15 miliardi. L’Unione Europea dovrebbe ridurre dell'80% i sussidi agricoli con effetti distorcenti per il mercato, cosa peraltro in linea con le recenti riforme approvate dall’UE. Impossibile dire quali soluzioni sono state trovate per nodi intricati come quelli relativi alle protezioni da accordare ai cosiddetti “prodotti sensibili” o alla tutela delle Indicazioni Geografiche.
Una proposta di accordo è stata avanzata anche da un gruppo di paesi asiatici e latinoamericani, guidati dal Messico. La mediazione proposta da questi paesi prevede l’accettazione di una forte riduzione delle barriere che i paesi in via di sviluppo oppongono all’import di prodotti industriali, in cambio della possibilità di proteggere alcuni settori e prodotti strategici. Qualunque ipotesi di accordo che dovesse essere raggiunta a Ginevra dovrà tuttavia essere successivamente accolta da tutti i 153 membri del Wto e per adesso c’è da registrare la malcelata riluttanza dell’India che sta facendo già avanzare qualche ombra sul buon esito del week-end ginevrino.
La speranza maturata nelle tarde ore di ieri ha tuttavia sorpreso non pochi osservatori, perché nei giorni scorsi l’ipotesi di un fallimento dell’accordo sembrava assai concreta ed era già cominciato il gioco dello scaricabarile fra i principali paesi coinvolti nelle trattative. Nel frattempo, dalle colonne del proprio blog, anche il commissario al commercio estero Peter Mandelson si è tolto qualche sassolino dalle scarpe per le continue polemiche che hanno accompagnato il suo operato in qualità di negoziatore europeo, facendo presente che non è possibile condurre tali trattative se ogni rappresentante dei 27 paesi membri vuole “mettere la propria mano sul volante”. Una frase che suona come una secca risposta a chi, come il presidente francese Sarkozy, lo aveva attaccato nei giorni scorsi.

IL WTO SCOMMETTE SULL’OTTIMISMO, MA INTANTO SI GIOCA ALLO SCARICABARILE
Prima stesura, corretta dall'articolo di cui sopra

“La situazione è critica, in bilico fra successo e fallimento”; sono queste le parole con cui ieri mattina Pascal Lamy, direttore generale del Wto, ha fotografato la situazione delle trattative sul commercio mondiale apertesi lunedì a Ginevra. Dopo cinque giorni di lavoro ininterrotto non si è ancora giunti ad una soluzione condivisa, ma sulla spinta degli ufficiali del Wto, ed in particolare per la strenua volontà dello stesso Lamy, ha prevalso la linea della trattativa ad oltranza. Così, dopo una lunga riunione pomeridiana fra i rappresentanti di Usa, Unione Europea, India, Brasile, Cina, Australia e Giappone è stato deciso di fissare per il tardo pomeriggio una riunione allargata ai negoziatori di tutti i 35 paesi presenti a Ginevra. Il portavoce del Wto, Keith Roswell, ha ostentato ottimismo al termine della riunione ristretta dei sette paesi più importanti, dichiarando che “ci sono segnali davvero incoraggianti”, aggiungendo però che “resta da vedere quali reazioni susciteranno nelle prossime ore”.
A giudicare da quanto emerso nel corso delle trattative dei giorni scorsi, tuttavia, il clima generale sembra improntato a ben altro atteggiamento che non l’ottimismo. Sul tavolo, infatti, rimangono ancora da sciogliere parecchi nodi. I principali sono legati al commercio agricolo e vanno dalle protezioni da accordare ai cosiddetti “prodotti sensibili” al commercio delle banane, dalla tutela delle Indicazioni Geografiche ai sussidi statunitensi per la produzione di cotone.
Nelle ore precedenti l’incoraggiante annuncio di ieri di Keith Roswell l’ipotesi di un fallimento dell’accordo sembrava infatti assai concreta ed era già cominciato il gioco dello scaricabarile fra i principali paesi coinvolti nelle trattative. Il responsabile cinese Zhang Xiangchen aveva per primo puntato il dito contro gli Stati Uniti già nel corso della giornata di giovedì, dichiarando “priva di significato” la proposta Usa di ridurre il tetto dei propri sussidi agricoli a 15 miliardi di dollari annui. L’accusa è stata prontamente rispedita al mittente dai rappresentanti statunitensi, che hanno fatto notare come alle proprie offerte sui sussidi agricoli non abbiano corrisposto simili aperture sul commercio di prodotti industriali da parte di paesi come Brasile e la stessa Cina.
Nel frattempo, dalle colonne del proprio blog, il commissario al commercio estero Peter Mandelson, provvedeva a togliersi qualche sassolino dalle scarpe per le continue polemiche che hanno accompagnato il suo operato in qualità di negoziatore europeo. In poche righe Mandelson ha innanzitutto ribadito come ogni paese membro dev’essere consapevole del maggior peso negoziale che l’Europa può avere trattando in qualità di Unione Europea ed ha poi affondato il colpo aggiungendo che non è possibile condurre tali trattative se ogni rappresentante dei 27 paesi membri vuole “mettere la propria mano sul volante”. Una frase che suona come una secca risposta a chi, come il presidente francese Sarkozy, lo aveva attaccato nei giorni scorsi.
LAVORO
6 giugno 2008
[Pubblica Amministrazione] Perchè a sinistra si deve raccogliere la sfida dell'efficienza


