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POLITICA
25 marzo 2009
[Puri e semplici errori di gioventù] L'intervista politico-filosofica di Lucio Colletti

D. Per passare al Capitale stesso come esempio di metodo scientifico, tu hai scritto che vi è stata “una verifica conclusiva, che possiamo dire esterna, in cui la vera conferma al Capitale viene apportata dallo sviluppo storico successivo: verifica a cui si riferisce Lenin quando afferma che è 'il criterio della pratica – cioè lo sviluppo di tutti i paesi capitalistici in questi ultimi decenni – che dimostra la verità obiettiva di tutta la teoria economica e sociale di Marx in generale'. Di tutta la teoria, si noti; il che vuol dire che intessuta e contesta di ipotesi verificate e, quindi, di leggi continuamente da controllare e da 'aggiustare' alla luce dell'esperienza storico-reale, è non già questa o quella parte, ma l'intera opera di Marx”.
Come giudichi, oggi, queste affermazioni?

R. Puri e semplici errori di gioventù.

da Intervista politico-filosofica, di Lucio Colletti, Laterza & Figli Spa, Roma-Bari, 1975

politica interna
21 dicembre 2007
[VideoIntervista] Chiacchierata con Lanfranco Turci e Alberto Benzoni
Una chiacchierata a tre fra Lanfranco Turci, Alberto Benzoni ed il sottoscritto. I video sono due perché la chiacchierata è stata piacevole e quindi più lunga del previsto. Da una "nuova questione sociale" in Italia, alla debolezza del governo, dai diritti civili traditi dal Pd, alla legge elettorale e i destini delle forze laiche. Questi i temi toccati.
Sperando che possa essere divertente, oltre che interessante; buona visione!



politica interna
29 novembre 2007
[VideoIntervista a Lanfranco Turci] su: Costituente Socialista, co.co.pro, rapporto dei socialisti col governo
Mi sono pure tagliato i capelli (come suggeriva Ale Maggiani) per la realizzazione di questo secondo video d'intervista a Lanfranco Turci.
Stavolta abbiamo parlato non solo di politica, ma anche di politiche; come quella proposta dai socialisti per il protocollo sul Welfare, che istituisse un indennizzo di disoccupazione per i co.co.pro. Proposta ovviamente cassata dal governo!
Buona visione!
P.S. _ Guarda come sono fighetto con quel collo alto!


politica interna
16 novembre 2007
[Su Partito Socialista, legge elettorale e finanziaria] VideoIntervista a Lanfranco Turci


Non oserei mai paragonarmi al "Direttore" Massimo Bordin! Lo dico subito, a scanso di equivoci, anche se chi mi conosce sa quanto bene riesca ad imitarlo!
Turci nei panni di Pannella, poi, non sarebbe nemmeno immaginabile! Quella che abbiamo registrato ieri è un'altra cosa, ma sempre piuttosto divertente e, spero, interessante.


politica interna
10 ottobre 2007
[Di gioventù e socialismo] Intervista con Luca Josi (20 marzo 2007)
Era il 20 marzo 2007, quando Luca Josi, mi rilasciò questa breve, ma significativa intervista, che ripropongo mentre sto scrivendo un nuovo articolo proprio su gioventù e socialismo.

Luca Josi, 40 anni - un passato come segretario dei Giovani Socialisti ed un presente come dirigente di Einstein Multimedia, società distributrice e produttrice di format televisivi - è il promotore di un "patto generazionale" (www.pattogenerazionale.com) che impegna i suoi sottoscrittori, "raggiunta l'età dei 60 anni, a lasciare o non accettare un ruolo di leadership (cariche primarie della politica e dell'economia) continuando ad offrire il proprio impegno nei ruoli di vice, di numero due, di saggio, di consulente o di qualsiasi altra posizione che consenta alla società di avvantaggiarsi e non disperdere la propria esperienza".

Tra i sottoscrittori di quel patto segnaliamo, tra le altre, le firme di Alessandro Profumo, Gianni Cuperlo, Marco Follini, Giovanni Floris e Chiara Moroni … ma l'elenco potrebbe essere assai più lungo.

Dalla proposta di Luca Josi, su queste pagine abbiamo preso spunto per aprire un dibattito inaugurato dall'articolo intitolato "Generazioni a confronto: un patto tra parricidi" (http://www.libmagazine.eu/numeroXIV/ciuffolettinardi.htm) in cui al patto generazionale abbiamo provocatoriamente suggerito di sostituire un "patto tra parricidi".

Sulla base di quello spunto è un piacere rivolgere adesso alcune domande direttamente a Luca Josi

20 marzo 2007

D _ Caro Luca, ci siamo, martedì prossimo (domani per chi leggerà il numero di LM appena uscito) sarà ufficialmente presentato il tuo "patto generazionale" (a Roma, presso l'Auditorium Ara Pacis alle ore 10:45). Cosa ti aspetti da questo appuntamento? E più in generale cosa ti aspetti dall'eco che potrà ancora sollevare la tua proposta di patto generazionale?

R _ Intanto non è il mio patto ma di tutti coloro che hanno creduto in questa provocazione. Spero che questa idea aiuti a riflettere e che tra 20 anni questa polemica venga considerata totalmente scontata e acquisita.

D _ Potresti brevemente illustrarci le ragioni "sociali" - e se non siamo troppo indiscreti anche le riflessioni personali - che ti hanno spinto a promuovere questo patto?

R _ Sono sotto gli occhi di tutti. Tutti riconoscono che esiste questo problema. Purtroppo molti parlano di ricambio generazionale ma pochi lo praticano. Le ragioni personali, personalissime, sono molto semplici: è il ventunesimo anno che ricevo inviti a convegni sul ricambio generazionale. Può bastare?

D _ So che hai letto il pezzo, un po' provocatorio, firmato da me e Francesco Nardi, che traeva spunto dalla lettura del tuo appello. Trovi sensata - a livello dialettico - la proposta di un "patto tra parricidi"? E credi possa essere idealmente "integrabile" con la tua proposta?

R _ Il termine mi mette paura. Il parricidio richiama ad una presunta legge di natura in cui il ricambio non può che essere frutto di uno scontro. Il patto chiede invece una collaborazione e tiene "in vita" il padre perché aiuti il figlio.

D _ Digitando il tuo nome sul più celebre motore di ricerca, il primo risultato che compare rimanda ad un articolo di Filippo Facci (che tra l'altro figura tra i primi sottoscrittori del "patto generazionale") pubblicato su Dagospia il 23 gennaio 2002 (http://213.215.144.81/public_html/articolo_2534.html). In quell'articolo Facci tratteggia la tua storia politica con grande cura. Ti ritrovi in quel ritratto?

R _ Qualunque commento sconfinerebbe nella vanità. Ringrazio Facci e la sua penna.

D _ Ci sono molti politici nella lista dei sottoscrittori del patto generazionale. Ma oggi la politica ti appassiona ancora?

M'interessa leggerne e viverla da spettatore. Ho molti amici che ancora la incontrano. Provo stima per loro e per i sacrifici che affrontano. Quella vita, spesso svillaneggiata, comporta sacrifici per la propria vita privata e fatiche che spesso vengono sottovalutate.

D _ Sei stato l'ultimo segretario giovanile dei socialisti, come ricorda Facci nell'articolo succitato. Credi che oggi quello del socialismo possa essere un'ideale in grado di appassionare i "giovani"? E se sì, a quali condizioni?

R _ Ero, sono e sarò un socialista. Il fascino di quell'idea dipenderà solo da chi sarà in grado di affascinare e accendere il consenso attorno a un movimento che aspetta di essere riprogettato per le esigenze del ventunesimo secolo.

D _ Per chiudere; dovendo immaginare un meccanismo di regole interne ad un partito in grado di garantire un adeguato ricambio generazionale, che genere di "patto" proporresti? Uno simile al tuo? Credi che qualche partito sarebbe disposto a prenderlo come "regola" di gestione interna?

R _ Lasciare una continuità dovrebbe essere l'imperativo di ogni partito o aggregazione che vuole resistere al tempo. Programmare il ricambio e il dopo di sé lo trovo banalmente necessario.

Un grazie ed un cordiale saluto.

Grazie a voi

POLITICA
8 ottobre 2007
[Liberalismo, laicità, socialismo] Intervista a Corrado Ocone

Intervista a Corrado Ocone - 27 novembre 2007


Per riflettere del rapporto tra laicità, liberalismo e socialismo, di cui si è parlato durante la due giorni della Conferenza programmatica della Costituente socialista, è utile riprendere e ripubblicare su queste pagine, un’intervista che il professor Corrado Ocone ebbe la cortesia di concedermi, poco meno di un anno fa, per il “primo LibMagazine”.
Le riflessioni svolte in quell'occasione credo siano estremamente valide ed attuali e perciò da tener ben presenti proprio oggi.


Corrado Ocone, responsabile editoriale della Luiss University Press, saggista e pubblicista, si occupa di temi concernenti la teoria del liberalismo. Fra le sue pubblicazioni: "Bobbio ad uso di amici e nemici" (a cura di, Venezia 2003), "Benedetto Croce. Il liberalismo come concezione della vita" (Soveria Mannelli 2005).

D _ Quale lettura dovrebbe darsi oggi del rapporto fra liberalismo e laicità? (domanda, breve da formularsi, ma - mi rendo conto - impegnativa per chi deve rispondere!).

