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POLITICA
4 gennaio 2016
Pensavo ad Israele
Normalmente una diffusa propaganda araba insegna a non tollerare l'esistenza di Israele.
E' un paese dove agli ebrei è concesso di vivere liberamente e questo è il primo scandalo (senza bisogno di andare a trattare delle varie teorie razziste o cospirazioniste che pure abbondano). L'ebreo, se vuole vivere, deve pagare una tassa. Almeno finchè gli si concede questo lusso. E non pretenda di professare liberamente il proprio culto.
Tant'è che alla fine Israele è diventato l'unico paese dell'area dove vive una comunità ebraica. Ha accolto ebrei dall'Iran, dall'Iraq, dall'Aghanistan, dalla Siria.
La Palestina, la cui esistenza come Stato è figlia esattamente dell'affermazione all'esistenza di Israele, ha spesso rappresentato un ottimo pretesto per rivendicare, in nome di una ridicola propaganda della liberazione, i crimini più efferati contro gli ebrei e il loro stato. Utile anche per legittimare, in nome della più classica retorica del complotto, il rinsaldarsi di leadership fragili che però si ponevano all'avanguardia dell'antisionismo.
Si potrebbe citare il Saddam che bombardava Israele mentre veniva invaso dagli americani. O l'Ahmadinejad che voleva cancellare Israele dalle carte geografiche.
La cosa però che vale la pena rammentare, soprattutto oggi, è che quando Ahmadinejad parlava di distruggere Israele, in Iran la gran parte dei giovani - quando ancora avevo tempo di studiare circolavano vari articoli al riguardo - rimaneva sostanzialmente indifferente a tali messaggi. Per la gran parte dei giovani iraniani Israele non rappresentava il piccolo Satana di khomeiniana memoria. E l'ansia di Ahmadinejad di guadagnare credibilità agli occhi del mondo mussulmano, facendosi alfiere globale dell'antisionismo, veniva anzi contestata in patria come un modo idiota di nascondere i limiti della sua azione di governo in un paese dove i pasdaran, di cui Ahmadinejad era espressione, governano interi settori dell'economia (ufficiale e non) frenandone lo sviluppo.
Oggi, leggendo anche commenti che arrivano su questa inutile paginucola, mi rendo conto di quanto la strisciante azione di propaganda antisionista abilmente condotta su vari livelli, sia diventata pervasiva anche nel cosiddetto mondo occidentale. Più che quello francese, per me il caso più rappresentativo è quello inglese. A partire da una città il cui famoso "cuore finanziario" pompa grazie a tanti capitali sauditi e quatarioti. O alla BBC, che viene citata tanto a sproposito come modello di informazione. Modello che non invidio affatto. Anzi.
Insomma, alla fine della fiera, mi viene da sentirmi più vicino al ricordo che ho di quei giovani iraniani, rispetto a tanta parte di un'opnione pubblica cosiddetta "occidentale", che su Israele e più in generale sulle vicende di quell'area sconta un doppio deficit. E il più grave non è quello dell'ignoranza.
letteratura
21 dicembre 2015
Bang, sei morto
Di tutti gli aspetti dell’esilio il silenzio era quello che meno mi attraeva. Altre cose non erano poi così sgradevoli. L’esilio risarcisce la persona messa al bando offrendole in cambio una serie di opportunità. Per esempio, ogni giorno potevo dedicare un po’ di tempo alla meditazione. E questa era una parentesi sempre piacevole, giacché non c’era niente su cui meditare. Ogni giorno aggiungevo una nuova parola al mio vocabolario, scrivevo una lettera a una persona cara, imparavo a memoria il nome di un presidente degli Stati Uniti e gli anni del suo mandato. Semplicità, ripetizione, solitudine, risolutezza, disciplina e ancora disciplina. Tutto questo aveva i suoi benefici, cose che non mi avrebbero aiutato a diventare più forte; il piccolo monaco fanatico che viveva aggrappato al mio fegato andava a nozze con questi frammenti di ascetismo. E poi c’era il fattore geografico. Eravamo nella periferie della periferia del nulla, circondati da un terreno roccioso così piatto e brullo che evocava immagini da fine della storia e una meravigliosa sensazione di distanza che mi incendiava l’anima. Era facile pensare che, in quel posto sperduto dove gli uomini pronunciavano la parola civiltà con voce malinconica, io fossi necessario al compimento di un crimine terribile.
L’esilio è un luogo reale, un luogo con pochi corpi molti sassi, è solo l’estensione (la confezione) di un altro esilio, lo stato di chi è separato da quel che rimane del nucleo della propria storia. Il Texas occidentale aveva per me qualcosa di consolatorio. Ricavavo piacere persino dai quotidiani supplizi sul campo. Sentivo che tutte quelle cose mi rendevano un uomo migliore, scioglievano le mie complessità, facevano di me un guerriero.