Perchè sostenere la battaglia del ministro Renato Brunetta sulla riforma della pubblica amministrazione, magari anche con piglio critico, ma condividendone lo spirito?
Per me è facile. Ho avuto l'onore di collaborare nella scorsa legislatura con Lanfranco Turci, il deputato che ha portato avanti la proposta di legge elaborata dai professori Ichino e Mattarella per l'istituzione di una Authority sul pubblico impiego.

Più in generale, però, ritengo che - specie a sinistra - sia necessario affrontare tale questione con spirito "radicalmente nuovo", a partire dal superamento di posizioni come quelle che sostengono: "la P.A. NON PUO' essere efficiente". Si tratta di un'impostazione superata da tempo.
Oltretutto - in maniera nient'affatto paradossale - la formulazione del pensiero che sta dietro a tale presa di posizione è figlia di uno dei padri del liberalismo del XX Secolo, tale Ludwig Von Mises, che nell'opera chiamato appunto "Burocrazia" scriveva:
"E' illusione diffusa che l'efficienza degli uffici governativi possa essere migliorata da esperti di management o dai loro metodi di gestione scientifica [...] Nessuna riforma può eliminare la natura burocratica dell'Amministrazione statale. E' inutile prendersela con le sue lungaggini e la sua inefficienza".

Da qui discendeva l'assunto per cui "la migliore amministrazione è nessuna amministrazione". Oggi anche il pensiero liberista che su quella matrice costruiva la propria riflessione ha cambiato per gran parte il senso della propria riflessione. E' curioso che invece quell'assunto di fondo sull'irriformabilità della burocrazia venga ripresa oggi da tutt'altra sponda!
Ma in fondo paradossale non lo è poi nemmeno troppo. Del resto è un modo di impostare la discussione che apre parecchi spiragli all'immobilismo, alla retorica del "è inutile sbattersi, tanto c'è poco da fare".
Varrebbe invece la pena considerare che le organizzazioni pubbliche spesso presentano livelli di inefficienza anche quando operano all'interno di un sistema di mercato, come dimostra l'esperienza delle imprese a partecipazione statale.

Non è nemmeno questo però, che deve essere sottolineato prioritariamente. Quel che deve essere sottolineato prioritariamente è che mentre nell'impresa privata il soggetto titolare dei diritti di controllo coincide con il soggetto che sopporta i rischi dell'impresa stessa, nelle organizzazioni pubbliche ciò non accade.
Dato per buono questo, però, si può intendere come la vera differenza - Ichino lo spiega bene, ma ci sono anche altri testi utili - tra pubblico e privato, tra Stato e mercato, non è nella natura del bene (pubblico o privato) prodotto - basti pensare ai casi di beni pubblici prodotti dal mercato e di beni privati prodotti dallo Stato - ma nell'aspetto di incentivi che caratterizza i due sistemi.

Chiedere che anche nel settore pubblico vi siano incentivi e sanzioni che responsabilizzino coloro che vi operano non è una bestemmia liberista. Tutt'altro!!!
La convinzione di fondo, infatti, non è solo che la pubblica amministrazione sia necessaria, ma che possa addirittura essere fattore di sviluppo e crescita, specie per quelle zone più disagiate, dove invece, purtroppo, la spesa pubblica e la P.A sono solo fonte di ulteriore parassitismo.
politica estera
21 maggio 2008
[Da ItaliaOggi] Bush si arrende, le lobby agricole vincono anche il veto presidenziale

Da ItaliaOggi di Sabato 17 Maggio.
Articolo del sottoscritto.