R _ Ho sempre inteso la laicità come parte di una più generale concezione del mondo di tipo liberale, come il liberalismo circoscritto e applicato a un determinato ambito di questioni, a quelle cioè che concernono il rapporto tra le convinzioni private dei singoli e l'azione dei singoli nello spazio pubblico. Il principio laico è un principio di separazione, come è chiaro nel monito cavouriano "Libera Chiesa in libero Stato", che oggi potremmo volgere così: "Libere Chiese o confessioni e libero Stato". Credo che una buona illustrazione di come funzioni il principio laico la abbia data John Rawls in Liberalismo politico (1993). Lo spazio pubblico, cioè appunto politico, nelle società laiche o liberali presuppone, secondo il teorico della giustizia recentemente scomparso, un "consenso per intersezione": il punto d'accordo o anche di compromesso sulle questioni pubbliche che ci stanno a cuore lo si può trovare solo a condizione che noi quando entriamo nell'agone politico dismettiamo i nostri abiti morali, ovviamente nel senso dell'etica della convinzione. La laicità segnala questa "sottrazione", questo anteporre nella sfera pubblica le verità penultime alle verità ultime. La "sottrazione" non significa però impoverimento: solo "sottraendo" gli uomini possono dialogare e non scannarsi. La "superiorità" del principio laico è pertanto pratica e non teorica: la laicità è quel metodo teso a eliminare la violenza ideologica in senso lato dalle nostre società. Ecco allora che l'etica, scacciata dalla porta, rientra dalla finestra: a suo modo il principio laico, come quello liberale di cui è parte, lungi dall'essere espressione di relativismo morale, è espressione di una diversa e superiore moralità: di chi crede nella dignità intangibile di ogni uomo e quindi nel diritto che ogni individuo ha ad essere autonomo, cioè letteralmente a darsi da sé la propria legge.

D _ Intendere a laicità come metodo di confronto ne svilisce il senso, oppure - al contrario - lo accoglie in una concezione alta e fondante della necessaria centralità della laicità, oggi più che mai?

R _ La laicità è metodo e non sistema: indica una sensibilità e un modo di affrontare le questioni, piuttosto che un astratto e sovrastorico insieme di "ricette" pronte per l'uso. Quando la laicità si fa sistema, essa diventa laicismo. Il laicista è colui che ipostatizza il principio laico, non lo metto più in gioco: colui che, ad esempio, prende delle soluzioni valide in un contesto, mettiamo quello ottocentesco italiano, e le traspone del tutto differenti. Il laicismo è, in questo senso, un'ideologia simile a quelle che combatte, seppure con il segno cambiato. La laicità, proprio perché espressione di una superiore moralità, è sempre sul punto di contraddirsi, di diventare altro da sé, di farsi da metodo sistema. La laicità è equilibrio e giusta misura, ma lo spazio di medietà che perviene ad essa è sempre precario e si realizza parzialmente solo mercé una coscienza vigile e continuamente in lotta. La moralità laica non è facile: l'uomo laico ha una finezza e una sensibilità non comuni, è un uomo "coltivato".

D _ Nel lemma "laicità" che lei sta curando per un lessico di prossima uscita, si legge "Di fronte alla chiusura delle religioni, in primo luogo di quella cattolica che giudica "indisponibile" il dato della vita, c'è sia l'esigenza laica di salvaguardare la libertà della ricerca scientifica sia l'importantissima e concreta possibilità di approntare strumenti per la guarigione, fino a ieri ritenuta impossibile, di tante persone colpite da vari tipi di malattie genetiche o ereditarie. Anche in questo caso, essendo in gioco valori ultimi e questioni di principio, trovare un compromesso non è facile o è impossibile. Di fronte a chi perora con forza le ragioni dell'etica della convinzione, difendere le buone ragioni dell'etica laica della responsabilità è compito immane, ma non derogabile". "Compito immane, ma non derogabile"; un giusto ammonimento o anche un piccolo rimprovero per alcuni accenti che si sono sentiti da parte laica nel rinnovato dibattito proprio intorno alle cosiddette questioni "eticamente sensibili"?

R _ Beh, mi riferivo a quanto detto precedentemente: "compito immane" perché l'ideale laico e liberale non è un ideale di quiete; "compito non derogabile", proprio perché bisogna evitare che l'ideologia, religiosa e non, faccia scannare gli uomini. Quando al nostro dibattito politico attuale, beh è difficile dire qualcosa di sensato: non si capisce mai bene quando le affermazioni dei nostri politici, anche e forse soprattutto della maggioranza, siano sincere e quando invece siano mosse da tatticismi e opportunismi politici, dalla volontà di ingraziarsi le gerarchie catoliche e di strizzare l'occhio al cardinal Ruini.

D _ Lei scrive che "in Italia maestri di laicità sono stati cattolici del calibro di Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi e Carlo Arturo Jemolo, per fare solo qualche nome". Qualche nome di oggi?

R _ Purtroppo sulla scena politica cattolica vedo solo personaggi minori, non all'altezza di quei grandi. I politici cattolici odierni sono, per lo più, politici opportunisti e ipocriti. Sinceramente nomi di quel genere non me ne vengono in mente.

D _ Molto interessante - alla voce liberalismo del sopra citato lessico - è la definizione che lei dà del rapporto tra socialismo e liberalismo. A chiusura di tale definizione si legge che "una robusta tradizione di socialismo liberale è maturata, nel corso del Novecento, anche in Italia, da Piero Gobetti a Norberto Bobbio passando per Guido Calogero, Guido De Ruggiero e il Partito d'Azione". Secondo lei, oggi ci sono spazi e opportunità reali perché le istanze del socialismo liberale trovino espressione politica in Italia? (De Giovanni purtroppo dice di no!)

R _ Capisco lo stato d'animo di de Giovanni, un autentico socialista liberale, uno dei pochissimi ex comunisti che ha fatto i conti fino in fondo con l'ideologia marxista: ha investito emotivamente e moralmente nella Rosa nel pugno e, non certo per sua colpa, alla fine…si è punto. La situazione del socialismo liberale oggi in Italia, a mio avviso, non è facilmente decifrabile, o meglio è passibile di sviluppi non facilmente prevedibili: del socialismo liberale, ma direi del liberalismo in genere, in Italia c'è oggi necessità da un punto di vista ideale e anche pratico, ma questa necessità cozza purtroppo con un DNA del nostro Paese, diciamo così, profondamente non liberale. In Italia non si è mai creata, per evidenti motivi storici, una cultura liberale diffusa, ovvero tale cultura ha sempre avuto corso in élite ristrette seppure non sempre marginali. Ci sarebbe bisogno, ce lo ripetiamo ormai da quindici anni, di una generale "rivoluzione liberale" delle coscienze, a destra come a sinistra. Se ciò avvenisse, risulterebbe anche chiaro, ad una parte non irrilevante degli italiani, che i principi storici della sinistra, l'uguaglianza e la libertà, sono oggi garantiti non da una concezione tradizionale (o radicale o massimalista) della sinistra ma da una concezione di essa riformistica, gradualistica, antiperfezionistica e per ciò stesso liberale.

politica estera
13 settembre 2007
[11 Luglio 2006] Intervista a Carlo Panella
Nell'ambito del servizio "Recupero vecchie interviste", vi ripropongo qua il colloquio, spigolosamente cordiale, che ebbi più di un anno fa con Carlo Panella, giornalista e saggista che credo non abbia bisogno di presentazioni.

Intervista a Carlo Panella 11 luglio 2006

Il suo ultimo libro, “Il Libro Nero dei Regimi Islamici”, ha il grande pregio di raccontare in maniera lucida e precisa gli eventi cruciali per le vicende storiche dei paesi islamici dallo scorso secolo fino ai giorni nostri, e di inquadrare, sulla base di tale narrazione, l’evoluzione dei diversi pensieri politici dell’Islam svelando la scorrettezza e l’infondatezza di molte spiegazioni – spesso riduttive ed infondate – che vengono oggi comunemente usate per interpretarli.
Più in generale nel dibattito sull’Islam politico spesso si ricorre a formule vaghe e poco chiare. Uno dei riferimenti spesso usati è quello ai “paesi islamici moderati”. Secondo lei qual è il reale valore di questa formula?
Il titolo del suo libro parla invece di “regimi islamici”, qual è la sua definizione di “regime islamico”?

La ripartizione tra paesi islamici moderati è giornalistica e deriva dal periodo della guerra fredda, indica infatti i paesi musulmani che non appoggiano politiche aggressive nei confronti di Israele e che coincidono, di fatto, con i paesi che hanno rapporti conflittuali con l’Urss. Siria, Iraq, Algeria, Yemen e, fino al 1972 anche Egitto, facevano invece parte dei paesi alleati all’Urss o nella sua orbita di influenza.

Per pigrizia, quella definizione è rimasta sino a oggi, ma è fuorviante, tanto che viene definita moderata l’Arabia Saudita che invece è intrisa di fondamentalismo, applica la peggiore shari’a del mondo ed ha incubato al Qaida.