Il silenzio però era duro da sopportare. Aleggiava sulla terra e attraversava le lunghe pianure con grande lentezza, senza una vera meta. Era là insieme ai molli insetti neri, oltre l’estrema linea di edifici all’orizzonte., oltre i prefabbricati, la baracca di lamiera e la caserma del Rotc. Giorno dopo giorno i miei occhi scrutavano in tutte le direzioni e vedevano una terra intontita, invariabilmente spenta, una landa ridotta al silenzio dalle sue stesse origini nel caldo ruggente, nata morta, pietre piatte a segnare il luogo di sepoltura della memoria. Mi sentivo minacciato da quel silenzio. Nella mia stanza, a casa, durante i ritiri che seguivano episodi distruttivi di vario genere, non mi era mai capitato di fare caso alla quiete. Forse il silenzio viene dissipato dalle cose familiari, che parlano attraverso la loro antichità. All’epoca il mio unico timore era che mia madre, portandomi il pranzo, potesse dimenticarsi di fare delle osservazioni sul tempo. Ma adesso, i silenzi del vasto Ovest ardente avevano qualcosa di sinistro. Per qualche settimana decisi di astenermi dal mangiare carne.
Un giorno, verso i primi di settembre, cominciammo a fare un gioco che si chiamava Bang sei morto. Era di una semplicità estrema. In pratica non esiste bambino che non vi abbia giocato, in una delle sue varianti. La mano doveva assumere la forma di una pistola e sparare a chiunque passasse. Chi sparava doveva cercare di riprodurre come meglio poteva il rumore di un proiettile esploso. Oppure gridare “Bang, sei morto”. La vittima si afferrava una zona vitale del corpo e cadeva a terra, fingendosi morta. Nessuno sapeva chi avesse dato inizio a questo gioco, né quando. Una volta colpiti bisognava cadere a terra. Il gioco ruotava intorno a questo principio.
La cosa andò avanti per sei o sette giorni. All’inizio, naturalmente, pensavo che fosse una trovata molto cretina, anche per un gruppo di atleti annoiati come noi. Poi dovetti ricredermi. Improvvisamente, al di là della sua rozzezza, cominciai a vedere nel gioco un’affascinante complessità. Sfumature nascoste, oscuri piaceri, un potere evocativo tipico dei sogni più sconcertanti. Iniziai a uccidere in modo selettivo. Quando venivo colpito, mi lasciavo cadere sul pavimento o sul terreno con gesti lenti precisi, con espressività. Variavo le mie cadute, cercando il ritmo di qualcosa di imperituro. Una morte classica.
Non abusavamo dei poteri insiti in questo genere di gioco. L’unica carneficina si verificò nel corso del primo o del secondo giorno, quando le cose erano ancora informi, il potenziale non ancora valorizzato appieno. La sparatoria cominciò al secondo piano della residenza, poco prima dell’ora in cui per obbligo dovevavmo spegnere le luci, e proseguì lungo tutto il corridoio per poi scendere di una rampa: tutti che sparavano a tutti, uomini in mutande che rotolavano giù per le scale, energumeni nudi riversi sulle ringhiere. Un piacere che più vacuo non si poteva. A quel punti tutti, più o meno, capimmo che il gioco aveva qualcosa di meglio da offrire. Perciò lasciammo sbollire l’eccitazione e delineammo dei limiti non scritti.
Sparai a Terry Malden al tramonto, da una distanza di quasi quaranta metri, quando lo vidi comparire da dietro la cresta di una collina e dirigersi verso di me. Lui si portò le mani allo stomaco, cadde al rallentatore e rotolò lungo il pendio erboso, ruzzolando, rotolando il più lentamente possibile, muovendosi verso di me, lentissimamente, avvicinandosi inesorabilmente. Ruzzolò e venne a morire ai miei piedi mentre il sole pallido tramontava.
Uccidere nell’impunità. Morire nella celebrazione di antiche usanze.
In quelle giornate, quasi ovunque nel campus si sentiva l’eco di spari umani. C’erano vari modi di riprodurre il rumore: il modo comico, quello raccapricciante, quelle futuristico, quello stilizzato, quello circospetto. Ma tutti contribuivano a rompere il silenzio di quelle lunghe serate. Dalla finestra della mia camera mi capitava di sentire la debole eco di uno sparo e vedere in lontananza una sagoma solitaria che stramazzava al suolo. A volte non sentivo nulla, vedevo semplicemente la vittima che veniva colpita e cadeva avvinghiandosi attorno a un albero o crollava lentamente in ginocchio; anche un simile movimento isolato serviva a rompere il silenzio, la prolungata quiete di quell’ora del giorno. Era soprattutto questo a rendere piacevole il gioco: il fatto che riuscisse a provocare delle crepe nel silenzio che ammantava ogni cosa.
Ero particolarmente bravo a morire e per questo mi uccidevano spesso e volentieri. Barcollando raggiunsi i gradini della biblioteca e lì rimasi per diversi minuti, disteso sulla schiena tra il secondo e il settimo gradino, più o meno al centro della scalinata. Era una posizione molto rilassante, nonostante la durezza dei gradini. Sentivo il sole sulla faccia. Cercai di non pensare a niente. Più me ne stavo lì, più l’idea di rialzarmi mi appariva assurda. Il mio corpo si abituò ai gradini e il sole cominciò a sembrarmi più caldo. Ero rilassatissimo. Ero convinto di essere solo, di non essere osservato, e che nei paraggi non ci fosse nessuno. Dopo un bel po’ aprii gli occhi. Poco lontano vidi Taft Robinson che leggeva un periodico seduto su una panchina. Per un istante, in uno stato d’animo vicino all’estasi, pensai che fosse stato lui a spararmi.
Alla fine, tutti gli studenti tornarono per l’inizio delle lezioni. Non eravamo più soli e quindi il gioco finì. Ma ogni tanto ci ripensavo con affetto: per quelle sue scene di frammentaria bellezza, perché aveva contribuito ad avvicinare gli uomini per mezzo della loro irragionevolezza e della loro paura, perché ci aveva dato la possibilità di fingere che la morte potesse essere un’esperienza delicata e aveva aperto una breccia nel lungo silenzio.