E’ giunta al suo atto finale la saga del Farm Bill, la legge che regola per 5 anni la politica agraria degli Stati Uniti, in altre parole il più importante piano agricolo del mondo. Una legge su cui si è consumata una profonda frattura fra il Congresso degli Stati Uniti, schierato a difesa dei lauti sussidi elargiti agli agricoltori Usa, e l’amministrazione Bush, fermamente intenzionata a vedere ridotte tali voci di spesa. Non solo, ma nel corso di un lungo ed animato dibattito si sono verificati scontri accesissimi all’interno dello schieramento repubblicano ed è stata confermata ancora una volta la capacità di lobbying dei grandi produttori agricoli statunitensi. Il testo finale, approvato mercoledì dalla Camera dei Rappresentanti e giovedì dal Senato Federale, prevede infatti una spesa complessiva di oltre 300 miliardi di dollari, il mantenimento di ampi piani di spesa a favore dei grandi produttori e solo lievi riduzioni per i sussidi alla produzione di biocarburanti. Non sono inoltre cambiati di molto i criteri per l’assegnazione dei sussidi agricoli, che continueranno così a premiare le grandi aziende, anche se sono previsti alcuni piani specifici per coloro che ricorrono a pratiche di coltivazione biologica.

Nel corso degli ultimi mesi il presidente George W. Bush era più volte ricorso alla minaccia di porre il proprio veto ad un Farm Bill che non prevedesse una sostanziale riduzione e revisione dei criteri di spesa. Una minaccia politicamente molto forte, mirata soprattutto a far presente ai parlamentari repubblicani che su tale battaglia l’amministrazione chiedeva una compattezza senza ambiguità. Una minaccia che tuttavia non è servita ad evitare che molti membri repubblicani del Congresso, soprattutto quelli eletti in stati a forte vocazione agricola, votassero a favore del Farm Bill. Le defezioni registrate nel fronte repubblicano sono anzi state decisive a far passare la legge, sia alla Camera che al Senato, con un voto favorevole di oltre due terzi di entrambe le assemblee. Questo fa sì che il Farm Bill uscito dal Congresso sia perfettamente blindato di fronte all’ipotesi di un veto presidenziale. Secondo la costituzione Usa, infatti, una legge votata dai due terzi di entrambe le camere è considerata come definitivamente approvata e di fronte a ciò decade il potere di veto del Presidente. I veri trionfatori di questa battaglia non sono tanto i parlamentari democratici che hanno guidato la battaglia nel Congresso, ma la potente lobby dei produttori agricoli a stelle e strisce, che vedono confermata in maniera netta e indiscutibile la propria capacità d’influenza politica. Vale la pena ricordare che nel corso della storia degli Stati Uniti l’impresa di bloccare il testo di un Farm Bill era riuscita solo a Dwight Eisenhower nel lontano 1956.

Adesso c’è già chi chiede che Bush ponga comunque il proprio veto, dato che molti opinion makers ritengono inaccettabile il testo del nuovo Farm Bill. Ma si tratta di un’ipotesi che aggraverebbe solo le tensioni politiche in una fase in cui si va aprendo la campagna elettorale per le prossime elezioni presidenziali. A tal proposito è interessante segnalare come tutti i candidati ancora in lizza, Barack Obama, John McCain e anche Hillary Clinton, non siano stati presenti in aula durante il voto.

ECONOMIA
16 maggio 2008
[Da ItaliaOggi] Sul commercio agricolo internazionale
Non posto quasi mai gli articoli che pubblico il sabato su ItaliaOggi. E' uno scrupolo dovuto al fatto che mi pagano per la cessione dei diritti d'autore. Considerato però che i temi di cui trattiamo su quelle pagine ormai da anni sono di un'importanza cruciale e sempre crescente, credo che trasgredirò ai miei doveri e - con qualche giorno di ritardo sull'uscita degli articoli su ItaliaOggi - inizierò a postare un po' dei miei pezzi su questo blog.