Quanto al titolo, non è mio, ma dell’editore; va benissimo, ma non merita approfondimenti (per regimi comunque si intendono i governi autoritari o totalitari, non inseriti in un sistema democratico sostanziale)

Uno dei ritardi maggiori nella conoscenza delle declinazioni politiche dell’Islam è quello che riguarda la predicazione khomeinista, la rivoluzione del 1979 e, più in generale la nascita ed il ruolo della Repubblica Islamica d’Iran. Da giovane studente di cose d’Iran, ho trovato il capitolo dedicato a tale questione estremamente ben fatto ed estremamente utile come risorsa per conoscere una realtà altrimenti difficilmente accessibile anche per un appassionato. Difficilmente accessibile soprattutto per la scarsità di testi facilmente reperibili – almeno in lingua italiana – che ne trattino approfonditamente (ed anche uno sguardo alla bibliografia relativa a tale capitolo riportata nel suo libro, mi pare confermi questa tesi).
Secondo lei come mai, a distanza ormai di oltre 25 anni, è così difficile reperire testi che illustrino in maniera chiara, per quanto difficile possa essere, uno dei nodi cruciali del ‘900 ed ancora oggi al centro dei più importanti giochi politici globali?

Non è vero, ve ne sono molti, alcuni li riporto in bibliografia (ottima la storia del’Iran della Shabahi, Bruno Mondadori). Il problema è che bisogna leggerne molti, sono infatti tutti molto parziali e spesso partigiani. Suggerisco comunque, soprattutto agli appassionati, di leggere innanzitutto la Storia della Filosofia Islamica di Henry Corbin (Adelphi, 1972) che parla solo di filosofia, ma è preziosissimo per comprendere lo sciismo speculativo e quindi la portata dello scisma indotto da Khomeni.

“Nel quotidiano «Lotta continua» hanno lavorato e si sono formati alcuni dei talenti di una generazione giornalistica, da Lerner a Deaglio, da Marcenaro a Briglia” così scrive l’allora direttore responsabile di quel quotidiano, Giampiero Mughini, nel suo libro “Il grande disordine”.  Anche lei era fra quei talenti, che oggi okkupano ancora molte pagine di quotidiani italiani. Non vorrei sembrare scortese, ma per tutti è stato merito del talento?
E secondo lei oggi, un giovane che vuol fare il giornalista può permettersi di affidarsi solo a quello?

Noi, ex di Lc non okkupiamo nulla, siamo solo bravi perché ci siamo fatti le ossa e ci siamo selezionati in anni duri, in cui erano fondamentali per fare politica le doti di un buon giornalista. D’altronde quella della lobby di Lc è una balla pazzesca. Perché nessuno ricorda mai che la Annunziata, Stefano Benni, Riotta e tanti altri facevano parte della lobby del Manifesto?

Quanto al giornalismo, lascia perdere. Non perché non basti solo il talento, ma perché non ci sono più giornali; a differenza di Francia, Germania, Usa e Inghilterra, il nostro giornalismo è solo una parodia della politica e viceversa. Nessuna curiosità per la realtà (il nord Italia è tutto con Berlusconi e i giornali lo scoprono solo dopo il voto; la Rosa nel Pugno è rifiutata dagli elettori, ma i giornali, tutti, sostenevano che sarebbe stato il grande successo elettorale).

Tieni presente che i giornalisti dipendenti sono solo 10.000 in tutta Italia, un nulla, con poco turn over, i posti a disposizione quindi sono pochissimi.
Scegli un'altra strada.  Auguri
Carlo Panella

CULTURA
16 luglio 2007
[Riflessioni storico-politiche] Intervista a Massimo Bordin - IV ed ultimo Capitolo


Riflessioni storico-politiche: costituente socialista, prospettive referendarie, l'anomalia Pci-Pds-Ds, ciò che sarà e ciò che non fu
IV ed ultimo Capitolo dell'Intervista a Massimo Bordin

Introduzione
- Buongiorno e benvenuti a Stampa e Reggime


Capitolo I
- Radio Radicale un esempio di servizio pubblico

Capitolo II - Da Trotsky a Pannella. Storia inedita del primo incontro fra Massimo e Marco

Capitolo III - Radicalia. Da Riccione a Padova verso la Rosa nel Pugno


CAPITOLO IV

Qual’è la sua valutazione di questa fase che si apre per la Costituente Socialista? Perché da quanto ho avuto modo d’intendere durante una sua passata conversazione con Pannella, fra voi la lettura del progetto non è univoca.

Dunque, io non sono un estimatore dell’operazione Bertinoro …

E questo lo sapevamo

No! Ma perché l’operazione Bertinoro fatta in quel modo in realtà ha finito per dare spazio all’interno dello Sdi, non tanto nella componente di Turci, che non ho ben capito cosa sia ancora, ma certo nella componente Sdi ha dato fiato ad una sorta di anti-radicalismo che nello Sdi c’è ed è palpabile. Io mi sento dire dagli amici socialisti con cui vado a cena e parlo: “ora c’è Bertinoro, quindi poi vediamo, se voi volete, potrete …”. E io gli rispondo: “Beh, te lo puoi scordare in questi termini!”. Questa è la chiave di lettura con cui l’operazione viene letta. Quindi in questi termini non mi convince.
Altra cosa, invece, è riproporre l’unità dei socialisti. Io penso che l’unità dei socialisti, se ci sarà, sarà dentro la Rosa nel Pugno, è questo l’unico progetto politico che può portare ad una forte unità dei socialisti. Però questo lo penso io, come radicale. La divergenza con Pannella - se proprio vogliamo trovare una divergenza, che poi più che una divergenza è il frutto di diverse sensibilità – è che io non mi sento di dire ai socialisti che anche loro la devono pensare così. Perché mi rendo perfettamente conto che il loro riunirsi è questione importante … importante.
Loro la vedono come preliminare. Pannella invece gli dice: “guardate che se fate la politica dei due tempi non farete l’unità e non farete nemmeno la Rosa nel pugno”.
Probabilmente ha ragione Pannella, anzi molto probabilmente ha ragione Pannella … però il fatto è che questa cosa è, secondo me, è una pulsione profonda dell’area socialista e quindi tanto vale farci i conti. E tanto vale, quindi, non esagerare … come Pannella per la verità non ha mai fatto … ma altri Radicali sì, in termini a volte anche un po’ sprezzanti nei confronti di un’esperienza che invece tanti militanti socialisti vedono come la propria vita politica, per la quale credo si debba avere il massimo rispetto.

L’unità socialista quindi è importante, non è un dato accessorio …

Non le pare però che tutti questi conti li stiamo facendo senza considerare che di qui a qualche mese potrebbe arrivare un oste inatteso a chiedere il conto?

Lei ottimista! Parla addirittura di mesi!

- squilla il telefono del Direttore. Breve interruzione e poi riprendiamo facendo un passo indietro –

Il segno di una situazione in sommovimento si è visto proprio a Bertinoro, dove hanno partecipato anche esponenti e militanti di vari partiti e movimenti di area laica, repubblicana, liberale …

No vabbè, ma insomma … va tutto bene! E’ vero che quest’area dovrà essere aggregata, ma secondo me non ci sarà bisogno di una particolare proposta organizzativa. Verrà da sé perché stiamo parlando davvero, e rubo il termine a Turci, di un pulviscolo.
Allora il problema è: munirsi di una retina con cui si gira per l’Italia cercando di acchiappare il pulviscolo, oppure cercare di fare un’operazione forte, aggregante e che poi davvero si porta dietro qualcosa di più che non solo il pulviscolo?
Questa è un po’ la mia divergenza, ma detto questo, insomma, non le vivrei come divergenze capitali, perché tali non sono
Per tornare invece al punto del quadro politico in forte sommovimento a me preoccupa, molto più di Turci che cerca di aggregare il pulviscolo, questa storia del cantiere. E qui le dico il mio parere, che come è noto non conta nulla, non faccio parte di nessuna struttura dirigente dei Radicali. Io non riesco a vedere una forza che poi riesca ad inglobare anche Mussi, Cesare Salvi ed altri. Anche perché lì, semmai, l’imprinting lo dà Fausto Bertinotti col suo revisionismo trendy, per cui cosa c’entra la tradizione socialista, liberale e riformatrice con quella … che per carità è una tradizione rispettabilissima … anche se per la verità, a questo punto Bertinotti sta mettendo insieme un po’ di tutto e forse un po’ troppo di tutto, rischiando anche lui di perdere a sinistra, come già sta accadendo ed è cosa inevitabile, perché non si può stare al governo con la IV Internazionale! Non è oggettivamente possibile! E, d’altro canto, può perdere anche sulla destra. Ed è l’operazione stessa che rischia di non tenere, tanto è funambolica ed affabulatrice.

Sulla questione del cantiere e del rapporto con Sinistra Democratica o Rifondazione condivido in pieno la sua lettura.

Ma come si fa a pensare di mettere d’accordo, non dico Pannella, per carità, ma Boselli e Mussi sulla Scala mobile, per esempio. Alcuni di questi ne chiedono la reintroduzione … beh … non lo so.
E non parliamo di politica internazionale …

Questa situazione è legata in fondo all’ambiguità che c’è nel gruppo di Sinistra Democratica per il Socialismo Europeo, in cui vi sono diverse anime che per il momento convivono, me che dovranno esprimere, di fronte ad un futuro aut aut, opzioni chiaramente diverse.
Per non fare nomi: la Bandoli è inevitabile che guardi a Rifondazione!


Ecco, per esempio, con Fulvia Bandoli la vedo un po’ difficile mettersi d’accordo sulla politica estera .. dico per un socialista, per un Radicale è impossibile!
Altra cosa è trovare terreni di convergenza, quello che dicevamo all’inizio, in cui si possa essere uniti.