Don De Lillo, End Zone, Capitolo 7
CULTURA
7 dicembre 2015
Bombardare grosseto
Nei bar del Chianti la geopolitica.
Parli di sciiti e di sunniti e ti dicono che no, via, si entra troppo nel dettaglio. Fai presente che gli iraniani, ad esempio, non sono arabi e fan presente a te che queste son sottigliezze. Un accenno ai salafiti e subito vieni avvertito che poi la gente non capisce. Wahabiti? Nemmeno. E allora parliamo di Qatar che magari Al Jazeera o almeno il Paris St Germain, ma niente, nemmen quello. Certo però ci vuole un piano di riassetto dell'area che ... "senti biondo, poche storie, bisogna mandare i soldati laggiù che sennò, maremma cane, e un si risolve nulla".
Laggiù.
Chissà dov'è questo laggiù.
Forse Grosseto.
CULTURA
10 novembre 2015
Il compagno André Gluksmann
La mia generazione è quella che guardò cadere le Torri Gemelle interrompendo una partita alla Playstation. Ci avevano detto che la storia era finita. Scoprimmo che il mondo era esploso.
Nell'accalcarsi di voci stupide, inutili o banalmente furbe che in quegli anni riempirono i giornali, le televisioni, i bar e i Parlamenti, Andrè Glucksmann - grazie al Corriere della Sera, alla fondazione Liberal e a Radio Radicale - divenne per me un compagno.
La sua era una voce che faceva ordine, agitava il pensiero con coraggio e parole precise.
Se n'è andato, ma molto di suo rimane. Con me e ed altri compagni laici, liberali, socialisti e radicali.
diritti
29 ottobre 2015
Daniele Franceschi
36 anni. Morto mentre era in un carcere francese.
Nel disinteresse di tutti. Tanto che hanno impedito ai familiari di vederne la salma, al medico legale di parte di assistere all'esame autoptico e infine non hanno mai restituito nemmeno i suoi organi.
I Radicali dovevano essere transnazionali, ma non ci sono mai riusciti.
E quelli del "ridateci i Marò" probabilmente sono gli stessi che "se ti pestano in carcere te lo sei meritato".
Una brutta storia francese.
Una bruttissima storia italiana.
Felice (se così si può dire) che almeno il Corriere Fiorentino non abbia smesso di raccontarla.