da ItaliaOggi del 10 maggio 2008
UNA NUOVA ONDATA D'INFLAZIONE IN ARRIVO DAGLI USA

Negli Stati Uniti si sta preparando quella che alcuni hanno già definito la “nuova ondata” d’inflazione nei prezzi dei prodotti alimentari. Un’ondata che riguarderà in particolare le carni suine e quelle avicole. Ad annunciarla senza tanti giri di parole sono proprio i produttori. “Penso che l’inflazione dovrà salire”, ha dichiarato recentemente Larry Pope, capo esecutivo della Smithfield Foods Inc. il più grande produttore mondiale di carne di maiale. E’ un coro di voci quello che arriva da molti produttori a stelle e strisce che lamentano l’eccessivo aumento nei prezzi di grano, cereali ed altri alimenti utilizzati per l’allevamento degli animali, oltre a quello del petrolio che incide sul peso di bollette energetiche sempre più care e sui costi di produzione. La Tyson Food, altro colosso mondiale della carne, ha denunciato perdite per 5 milioni di dollari per il secondo quadrimestre di quest’anno.
Il governo cerca di correre ai ripari e la settimana scorsa il segretario del Dipartimento dell’Agricoltura ha annunciato un piano d’acquisto di carne di maiale per circa 50 milioni di dollari. Si tratta però solo di un palliativo che non sembra in grado di correggere la linea che già oggi alcuni produttori non fanno segreto di voler perseguire: ridurre la produzione per limitare le perdite e far salire i prezzi. Sembra così annunciarsi una nuova ondata d’inflazione alimentare in una tempesta che fatica placarsi.

RISO ASIATICO NELL'OCCHIO DEL CICLONE
Mentre in Myanmar iniziano faticosamente ad arrivare i primi soccorsi dopo i disastri causati dal ciclone Nargis, sui mercati asiatici salgono repentinamente i prezzi del riso. Alla tragedia umanitaria che si sta verificando nel paese un tempo conosciuto come Birmania, potrebbe dunque aggiungersi un non meno drammatico susseguirsi di dinamiche commerciali e speculative. La zona più colpita dal ciclone è stata infatti quella del delta del fiume Irrawaddy, una regione dove viene prodotta la gran parte del riso del paese. Prima del passaggio del ciclone la Fao stimava che quest’anno il Myanmar avrebbe esportato 600.000 tonnellate di riso, in particolare verso paesi asiatici come Sri Lanka e Bangladesh. Oggi tali previsioni sono state letteralmente spazzate via dalla furia di Nargis, che oltre a morte e distruzione ha lasciato dietro di sé lo spettro di una nuova crescita nei prezzi del riso, il principale bene alimentare del continente più popoloso al mondo. Nei giorni scorsi il prezzo del riso è salito di circa due punti e mezzo sulla borsa di Chicago, ma sono soprattutto le reazioni dei paesi asiatici a mettere in allarme l’intero continente. La Thailandia, il primo paese al mondo per l’esportazione di riso, ha già aumentato i prezzi dei propri listini di circa il 10%.

SEMPRE IN STALLO IL WTO
La crisi internazionale dovuta all’aumento dei prezzi dei generi alimentari fa volgere lo sguardo preoccupato di molti verso l’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto), in cerca di possibili rassicurazioni sugli sviluppi della situazione. Giovedì Pascal Lamy ha fornito una prima risposta con parole dettate da uno stringente realismo: “sebbene il Wto non possa far niente nell’immediato per aiutare una soluzione della crisi, può tuttavia, attraverso la chiusura dei negoziati del Doha Round, cercare di approntare una soluzione per il medio e lungo periodo”.
Nessuna ricetta miracolosa dunque, ma la necessità di chiudere il sempre più annoso capitolo agricolo che blocca ormai da anni le trattative per un accordo generale sul commercio mondiale. Paradossalmente proprio l’aumento generalizzato dei prezzi dei beni agroalimentari potrebbe essere d’aiuto per superare le resistenze di molti paesi in via di sviluppo. Paesi produttori ed esportatori, come Brasile o India, oggi incassano molto per via del regime di prezzi alti e potrebbero essere disposti a fare concessioni per superare lo stallo. Il responsabile delle trattative sul capitolo agricolo, il neozelandese Crawford Falconer, ha dichiarato che un accordo tecnico di massima è già sul tavolo, manca solo la volontà politica. Purtroppo molti fanno notare che fino a che non si sarà conclusa la campagna elettorale per le elezioni presidenziali degli Stati Uniti difficilmente potrà arrivare tale decisivo input politico.