Tornando invece al macroscenario, lei ha detto che è ottimismo parlare di mesi, invece che di settimane, in vista di una possibile crisi …

No, non lo so, io mi attengo alle notizie della giornata, in cui i Ds si attestano sulla linea del “non ci farete fare la fine di Bettino” … non mi sembra che siano ottimisti! (ricordo che l’intervista risale al 23 maggio – ancora non c’era stato il discorso di Veltroni e la contemporanea cancellazione dai quotidiani del tema: intercettazioni Unipol-Bnl et Rcs. Il riferimento del Direttore è alle dichiarazioni del Senatore Ds Enrico Latorre. ndInoz).

Direi di no! Ma anche se la domanda forse non può avere risposta … lei che scenario vede profilarsi di qui a qualche mese? Il referendum potrebbe assolvere alla funzione …

Parliamoci chiaro. Allo stato attuale il referendum non ha il potenziale che lei evoca (ricordo che eravamo al 23 maggio ndInoz). Insomma, il primo referendum Segni, che ha marcato il punto di svolta dell’ipotesi verso cui poi si è incamminato il sistema politico, era basato su una fregnaccia sostanzialmente antidemocratica, cioè la limitazione delle preferenze. Una limitazione fondata sulla considerazione acutissima che siccome la mafia faceva le martingale sui numeri di preferenza, allora bisognava mettere una preferenza unica. Con questa logica, siccome fanno le estorsioni ai negozi si chiudono gli esercizi o si limitano le derrate, insomma … un delirio!
Detto questo però, malgrado la sostanziale pochezza del referendum, quel referendum aveva una forza attrattiva non per quello che il referendum era in sé, ma per quello che nell’immaginario rappresentava. Mi si deve venire a dire che oggi, questo referendum del professore Guzzetta ha la stessa capacità di stimolare l’immaginazione dell’elettore. Mi pare di no.

Anche se c’ chi cerca di presentarlo strumentalmente con slogan del tipo: “togliamo i partiti piccoli”, “impediamo ad un Parlamento dove si arrocca la partitocrazia …

Senta, diciamoci la verità, questo paese non ne può più! Abbiamo cominciato a parlare di sistemi elettorali a metà degli anni ’80. Sono passati 20 anni - cioè la durata del fascismo, non un’inezia – e non ci siamo negati nulla! Siamo il paese più ricco di sistemi elettorali, ne abbiamo a patchwork! Ed è cambiato qualcosa? Pare di no!
E allora come fa la gente oggi ad entusiasmarsi?
Forse un concetto diverso potrebbe essere quello di una riforma costituzionale. Ma anche qui destra e sinistra sono riuscite in un capolavoro: la destra a fare un’altra porcata come il sistema elettorale, con le riforme federali, in cui però c’erano anche delle cose giuste; che la sinistra invece, condannando in blocco quella riforma , ha fatto bocciare e che adesso non può quindi rigiocarsi.
Per cui anche su questo sono riusciti a bloccare un passaggio che era importante, perché le riforme elettorali senza riforme costituzionali poi non funzionano. E questo i radicali l’hanno sempre detto … poi per i Radicali è facile: un modello molto semplice, molto lineare che però funziona se è semplice; perché il uninominale maggioritario a un turno se è semplice funziona. Se lo si riduce ad una giostra barocca come ha fatto Mattarella ed il sistema dei partiti, diventa una cosa ingestibile.

E quindi il superamento di un bipolarismo che alcuni chiamano coatti, altri lo definiscono “bileaderismo statico”, ..

Ah possiamo sbizzarrirci! Poi però vince De Rita!
Comunque no, non continua. Troveranno altre soluzioni, purchè si riesca ad evitare la riforma – e qui arriviamo a quello che diceva lei all’inizio (conversazione prima della registrazione ndInoz) – delle “caste”, delle incrostazioni di regime di questo paese, che sono davvero una palla al piede.

Ma una nota d’ottimismo per coloro che si sentono parte di un’area laica, liberale, socialista, radicale, repubblicana, etc …?! Non è che in questo stravolgimento si riuscirà a trovare l’occasione per proporre una nuova aggregazione d’area?
In fondo noi, parlo da figlio di socialisti, anche se Radicale per tendenza, noi siamo quelli che hanno già pagato. Pensando alla frase di Latorre su Bettino mi viene in mente la canzone di Boob Dylan “Like a Rolling Stone” .. dove dice “come ci si sente?” come ci si sente a trovarsi oggi nelle condizioni in cui noi già siamo?


Guardi, visto che lei ha avuto la bontà di evocare il mio passato … beh .. io resto sempre della mia idea. In questo senso: che in realtà c’è un problema che ormai c’è solo in Italia ed è, come dice Berlusconi, il Pci-Pds-Ds. Allora i casi sono due: o questo aggregato di militanti cambia, ma cambia sul serio; oppure è bene che si levi di mezzo. E’ bene che la soluzione politica della crisi italiana, che è una crisi strisciante, passi attraverso, non la rigenerazione, ma la dissoluzione di questa formazione.
Questo è il problema italiano dagli anni ’70 … probabilmente anche prima … ma insomma questo è il vero problema. Senza una situazione del genere … ed io non le nascondo che penso molto di più a questa ipotesi praticabile, cioè una secca sconfitta, un ridimensionamento nettissimo, una riduzione alla marginalità politica di questa forza. Perché alla possibilità che cambi è anche ingiusto pensare. Lo so che adesso mi si dirà che una parte ormai non irrilevante degli iscritti ai Ds non ha mai avuto la tessera del Pci, questo è vero, ma la cosa non rileva! Perché il tipo di cultura politica che un vertice che ha sempre funzionato per cooptazione, che non è mai riuscito a contaminarsi … e da questo punto di vista il punto più alto è stato con Occhetto, non è stato certo con D’Alema, non c’è alcun dubbio su questo … ma neanche lì riuscì. Lì i Radicali ci provarono, seriamente, ma neanche lì riuscì.
E allora è bene che questo intralcio autentico si levi di mezzo.
Io penso questo, molto semplicemente. So benissimo che questa può essere vista come una posizione anticomunista estrema, ma francamente non so che farci …

Però lei indirizza il suo anticomunismo contro il gattopardismo diessino che non ha mai dato ad un vero ripensamento. Però c’è ancora chi si dice comunista ed esprime una reale base di consenso fidelizzata a cui non è mai stata portata una sfida reale. Se vuole sono stati sfidati più dai Radicali e da Pannella sul loro stesso terreno che non da altri …

Ma infatti la sfida reale è quella che dev’essere portata da una politica intelligente come quella di Mitterand o come quella che tentò Pannella e tenta continuamente. Riproponendo uno schema sostanzialmente simile … anche se poi l’irrompere di Berlusconi ha cambiato molte cose in questo paese, parliamoci chiaro …
Però lei pensi come sarebbe diversa oggi la situazione dei Radicali se avessero tenuto il punto quando Cossutta e Leoluca Orlando posero il loro veto all’ingresso nell’Unione nel 1994. Quando furono loro a porre il veto nei confronti di Radicali e socialisti. I Radicali dissero: guardate, già tanto tanto non ci andava! Se poi la mettete così, arrivederci e grazie!”. I socialisti invece tennero il punto, vollero o scelsero di tenerlo … oggi sostanzialmente queste due forze si ritrovano. Mi resta la curiosità di pensare: “ma … se allora Pannella fosse stato più arrendevole” .. ammesso che mai ciò possa essere! E’ un ossimoro Pannella arrendevole … beh cosa sarebbe successo? Non ne ho la più pallida idea … però certo lì, parlare di tentativo di abbraccio mitterandiano sarebbe stato francamente velleitario … quindi forse è giusto così.

La ringrazio davvero Direttore!

E di che?! Io mi sono divertito

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Introduzione - Buongiorno e benvenuti a Stampa e Reggime

Capitolo I
- Radio Radicale un esempio di servizio pubblico

Capitolo II - Da Trotsky a Pannella. Storia inedita del primo incontro fra Massimo e Marco

Capitolo III - Radicalia. Da Riccione a Padova verso la Rosa nel Pugno


Capitolo IV -
Riflessioni storico-politiche: costituente socialista, prospettive referendarie, l'anomalia Pci-Pds-Ds, ciò che sarà e ciò che non fu

politica interna
3 luglio 2007
[Radicalia] Intervista a Massimo Bordin - Capitolo III

RADICALIA - da Padova a Riccione verso la Rosa nel Pugno
(Terzo capitolo dell'intervista a Massimo Bordin
qua il primo capitolo
qua il secondo capitolo )

Più avanti anche la sua storia diventa storia radicale.

Beh .. diventa storia radicale, perché a me il Pci non è mai piaciuto. Questo primo maggio, ad esempio, sono andato a Barcellona a vedere la manifestazione della Cnt (Confederaciòn Nacional del Trabajo ndInoz), che tra l’altro mi ha molto deluso … ma in fondo credo che il movimento comunista, non solo quello russo, ma anche quello europeo, si sia macchiato di crimini gravi! Nei confronti anche della sinistra!
Li ho sempre visti, quindi, un po’ come il nemico. E’ una posizione la mia, che poi deve trovare la mediazione con la politica, che è una cosa diversa. Ma quella è stata la loro connotazione in alcuni snodi fondamentali della storia europea; in Germania per un verso, in Spagna per un altro, in quegli anni decisivi. Sono quelli che fanno l’alleanza coi nazisti contro i socialdemocratici, sono quelli che ammazzano gli anarchici trotskisti e … no  … non mi sono mai stati simpatici …

Sono quelli che anche durante la lotta di liberazione, in Italia, con le brigate Garibaldi, le brigate azioniste …

Per carità! Sì! Li però la cosa è un po’ più complicata .. però è vero che è così, sì.