SOCIETA'
8 ottobre 2015
#stopstabbingjews

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VIAGGI
17 settembre 2015
Triopetra
Non saprei distinguere un afghano da un pakistano. E nemmeno voi.
Lui ha la pelle scura, il naso con la gobba e un profilo elegante. Sopracciglia folte, occhi e capelli nerissimi, più stoppacciosi persino dei miei.
Arriva che non me ne accorgo nemmeno. Addosso un paio di pantaloni di tela blu da lavoro, un paio di scarpe antinfortunistica senza calze e una maglietta che toglie, ripiega e sistema sullo scoglio a cui si mette appoggiato per guardare il mare a due passi da noi.
È magro quanto me, ma la schiena un po' incassata che ha portato ben altri pesi della mia.
Credo che non saprei nemmeno distinguere un bengalese da un indiano. E nemmeno voi.
Triopetra è la spiaggia più affascinante che abbia visto a Creta. Si chiama così per via di tre grandi scogli erosi dall'acqua e dal vento, che paiono enormi pile storte di vecchi giornali beige accatastati uno sull'altro. Il mare è splendido, pieno di pesci, il fondale chiaro, l'acqua turchese attraversata dal sole, subito alta. Le onde perfette per giocarci e lasciarsi cullare. La spuma bianca che si allunga per metri sui sassi e la sabbia scura.
È praticamente deserta.
Oltre a noi solo una coppia di russi, lattinoni di birra e occhiali da sole, e una famiglia che passa il tempo a tuffarsi dagli scogli, poi il figlio maggiore si fa male e vanno via.
Quando arriva lui io nemmeno me ne accorgo. Si mette lì appoggiato e guarda il mare.
Elisa va a fare l'ennesimo tuffo. Si sposta più giù di qualche decina di metri rispetto agli scogli. Un paio di bracciate e poi si mette ferma nell'acqua a lasciarsi cullare dalle onde incessanti sotto il sole.
Quando parliamo di ariani ci immaginiamo dei biondoni con gli occhi azzurri. E invece la terra degli Arii era grossomodo quel che oggi chiamiamo Iran.
Lui si toglie le scarpe e poi i pantaloni. Sistema entrambi con cura sullo scoglio. Non ha nient'altro. Rimane nudo e va ad immergersi in acqua. Proprio davanti agli scogli. Aveva imbarazzo a farlo davanti ad Elisa. Ma esattamente come ha fatto lei qualche metro più giù, si immerge anche lui poco oltre la riva a farsi sballottare dalle onde. Non ha grande confidenza con l'acqua o forse è solo molto stanco. O forse è debole. Forse non sa nuotare e chissà com'è per lui vedere quel mare. Chissà che sensazione è stata immergercisi quando è arrivato qui. Chissà che strada ha fatto per arrivarci. Qui dove siamo. In un'isola in mezzo al Mediterraneo, su una spiaggia lontana da tutto, che per arrivarci attraversi un paesaggio che se non fosse per gli ulivi parrebbe il Messico. Sotto agli scogli di Triopetra, a fare il bagno nel mar Libico.
Quando arriva qualche onda più forte delle altre, smanaccia frenetico a cercare la battigia. Non sorride mai, rimane serio. Lo sguardo distante. Lo scuro della pelle tra l'azzurro dell'acqua e il bianco della spuma, sotto il sole a picco delle due del pomeriggio.
Cavolo se ha i capelli stoppacciosi. Anche quando l'acqua gli bagna la testa loro non si scompongono più di tanto. Neri, asciutti di polvere. Ha la piega nel mezzo e lì gli rimane. Impermeabile, inscalfibile.
Poi esce dall'acqua, mi passa davanti e gira dietro gli scogli, infilandosi in una di quelle grotte umide che odorano di marcio. Quelle grotte sono uguali più o meno ovunque. Ci si accumulano alghe, lattine, pisciate, preservativi e altri avanzi d'estate. Eppure quando le vedi, da lontano, sembrano sempre luoghi affascinanti, poi t'affacci, senti la sabbia umidiccia sotto i piedi, annusi lo stantio di salmastro rappreso e te ne allontani.
Lui fruga là dentro e dopo un po' se ne esce portando sottobraccio un tappetino di plastica, di quelli da yoga. Mi ripassa davanti e si arrampica su uno scoglio, ci stende sopra il tappetino, lui sopra a quello e rimane lì ad asciugarsi.
Il silenzio è rotto all'improvviso da un rumore che parte lontano, si avvicina, sparisce. Non è Leopardi, non è Battiato. È un aereo militare che vola sopra di noi verso sud. Verso la Libia, che è lì a due passi e lì a due passi è sempre stata anche prima di Gheddafi, o chissà dove.
Elisa esce dall'acqua e viene verso di me, lui si riveste, la coppia di russi finisce la birra e parte in esplorazione dei tre scogli di Triopetra dove prima era la famiglia di tuffatori. Come se il passaggio del jet avesse smosso tutti dal proprio torpore.
Io tiro fuori una susina, la offro ad Elisa che non la vuole, e così la mangio io. Mentre mastico e guardo davanto a me sento la voce di Elisa. Ha visto quel ragazzo e ora anche lei guarda davanti a sè. "Che mondo di merda". Non aggiunge altro. La guardo, bellissima sotto il sole. E non aggiungo nulla nemmeno io.
Nei film western, almeno fino agli anni 70, ad interpretare i pellerossa erano attori americani, con aiuto di fard e ombretto, o messicani. Anche in Soldato Blu, passato alla storia come un film rivoluzionario, in cui per la prima volta sono i bianchi ad essere cattivi, i cheyenne vengono in realtà da Città del Messico. Nessuno aveva da ridire. E, immagino, nemmeno io o voi lo avremmo avuto.
Ci penso in silenzio. L'unico rumore è quello delle onde. E vorrei offrire la mia altra susina anche a lui. Ma non riesco ad incrociare il suo sguardo. Nemmeno quando, rivestito e col tappetino sottobraccio, ci passa davanti per tornare nella grotta e sdraiarsi a riposare.
E' caldo. La coppia russa si è già stancata di esplorare gli scogli e s'è rimessa a prendere il sole. Io ed Elisa ci rivestiamo. Raccogliamo le nostre cose, sacchetti di tela e asciugamani in spalla, facciamo per andare alla macchina. Elisa mi precede, io mi fermo e le dico
"Aspetta,voglio lasciargli almeno questa susina, tanto a te non va, vero?"
Si ferma, si gira e mi guarda.
"Ok, ma lo vedi che sta dormendo?"
"Gliela posso lasciare lì davanti all'ingresso della grotta". Anche perchè non ho voglia di entrare là dentro. Ma questa parte la tengo per me.
"Sei sicuro? Guarda che se la mangiano loro!". Dice sorridendo e indicando la coppia di russi.
"Non credo Eli, a meno di non mettere a questa susina un'etichetta che dice che costa 200 euro".
Elisa sorride, si gira e si avvia.
Io mi fermo davanti all'ingresso della grotta. Pulisco la susina e la appoggio su un sasso. Lascio lì la mia offerta alla creatura della grotta. Mi viene da sorridere a pensare a quel gesto.
Non saprei dire se pagano o cristiano. E forse nemmeno voi. Perchè in fondo non importa.