politica interna
13 maggio 2008
[Labouratorio n.22] Working Class Hero
di Andrea D'Uva

Fatto il governo ora tocca di governare. Berlusconi ha varato il suo quarto esecutivo, al quale spetterà il compito di guidare l’Italia per i prossimi cinque anni.
Un risultato pare già essere centrato ed è il superamento dell’instabilità politica: poter contare su di un ampia maggioranza consente di affrontare in maniera incisiva il tema fondamentale delle riforme. In particolare quelle che dovrebbero stare maggiormente a cuore a chi a sinistra si riempie la bocca della parola “riformismo” riguardano la sfera sociale e del lavoro, le cui deleghe sono state affidate ad un ministro la cui storia personale è legata proprio all’area socialista: Maurizio Sacconi. Già esponente del Psi poi approdato a Forza Italia, era sottosegretario al Welfare ai tempi della stesura del libro bianco di Marco Biagi, con cui collaborò prima dell’assassinio del giuslavorista.

Le prime dichiarazioni del neo ministro fanno ben sperare. Ha dichiarato, pur criticandola per via dei costi che graveranno soprattutto sulle future generazioni, di non voler modificare la controriforma pensionistica voluta dal governo Prodi, questo per evitare di alimentare il clima di incertezza in campo previdenziale. La priorità, ha proseguito Sacconi, deve essere l’aumento di partecipazione al lavoro, aiutando con politiche mirate le categorie più marginalizzate ovvero le donne, i giovani e gli ultracinquantenni. Al tempo stesso il governo ha in programma di adottare a breve scadenza un provvedimento teso all’incremento della parte variabile di salario, ed alla detassazione degli straordinari, due voci legate alla produttività aziendale. Ogni opposizione a tali proposte non potrà prescindere dal merito delle proposte stesse, per risultare credibile agli occhi di un elettorato apparso più maturo di come lo ha tradizionalmente dipinto una certa intellighenzia.

Quale atteggiamento adotterà il Partito Democratico? Accetterà la sfida del riformismo, quello concretamente praticato non quello meramente predicato? Oppure si chiuderà su di una logica di contrapposizione aprioristica? Se ascolterà le sirene di quella parte di sinistra, radicalmente conservatrice, peraltro esclusa dalla rappresentanza parlamentare, nell’illusione di attrarre verso di se il suo elettorato finirà col perdere la sfida della modernità. Se sposerà la linea della triplice sindacale, cercando una rivincita postuma in qualche manifestazione di piazza si condannerà ad una posizione di nostalgica retroguardia. CGIL, CISL e UIL appaiono scettici rispetto alle proposte governative e sono orientati ad una generica redistribuzione, attraverso maggiori detrazioni, di pochi spiccioli nella busta paga di tutti i lavoratori dipendenti e dei pensionati.
Tale operazione rischia di essere scarsamente percepita dalla maggioranza dei lavoratori come un reale incremento del potere di acquisto e sarebbe marginalmente ininfluente rispetto alla produttività. Sentirsi premiati, in termini economici, per la quantità di lavoro aggiuntiva data alla causa aziendale è una legittima aspirazione di molti lavoratori dipendenti, i quali non sono più disposti a farsi irretire dalla retorica della lotta di classe all’ombra della quale molti sindacalisti si sono nascosti per farsi casta e portare avanti una carriera nella quale il lavoro ha avuto poca o punta parte. La politica riprenda il suo ruolo, che è quello delle decisioni. Nei paesi democratici le preferenze dei cittadini si esprimono con il voto, mentre nei sistemi oligarchici sono le corporazioni a dettar legge.

Pare che la maggioranza parlamentare l’abbia capito e stando al governo appronterà le sue decisioni, vedremo cosa sarà capace di fare l’opposizione dal cui atteggiamento dipende la possibilità di evolvere verso una forma più moderna di sinistra.

SOMMARIO DEL N.22

SOCIETA'
8 aprile 2008
[Maledetto Barone Rosso!] Alitalia: il vecchio e l'antico

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Oggigiorno tutti hanno spirito. Dovunque si va non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti. E' divenuta una vera peste.
Oscar Wilde

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