Tra l’altro questa notazione mi dà lo spunto per chiederle un suo parere su chi ha commentato la manifestazione di piazza Navona per l’orgoglio laico, come una manifestazione di “frontismo laico”; in cui il rischio era quello di vedere la piazza dominata dalle ragioni della laicità dell’estrema sinistra.

Ho capito, ma come dice Alice: il problema è chi comanda! Cioè, insomma, Mitterand ha portato i comunisti al governo, però li ha soffocati in un abbraccio mortale, che oggi li vede come forza marginale inferiore alla IV Internazionale, questa è la verità! Quindi, voglio chiederle: non era un’operazione frontista quella di Mitterand? Beh da questo punto di vista sì, lo era. E poi era il partito di Marchais (Georges Marchais) non era certo ai minimi storici di oggi. Però la linea politica di quell’operazione frontista di Mitterand era intelligente, acuta: è riuscito ad avere l’egemonia. Così come in piazza Navona … certo … c’era pure uno con la maglietta con su scritto “ha da venì baffone” .. però, diciamo così, non dava l’imprinting alla manifestazione. Il problema è tutto lì!
Ed è cosa diversa, ad esempio, dal frontismo della sinistra democristiana che partecipava alle manifestazioni antifasciste, in occasioni canoniche, negli anni ’70, perché lì, in effetti, l’imprinting lo dava il Pci.

Concordo in pieno. La sua storia che diventa storia radicale, però, ci porta a trattare dell’attualità del soggetto politico Radicali Italiani, che, a detta di molti, ed è anche la mia modesta opinione, è in una fase di difficoltà. Di difficoltà strategica, ma anche di difficoltà interna. Lei come giudica questa fase della vita politica di Radicali Italiani?

Ma, non lo so. Vede, dopo i miei trascorsi politici io ho deciso che la politica mi piaceva, sì, però era meglio guardarla. Se parlo con un amico o con un politico posso dirgli quello che penso, così come faccio con gli ascoltatori, ma non mi permetterei mai di andare, che ne so, in un mercato a dire alle signore che fanno la spesa qual è la linea politica giusta. L’ho già fatto e gli ho dato una linea politica sbagliata! (Bordin sorride divertito) E’ bene dunque che mi astenga dal rifarlo! Se tutti facessero lo stesso staremmo meglio!
Ma insomma, detto questo, Radicali Italiani ha tenuto il suo ultimo congresso a Padova … e non è stato bello, su questo non c’è dubbio. Non so se ne siamo usciti con la soluzione più forte, però adesso ci sono alcune idee forza sulle quali è bene lavorare.
A me però una cosa stupisce: la Rosa nel Pugno ha preso circa un milione di voti, che è grossomodo il triplo di quello che ha preso Mastella ed è più di quello che ha preso Antonio Di Pietro. Allora, siccome quel milione di voti è fatto di gente in carne e ossa che è andata a votare, bisognerebbe anche tenerne conto e cercare di lavorare per far vivere questa esperienza. Non credo che ci sia un settarismo Radicale, e nemmeno un settarismo socialista, è però assolutamente evidente che l’approccio alla politica è molto diverso … anche perché sennò si sarebbero trovati prima, perché poi i contatti ci sono stati anche in passato. E’ però anche vero che sono due partiti vicini, pur se lontani nelle loro radici ideologiche, e la Rosa nel Pugno è stata davvero una novità politica importante.

Ora però lei mi dà lo spunto sulla Rosa nel Pugno …


Beh piazza Navona è stata un’occasione importante, dopo tutte le incomprensioni, tutte le differenze che si erano evidenziate.
Ma vede, io parlo dell’esperienza dei Radicali, perché è quella che più seguo. Se vuole che gliela dica tutta, secondo me l’errore, se un errore c’è stato, è stato quello di fare troppo in fretta il Congresso non di Padova, ma il Congresso di Riccione, dove invece, forse, una soluzione di continuità, per esempio alla Segreteria Radicale, sarebbe stata più logica. Anche per la stessa Rosa nel Pugno. Badi bene, alla Segreteria, non poi per le candidature o altro, per carità .. Però è evidente che se un Segretario si caratterizza come uno che dice “ha fatto bene la Tatcher a spezzare la schiena ai minatori inglesi” … manco al sindacato, ma ai minatori … Eh poi io mi rendo conto che un qualche sconcerto, in una base elettorale che vede la Rosa nel Pugno come un ritorno - perché poi quello è un simbolo socialista, ma anche Radicale – un ritorno dicevo anche a quel Partito, beh .. forse lì la soluzione di continuità sarebbe stata sensata. E probabilmente non avremmo nemmeno avuto un caso Capezzone .. o forse lo avremmo avuto prima, non so dirle, però comunque sarebbe stato forse politicamente più decifrabile.

Lo Sdi però ha un corpo strano, per quanto molto esile. Nella poco esperienza che ho, ho visto che un parte della base, non so dire quanto grande, ma specie i craxiani ed alcuni giovani, vedevano in Capezzone un possibile elemento di recupero di alcuni momenti di rottura che il Psi ebbe … il referendum sulla Scala mobile ad esempio … che poteva essere credibile come alternativa forte verso una sinistra che è vissuta con un dato di certa insofferenza. D’altronde in alcuni sopravvive un antico astio mai sopito verso quelli che allora si chiamavano Pci, che oggi sono Ds e che domani saranno Partito Democratico.


Io ho capito dove mi va a parare! C’è però un aspetto che è importante; quelli che lei chiama “i craxiani” oramai sono pochissimi nello Sdi, perché sono andati quasi tutti a Forza Italia.

Verissimo.


Questo è il dato di fatto. E proprio per quella reazione che lei ha detto. Alcuni, a tutto concedere, stanno con De Michelis … ma più di tanto … E pure sui giovani ..

No ma ha ragione, ed in effetti nell’ultimo periodo mi è parso di vere un certo affievolimento d’interesse verso Capezzone, anche perché non molti sembrano disposti a seguire il percorso che sta intraprendendo.


Anche perché bisognerebbe capire dov’è che porta. Io ancora non l’ho capito .. a meno che domani Luca Cordero non dica dal palco di viale dell’Astronomia … non si può escludere niente, neanche aspettative del genere, ma io avrei i miei dubbi ..


Anche in questo sono d’accordo con lei.

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Capitolo II - Da Trotsky a Pannella. Storia inedita del primo incontro fra Massimo e Marco

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POLITICA
27 giugno 2007
[Da Trotsky a Pannella - La storia inedita del primo incontro fra Massimo e Marco] Intervista a Massimo Bordin - Capitolo II


DA TROTSKY A PANNELLA - Storia del primo incontro fra Massimo e Marco
(Secondo capitolo dell'intervista a Massimo Bordin - a questo link il primo capitolo)


Se di RR e del suo stato di salute abbiamo detto, a questo punto vale la pena chiedere a lei come sta. Sveglia 5 giorni su 7 verso le 6:40 della mattina per preparare la rassegna stampa ..

Lei vuole scherzare! Io mi sveglio un’ora prima. Se mi sveglio alle 6:40 sono rovinato!

Ah! Quindi è il lavoro che inizia alle 6:40!

Sì … più o meno riesco a parcheggiare la macchina sotto la sede di RR verso le 6:40!

E adesso, per la preparazione ha anche un po’ d’aiuto.

Ci sono tre redattori che si danno il turno, sono i curatori del notiziario Aversa, Reanda e Marafioti, che danno un’occhiata sull’eco della stampa, attraverso un sistema su Internet , per trovare le citazioni sui Radicali.

Lei fa una delle rassegne stampa più seguite e apprezzate che va ora anche in video su Nessuno TV, oltre che sul web grazie a RadioRadicale.it.
Trova questo lavoro più “usurante” o più gratificante?!

Beh dai, “lavoro usurante” è una parola grossa, lasciamola a quelli che davvero fanno lavori usuranti. Gratificante lo è sicuramente, perché riscontro spesso che la rassegna è seguita non solo dall’ascoltatore tipo che m’immagino ascolti Radio radicale, ovvero quel target che la radio si dà: opinion maker, giornalisti, politici, amministratori. Ma anche da persone assolutamente al di fuori della politica, e che proprio perché fuori dalla politica ritengono Stampa e Regime uno strumento utile per capire cosa succede nella giornata. Questo sì è gratificante.

La stessa cosa vale per la conversazione con Marco Pannella?!

La conversazione con Pannella è un programma di culto! Ha un ascolto più ridotto, stando ai dati, però di fedelissimi e che spesso non sono Radicali! E’ questa la cosa singolare.
A parte che anche in quel caso il target è alto, ci sono degli ascoltatori insospettabili, dei quali NON farò i nomi, che seguono con attenzione la conversazione. Perché è il punto della settimana, fatto da Pannella, sugli avvenimenti politici: è la trasmissione di Pannella in fondo.

Adesso le farò alcune domande sulle quali la prego di correggermi se sbaglierò i riferimenti. Lei in gioventù ebbe a militare tra i Gruppi Comunisti Rivoluzionari (GCR) … giusto?

Sì come no!

.. e che erano la voce italiana del movimento trotskista e della IV Internazionale. Cosa ha conservato di quella giovanile passione per il compagno Lev Davidovic Bronštejn?