cinema
30 giugno 2015
[Il fato] Si compie?
E' giunta l'ora delle decisioni revocabili.

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fotografia
24 giugno 2015
[Spioni] Porcelloni
Gli Usa spiavano Hollande.
Per conto di YouPorn.

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SOCIETA'
22 giugno 2015
[Grecia] Dissesto, ingiustizia e spesa
In Grecia c'è la crisi. E ci sono tanti a cui è stata tolta persino la dignità, mentre altri hanno riempito conti all'estero di euro e dollari.
Per ricordare ai fan dello Stato piovra, che questo, ancor prima del dissesto dei conti, produce ed alimenta ingiustizia sociale.
finanza
19 giugno 2015
[Chi ha qualcosa da dire] Altrimenti taccia per sempre

E' facile dire che è tutta responsabilità della Germania.
La verità è che noi preferiamo essere complici senza responsabilità. Facciamo finta di niente sperando che nessuno s'accorga di noi, mentre la Grecia rischia di finire nel gorgo. Che sarà pure andata cercandosi, non c'è dubbio.
Ma ognuno risponde per sè.
E noi, come paese membro di questa unione di soldi ed egoismi, non abbiamo niente di cui rispondere, perchè non abbiamo avuto niente da dire.
Ed è forse questa la cosa più triste.