Beh, ma io per la verità avevo cominciato a militare prima .. dunque io sono di formazione comunista eretica, perché il PCI non m’aveva convinto nemmeno a 16 anni, quindi quando c’è stato il movimento studentesco io mi sono trovato bene .. ho frequentato il movimento, ho seguito tutto quello che è successo lì, frequentavo collettivi, poi insomma .. ad un certo punto ho avuto una svolta leninista ortodossa e mi sono messo con i compagni della IV Internazionale, ma è durata poco … E’ durata dal ’73 al ’78 … una cosa del genere, ma del movimento nel ’77 era già finito tutto.

Ho fatto qualche ricerca e tra le cose più curiose ho trovato un documento sulla XVII conferenza nazionale di GCR, del ’73 ..

No, nel 1973 io non c’ero ..

Novembre ’73 ..

Ah, novembre ’73 forse allora mi ero appena iscritto ..

.. a quanto ho avuto modo di leggere a quella conferenza si presentò una minoranza che si chiamava Tendenza Marxista Rivoluzionaria, guidata da Roberto Massari

Lo so, lo so, è una balla di Massari, l’ho letto anch’io …

Quella cosa lì …

Sì ma guardi, io ricordo perfettamente tutta la storia. Dunque, Roberto Massari, degnissima persona e valoroso editore di libri che meritano pure, in alcuni casi, all’epoca era un militante rivoluzionario quasi a tempo pieno. Sociologo in origine, ma persona versatile … ha fatto anche il maestro di pianoforte .. insomma un tipo pieno d’iniziativa ..
Dunque lui aveva questa “tendenza marxista rivoluzionaria”, noi eravamo giovani e libertari e quindi davamo, insomma, una qualche attenzione anche a chi dissentiva, non eravamo molto ortodossi.
Tutto qui, però io non ho mai pensato di militare per la tendenza di Massari!

Sì, sì, però c’erano …

Sì lo so ho visto che mi hanno inserito ma non ….

Sì, ma guardi, c’erano in quella pagina, alcuni estratti del documento presentato a quella conferenza del ’73 …

Sì, ma non c’entro nulla! Non ne prendo le distanze perché ho paura di passare per un estremista! Le dico tranquillamente che io all’epoca ero più estremista di Massari! Ritenevo Massari dogmatico, sostanzialmente, troppo ingessato.
Tutto lì, ma sono dibattiti quasi esoterici se fatti oggi .. Cioè, lei capirà che il dibattito sull’Argentina, il peronismo e la fazione operaia del sindacato in quella situazione è formativo senz’altro, dal punto di vista della formazione generale, politicamente però lascia poco!

No, ma guardi era giusto lo spunto per offrirle una battuta ..

Eh …

In quel documento, della minoranza di GCR, si legge che ci si deve impegnare per: la battaglia per la costruzione di una tendenza sindacale antiburocratica, lo sviluppo del lavoro politico tra gli studenti, l’intervento a sostegno del movimento della donna e contro le istituzioni totali e infine la lotta per l’applicazione del “centralismo democratico” nell’Internazionale.
La battuta che volevo farle era: ma lei era già Radicale senza saperlo?!

Ahhh! Vogliamo parlare di questo! No, ma questo è verissimo. Ma adesso questo sarebbe un dibattito teorico rilevante; e poi non è che uno deve dare un senso alle scelte della sua vita, però è vero che nella tradizione del movimento operaio e comunista la corrente trotskista è quella più attenta al dato del … diritto è una parola grossa, però al dato delle regole sì.
Molti dibattiti delle varie componenti trotskiste, che non fanno che scindersi, rifondersi, fondare internazionali e quant’altro … con forme che a volte tracimano nella megalomania, dedicano attenzione al dato formale. Perché poi, in fondo, la stessa concezione di burocrazia ha una lettura originalissima in Trotzky. Un testo come “La rivoluzione tradita” è un testo importante, perché spiega non solo le degenerazioni del partito .. che forse erano insite nel concetto stesso del partito leninista, e qui è il limite di Trotzky … ma non c’è dubbio che la disamina più precisa della degenerazione burocratica del partito in Russia è quella di Trotzky, almeno per tutti gli anni ’30.
Prova ne sia che escono fuori, da quella scuola di formazione politica, sociologi americani che poi si occupano di temi che sono stati all’attualità. Burnham per esempio è uno che viene dalla IV Internazionale, tanto che quando poi ne uscì, Trotzky scrisse contro di lui il suo ultimo libro “In difesa del marxismo”, in cui accusa Burnham di avere compiuto deviazioni sociologiste. Beh .. Burnam è un sociologo che ancora viene citato!

Tornando al ’73 … più o meno in quel periodo, Pannella – lo ricordava anche nella sua ultima conversazione alla Radio (domenica 20 maggio) – scriveva la prefazione ad un libro di Valcarenghi

Ma Valcarenghi non c’entra nulla col trotskismo …

No, no, no, il riferimento è a quel periodo, quello stesso periodo in cui Pannella scrive quella prefazione, che Pasolini definì un Manifesto del radicalismo …

Sì è molto bella quella prefazione.

Gliene riporto una citazione brevissima: “Amo speranze antiche come la donna e l’uomo; ideali politici vecchi quanto il secolo dei lumi, la rivoluzione borghese, i canti anarchici e il pensiero della Destra storica”. (- Bordin sorride -) Di lì ad un anno, nel ‘74, ci sarebbe stato il referendum sul divorzio.
Ebbene, come avvenne il suo primo incontro con Marco Pannella?

Guardi, il mio primo incontro con Pannella lo ricordo distintamente … ma non glielo diciamo, le affido uno scoop … Il mio incontro con Pannella, per quanto ricordi … può darsi che l’abbia visto anche prima, però onestamente se anche fosse è un ricordo che non si è impresso … però dunque, no …
E’ proprio quando c’è il referendum sul divorzio. C’è una grande festa a piazza Navona, dove va tutta l’estrema sinistra e c’andiamo anche noi. Ad un certo punto mi ricordo che, siccome c’era una campagna elettorale amministrativa e la piazza era effervescente, c’era uno striscione del Msi messo tra due alberi a piazza Venezia. Allora alcuni miei amici cominciarono a tirare giù quello striscione, con l’evidente intenzione di dargli fuoco.
Allora arrivò Pannella, piuttosto seccato, e disse a me, perché mi trovavo io lì, alla testa del manipolo di trotskisti locali, e mi disse: “Noo lasciate stare! La polizia non aspetta altro!”. E io feci il coatto e dissi: “E noi non aspettiamo altro che la polizia! E allora?!”
E quello fu il mio primo incontro con Pannella!
Poi ovviamente io sono cambiato e lui no! E questo va a suo onore.

Una scena bellissima!

Però poi quello striscione non lo bruciammo. Alla fine demmo retta a Pannella.

Ah sì?!

Come usa dire: “il buonsenso prevalse”. Perché dopo avere tenuto il punto con Pannella, parlai con i compagni e dissi: “non facciamoci riconoscere no! Vediamo se la cosa può filare liscia!”

Quindi il cambiamento era già in atto!

Ma non sono mai stato un estremista. Non troverà su di me cose di cui mi debba vergognare.

Non avevo alcun dubbio al riguardo

--- fine capitolo 2 ---

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radio
25 giugno 2007
[Stampa e Reggime] INTERVISTA ESCLUSIVA CON MASSIMO BORDIN
(nuova) INTERVISTA A RADIO RADICALE


“Buongiorno e benvenuti agli ascoltatori di Radio Radicale, questa è Stampa e Reggime …”; dal lunedì al venerdì, centinaia di migliaia di italiani vengono accolti al loro risveglio dai saluti di Massimo Bordin – alle 7:30 quelli in diretta, alle 9:30 quelli in replica – che si appresta a presentare, leggere e commentare le principali notizie di rilievo politico riportate dai quotidiani italiani. Una rassegna stampa, se si vuole, militante fin dal titolo, trasmessa sulle frequenze dell’organo d’informazione della lista Marco Pannella, ma che pure, proprio nel rispetto della prassi Radicale, si rivolge e trova ascolto in un pubblico ben più ampio dei soli militanti o simpatizzanti radicali.

Con straordinaria regolarità stereo, radiosveglie, impianti hi-fi, addirittura radioline impermeabili (un amico se n’è comprata una per poter ascoltare Stampa e Regime anche sotto la doccia) sintonizzate su Radio Radicale, accompagnano i momenti di quotidianità mattutina delle persone più diverse, trasmettendo una delle preghiere laiche più seguite d’Italia, officiata con humor sottile e tagliente dal direttore Massimo Bordin. E’ proprio nella ricchezza espressiva di lettura e commento delle notizie – fatta di pause, sospiri, dubbiosi “beh”, punzecchiature sarcastiche e affondi fulminanti – che si trova la cifra di una rassegna stampa che non è facile collocare esattamente fra informazione, intrattenimento ed arte.

Ma Bordin è anima di Radio Radicale almeno quanto Pannella lo è del “soggetto politico Radicale” (e non sempre è facile distinguere dove inizia l’una e finisce l’altra); dedica la propria attività anche alla cura dello “speciale giustizia”, regolarmente in onda all’ora di cena, attraverso cui è possibile seguire lo sviluppo di importanti processi, casi giudiziari di rilievo, convegni e assemblee del Csm; ed è sempre lui che la domenica sera accompagna gli ascoltatori nel programma cult di RR, quella conversazione con Marco Pannella che rappresenta un unicum nel panorama politico italiano.

Di questo abbiamo parlato – era mercoledì 23 maggio – proprio con “il direttore Massimo Bordin”, che ringraziamo per la sua cortesia.
Ma abbiamo parlato anche di anni Settanta e di sinistra, di laicità e di Radicali Italiani, di prospettive future e scelte passate ... con una piccola e preziosa chicca: la storia del primo incontro fra Massimo Bordin e Marco Pannella!


Questa settimana la "programmazione" di questo blog sarà dedicata alla pubblicazione, in più parti, di questa lunga intervista, della quale, al termine, renderemo disponibile anche la versione audio per podcast.


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CULTURA
23 giugno 2007
[Le intervistine(z) del week-end] Dino Cofrancesco - Un maestro di liberalismo
Il fine settimana è il momento migliore per dedicarsi a letture rilassanti ed anche un blogghettinoz come questo può proporvi qualcosa che potrebbe fare al caso vostro.
In attesa di proporvi, a partire da lunedì, l'ESCLUSIVISSIMA ED INEDITA INTERVISTA CON IL DIRETTORE DI RADIO RADICALE MASSIMO BORDIN, in archivio abbiamo a disposizione un pò di belle interviste realizzate negli scorsi mesi e che non sono mai state pubblicate su queste pagine. Ve le proporremo dunque a cadenza periodica nei prossimi week-end (frequenza estiva permettendo) su http://inoz.ilcannocchiale.it.
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La prima intervista recuperata dagli archivi è quella realizzata con il professor Dino Cofrancesco, ordinario di Storia del pensiero politico nella Facoltà di Lettere e Filosofia di Genova. E' uno dei maggiori studiosi italiani del pensiero liberale.
Ha svolto in particolare ricerche sul pensiero liberale europeo dell'Ottocento - soprattutto francese e inglese - sulla teorica federalista (da Hamilton a Spinelli), sui "miti politici", sulla destra radicale e sulla funzione degli intellettuali nella società moderna e contemporanea - con particolare riferimento all'Italia.
Editorialista del "Secolo XIX", collabora e ha collaborato con il "Corriere della Sera", "Il Riformista"; "Il Mattino", "Mondo Operaio", "Liberal".
Tra le sue pubblicazioni: "Intellettuali e potere", Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1995; "Il linguaggio della politica. Vademecum per il cittadino, prefazione di Indro Montanelli, Ecig, Genova, 1999; Gramsciazionismo e dintorni, prefazione di Sergio Romano, Ed. Costantino Marco, Lungro (Cs), 2001; "La democrazia liberale (e le altre)", Rubbettino, Soveria Mannelli, 2003.

L'intervista che segue è stata realizzata nell'aprile del 2006. Mi si obietterà che si tratta di oltre un anno fa ... Ebbene se avrete la pazienza di leggere tutto, fin in fondo, scoprirete degli spunti, delle riflessioni, delle analisi che mostrano proprio oggi tutta la loro lucidità.

D - Il suo libro, «Il linguaggio della politica» (ECIG, Genova, 1999), uscito con una bella e lusinghiera prefazione di Indro Montanelli, è un puntuale ed agile "vademecum per il cittadino" in cui vengono illustrati i termini più correnti nel lessico politico attuale. Alla voce “liberalismo” si legge: «oggi tutti si dicono liberali, ma pochi sono realmente disposti a vedere nel giacobinismo – ovvero nell’idea che il pubblico sia fonte di valori alti e il privato mero deposito di interessi bassi – il nemico mortale del liberalismo. “Sono i comuni cittadini a decidere quali poteri debbono essere conferiti allo Stato o è lo Stato a stabilire quali libertà debbono essere concesse ai cittadini?”. E’ la risposta a questa domanda che distingue la società liberale da quella giacobina – rossa o nera che sia». Il fenomeno del giacobinismo costituisce una componente fondamentale dell’ideologia di gran parte degli intellettuali italiani, quali crede ne siano le ragioni?

R - Le ragioni sono molte e complesse. Le più rilevanti sono quelle legate alla genesi dello ‘stato moderno’ che  in Italia non è nato dalle viscere della società civile come nell’America del Nord né dagli impulsi di potenza di dinastie che, nell’età degli assolutismi, avevano potuto modificare le carte geopolitiche dell’Europa senza dover coinvolgere i rispettivi sudditi. Il Risorgimento è stato, per riprendere una espressione di L. Namier, una <rivoluzione degli intellettuali>.
Sennonché, una volta compiuto il processo unitario, gli intellettuali non ne hanno beneficiato come ceto se non in minima parte. Il forzato ‘congedo’ha, così, ingenerato in essi un sentimento di alienazione nei confronti delle istituzioni che li ha visti costantemente all’opposizione:un’opposizione ‘antisistema’, fosse di destra (es. i nazionalisti) o di sinistra, ma caratterizzata sempre da un penchant giacobino.
Per ‘giacobino’ intendo uno stile di pensiero che vuole lo Stato forte, rispettato, legittimato dal consenso del ‘paese reale’ e, pertanto, in grado di risanare un paese arretrato, provinciale, familistico amorale. Sono state le reali condizioni di arretratezza del Sud, del Centro, di larga parte del Nord-Est ad alimentare la protesta sociale e a fornire  le masse ai partiti dell’Estrema non le mitologie elaborate dagli intellettuali ma il ruolo negativo (a mio avviso) svolto da questi ultimi è consistito nell’utilizzare disagi profondi e disillusioni giustificate in un’opera costante di delegittimazione del sistema politico ("il paese legale"). Col risultato che  scontri e tensioni o hanno provocato la caduta delle classi dirigenti o la loro illusoria reazione: quasi mai hanno indotto i governanti a far fronte con pragmatico realismo alle sfide del tempo, a lasciarsi integrare da nuovi attori sociali, rappresentativi di gruppi e di aree fino a quel momento esclusi dal potere.
Se è lecita una battuta, alla borghesia italiana ha fatto più paura il fanatismo ideologico degli intellettuali — per lo più piccolo-borghesi alla ricerca di status e pronti a porsi alla guida delle ‘masse povere e diseredate — che non il volto minaccioso del bracciante o dell’operaio rivendicante un equo compenso per le sue prestazioni.


D -
François Furet, in un intervista del 1991, interrogato sulla reale fine del comunismo rispose così «Non sono certo che si possa seppellire in fretta la critica comunista della società democratica. E’ possibile che abbia ancora un certo futuro. Certo, essa è morta nella sua incarnazione territoriale, poiché l’Unione Sovietica non esiste più e il mito rivoluzionario di cui era portatrice è scomparso insieme ad essa dalla mappa, nel senso geografico del termine. Ma la critica del capitalismo, del denaro, della disuguaglianza, della cosiddetta democrazia borghese, resta parte integrante della modernità politica. Non credo si possa pensare la democrazia moderna separatamente da ciò che la nega alla radice e che si nutre continuamente di buone ragioni e di esempi eclatanti. Colpisce nella società borghese la sua capacità di autodenuncia. Mai altra società al mondo ha prodotto tanti nemici di se stessa. Non vedo perché tutto ciò debba finire”.
Condivide e trova attuale la considerazione di Furet?
Come la si può interpretare in relazione alla sfida che l’integralismo islamico ha posto alla civiltà occidentale (una sfida per certi versi simile a quella dell’ideologia comunista, ma forse ancor più insidiosa)?

R - Condivido in toto le riflessioni di Furet, peraltro uno dei più grandi storici — ma forse anche uno dei grandi pensatori del secolo scorso. La modernità politica può definirsi, in una sua accezione filosofica, come la rimozione radicale dell’idea di destino. L’homo faber, per la prima volta nella storia, può raggiungere il pieno dominio della natura, sia di quella esterna -- "la bella d’erbe famiglia e d’animali" -- sia di quella interna a lui — i suoi vari e molteplici impulsi. Se le cose vanno male ciò dipende o dall’ostinazione a non voler far uso della ragione (v. la spiegazione illuministica dei guai che affliggono l’umanità) o da biechi interessi di individui e di classi (v. le teorie anarchiche e socialistiche, scientifiche o ‘utopistiche’). L’uomo della strada, nell’epoca della secolarizzazione, non accetta l’idea che non ci sia ‘niente da fare’, che le disgrazie, che gli sono piovute addosso, vengano ‘dal cielo’ — come ‘i figli e i canonicati’ — e che, pertanto, avendo cause oggettive, sfuggano al potere dell’intelligenza organizzatrice.
Per questi motivi, la ‘società aperta’ sarà sempre aperta alla contestazione giacché produce, insieme, ricchezza e disuguaglianza, dove il secondo termine non è un prodotto indesiderato del primo ma l’altro lato della medaglia: c’è ricchezza perché c’è gara ovvero una competizione continua che attiva incessantemente risorse materiali e intellettuali--e nella gara ci sono vincitori e perdenti. Chiedere ai perdenti la rassegnazione era possibile nelle società d’ancien régime non nell’era moderna in cui non si comprende come chi è in grado di creare una somma di comfort quale non s’è mai vista prima non sia poi in grado di ripartirla equamente. Non meraviglia, ripeto, che si tenda ad attribuire l’asimmetria tra la straordinaria capacità di produrre e l’inspiegabile incapacità di assicurare a tutti un’agiatezza proporzionale a una cattiva organizzazione dell’economia dovuta a ignoranza o a interesse.
Le frustrazioni sociali sono iscritte nel DNA delle democrazie capitalistiche e non vi sono ‘analisi’ (nel senso psichiatrico) che possano eliminarle. Regressioni e fughe in avanti sarebbero rimedi peggiori del male giacché comporterebbero il controllo totale di quelle sfere vitali — economia, etica, politica, diritto, religione etc. — che la modernità ha separato e la cui separatezza è all’origine dell’individualismo e della "libertà dei moderni". (Sono libero perché la tradizione, il clan, la chiesa non vincolano le mie scelte sentimentali o culturali; sono libero perché il fatto che i miei avversari politici siano al governo non ha ricadute drammatiche sul mio lavoro, sulla mia azienda, sul tenore di vita della mia famiglia; sono libero se il mio stile di vita, deprecato dai miei vicini benpensanti, è giuridicamente irrilevante). Il guaio della società aperta è che, per parafrasare la celeberrima definizione della democrazia di Churchill, rappresenta un ‘male’ che ha una sola alternativa: il peggio : il "controllo totale" ovvero il totalitarismo.