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21 aprile 2015
[Paragoni] Renzi vs Kim
Paragonano Renzi a Kim Jong Un.
Che però è più grasso.

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sentimenti
21 aprile 2015
[In ricordo] Elio Toaff
Quella ebraica è una religione che non si fonda sul credere in qualcosa, ma sul fare delle cose.
Elio Toaff le faceva con intelligenza.
cinema
20 aprile 2015
[Annegare] Tutti
Annegheremo anche noi.
Nella retorica.
diari di viaggio
9 aprile 2015
[Obrigado] Douro
Come fosse il contegno del contadino che si scuote la sabbia dall'abito scuro, quello buono, prima di darti la mano. Sorriso profondo, dignità, rispetto. E ribaltarsi dei ruoli tra nobiltà e umiltà. Con l'una che si confonde con l'altra diventando una cosa sola.
Così me lo immaginavo.
In realtà il Douro che ho visto è persino di più. È arricchito dall'entusiasmo di giovani, nuovi contadini. Portoghesi e non solo. Il ragazzo che siamo venuti a festeggiare è olandese ed ha deciso di venire a vivere qua dopo aver lavorato in mezzo mondo. Un po' di terra, vigne, una casa in costruzione, la vista del più incredibile paesaggio naturale creato dall'uomo per il vino. Il ragazzo ha compiuto 50 anni e se esiste un foglio da firmare per arrivarci con la sua stessa forza e gioia io, fossi in voi, firmerei subito.
Maarten Van Luyt.
40 tra parenti e amici venuti a festeggiarlo dall'Olanda. Almeno altrettanti da ogni parte del Portogallo. Hugo è arrivato dal Lussemburgo. Elisa, con me, dall'Italia. E solo ora capisco quale onore mi abbia regalato.







Entusiasmo, nobiltà, umiltà. E alla festa di Maarten eravamo in mezzo alla vigna più anarchica che abbia mai visto in vita mia. Ode all'andare in culo a tutti i professori della pianificazione paesaggistica. Bella da farti sorridere il cuore. Come la famiglia portoghese che quando ha visto arrivare Elisa, che aveva lavorato con loro 7 anni prima, se l'è abbracciata come una figlia. Ed io ero quasi commosso a vedere loro commossi. E gli occhi di Elisa che brillavano e solo a lei lo fanno davvero e non tanto per dire.



Amici, parenti, contadini, produttori, enologi, cuochi, responsabili commerciali, agronomi, bambini, una band che suona e confusione di parole: portoghese, inglese, italiano, olandese e io che mi confondo e finisco sempre col parlare spagnolo. Ad un certo punto della serata, nel bel mezzo della festa, un omaggio che in Toscana non si tributerebbe nemmeno a Piero Antinori. Ragazzi e ragazze da sei rinomate cantine del Douro portano ciascuno la propria bottiglia di porto 2011, le posano in riga sul tavolo, poi uno di loro tira fuori da sotto quel che avevano preparato: una bottiglia da 5 litri, tappo, martello ed un'etichetta speciale dedicata a Maarten. Noi tutti scattiamo foto mentre uno dei sei annuncia a gran voce quello che stanno per fare, come fosse il presentatore di un circo itinerante dei tempi del far west. E mentre parla tutti gli altri operano. Stappano ciascuno la propria bottiglia, versano, riempiono la cinque litri, posano il tappo, martellano, attaccano l'etichetta. Due minuti, se poi son passati, e la bottiglia speciale è pronta. Il regalo degli amici. Applausi, ancora foto, brindisi e io che continuo a chiedermi se a Piero Antinori qualcuno abbia mai fatto un regalo del genere.
No.
Qua l'hanno fatto ad un ragazzo di 50 anni, arrivato 7 anni fa per vendemmiare.
Douro.
Umiltà, nobiltà, entusiasmo e una piccola anarchia.
Mi piace tanto. Mi sento più leggero. Un toscano nel Douro capisce subito che per quanto possa credere di viverci, il mondo non ha ombelico.
Checché ne urli Jovanotti.




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Oggigiorno tutti hanno spirito. Dovunque si va non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti. E' divenuta una vera peste.
Oscar Wilde

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