D - Il suo saggio «La democrazia liberale (e le altre)» (Rubbettino, Catanzaro, 2003) si chiude con il capitolo intitolato “Berlusconi è democratico o liberale?”, in cui critica l’operazione culturale di parte della sinistra, tesa a presentare i propri interessi come valori universali, contrapposti ai valori degli altri come interessi egoistici e, tutto sommato, spregevoli; e si chiede quale tipo di civic culture si potrà mai costruire su tale base.
La recente campagna elettorale per le elezioni politiche, i risultati di queste ultime e l’attuale fase politica ripropongono l’attualità di quell’interrogativo. Crede che oggi vi possano essere le condizioni per un superamento di questa visione delle cose?

R - Gli esiti di questa campagna elettorale sono stati, a mio avviso, disastrosi per quanto riguarda la normalizzazione del conflitto politico e la formazione di una civic culture democratica e liberale. Se lo spoils system dell’Unione dovesse mai realizzarsi, avremmo le tre più alte magistrature dello Stato — i Presidenti di Camera, Senato e Repubblica — assegnate alle sinistre (e, nel caso della Camera, a una sinistra antisistema che nel paese ha raccolto appena il 6% dei suffragi elettorali..). Inoltre, stando non a un qualche editorialista del ‘Giornale’ di Belpietro, ma a Rossana Rossanda, "banche, confindustria, grandi organi d’informazione" sono tutti schierati a favore di Prodi; e così la stragrande maggioranza dei governatori regionali, la magistratura, le scuole d’ogni ordine e grado, l’alta burocrazia, gli impiegati statali, il mondo dello spettacolo al completo, la ‘carriera’ diplomatica etc. In un contesto di questo genere, un populista (dai tratti talora spregevoli) come Berlusconi rischia non solo di svolgere un ruolo democratico ma, altresì, di salvaguardare uno spazio alternativo al ‘regime’ prossimo venturo oggettivamente prezioso per chi ritenga il pluralismo un prerequisito funzionale del liberalismo. Fidandomi poco dell’etica politica dell’uomo di Arcore non escludo, però, un suo venire a patti col Palazzo: l’interesse privato è stato la molla che lo ha portato ad approfittare della morte (per via giudiziaria) della Prima Repubblica, l’interesse privato potrebbe portarlo a riconciliarsi con la Seconda.
Insomma sono pessimista. Una sinistra, caratterizzata da un alto senso dello Stato, avrebbe dovuto tenere, all’indomani della consultazione elettorale, discorsi come questo: "Abbiamo vinto con uno scarto di meno di venticinquemila voti. Ciò significa, in sostanza, che metà del paese si è espressa contro di noi. Ne terremo conto, in primo luogo, formando un ministero di sinistra, sì, ma composto di uomini di grande prestigio e stimati anche dai nostri avversari; in secondo luogo, presentando in Parlamento leggi ragionevoli, lontane da ogni radicalismo; in terzo luogo, cercando di responsabilizzare l’opposizione per quanto riguarda quelle misure drastiche che, in una congiuntura sfavorevole come l’attuale, saremo costretti a prendere, anche a costo di renderci impopolari".
Prodi & C. hanno tenuto un linguaggio opposto: grande tracotanza, determinazione ad andare avanti fino in fondo e ad attuare il programma concordato in tutti i suoi punti, demonizzazione di ogni proposta di Grosse Koalition, delegittimazione della Casa delle Libertà e continui show contro il Cavaliere—da blob alle arringhe di Nanni Moretti nel suo grand tour per la presentazione del ‘Caimano’’—come se si fosse sempre in piena campagna elettorale. A ciò si unisca lo spettacolo (indecente, a dir poco) dei cattolici dell’Unione oscurantisti sulla questione delle cellule staminali e della procreazione assistita ma pronti a sostenere senza batter ciglio il leader di Rifondazione Comunista che ha portato in Parlamento…Vladimir Luxuria.
Sono sincero. Quanti come me hanno auspicato la fine del berlusconismo, anche in ossequio a quel principio dell’alternanza che resta il segno inconfondibile della democraticità di un sistema, si sentono un po’ come gli apprendisti stregoni…


D - Un suo recente articolo (Cafagna l’ha definito un vero e proprio saggio) pubblicato su «il Riformista» (venerdì 14 aprile 2006), giudica la Rosa nel Pugno, una “penosa replica della storia” e si chiede il perché di una mancata confluenza dello Sdi nel partito dei Ds, che avrebbe potuto rafforzare la componente sinceramente riformista dei Ranieri e dei Morando. Biagio De Giovanni, sempre dalle pagine del quotidiano arancione (sabato 15 aprile 2006), le ha risposto rilevando che “la congiuntura di oggi – in presenza di una sinistra scarsamente sensibile alle istanze di una riforma liberale della società – chiama a mettere insieme quelle forse senza le quali l’asse Ds-Margherita sarà tentato da un compromesso del cui grigiore si avvertono tutti i segni”.
Trova fondata l’obiezione di De Giovanni? Non le pare, inoltre, che la Rosa nel Pugno sia il tentativo (sul cui valore ed esito è forse presto per esprimersi) di dare corpo ad un’identità politica liberale e socialista che stenta a trovare spazio nell’attuale sistema politico italiano? Non crede, infine, che le difficoltà della Rosa siano in buona parte dovute anche all’assetto di quest’ultimo?

R - Paradossalmente, alla luce di quel che è avvenuto l’11 aprile, le obiezioni dell’amico De Giovanni mi sembrano da prendere in seria considerazione. I dirigenti dei partiti oggettivamente più responsabili dell’Unione—DS e DL—stanno mostrando di non avere alcuna capacità di neutralizzare l’asse Prodi/sinistra radicale che, come ha scritto lucidamente Angelo Panebianco, potrebbe essere una replica dell’asse De Mita/PCI in funzione anti-Craxi (dove i nuovi Craxi sarebbero, appunto, Fassino e Rutelli).
La componente riformista dell’Unione rivela, in questi giorni, una inconsistenza francamente insospettata: non guida le piazze, ne registra gli umori e, sulla base degli umori, ridefinisce programmi e strategie. D’altra parte, come riempire la postazione da lei lasciata?  Se posso concordare con De Giovanni sulla pars destruens, continuo a trovarmi in disaccordo su quella construens. Che fare? Rialziamo la bandiera del laicismo radicale in anni in cui il magistero ecclesiastico è ridotto a una larva di quel che era negli anni cinquanta? Facciamo i giacobini dichiarando  unica scuola legittima quella statale e considerando incostituzionale ogni sostegno a quelle private? (da buon liberale sono contro il finanziamento pubblico delle scuole cattoliche ma non sono affatto ostile alla defiscalizzazione delle spese sostenute dalle famiglie che hanno preferito mandare i figli  alle scuole private piuttosto che a quelle statali).
Gettiamo alle ortiche il Concordato voluto da Craxi in un periodo in cui la Chiesa potrebbe rappresentare, non per sua vocazione ma per sua collocazione oggettiva, un importante fortilizio in un Occidente sempre più assediato dal fondamentalismo islamico? Solleviamo la questione dello spinello libero e dei PACS, ponendo nella categoria dei diritti civili assoluti delicate questioni di etica sociale che dovrebbero venire affidate a un referendum propositivo (istituto da inserire nella nostra Costituzione) da indirsi in un clima di grande compostezza e di rispetto degli avversari? Rivolgo una domanda ingenua ai radicalsocialisti: si può essere contrari al matrimonio gay e, soprattutto, al diritto di adozione esteso agli omosessuali, senza venire accusati di oscurantismo? Per i rosisti, l’etica è senza verità, per citare un testo famoso del compianto Uberto Scarpelli, o il cognitivismo etico deve ispirare tutte le leggi relative a materie delicate come l’aborto, l’eutanasia, l’omosessualità?).
La Rosa nel pugno non si è caratterizzata, nella campagna elettorale, per le sue proposte ‘riformiste’ sui grandi temi che agitano l’Italia e il mondo contemporaneo ma per le sue battaglie vetero-radical-laiciste, che forse hanno pure fatto perdere qualche voto all’Unione. Gli ukase di Ruini, i moniti di Papa Ratzinger possono essere (a dir poco) inopportuni ma ritenere che, con tutto quello che bolle in pentola, l’anticlericalismo possa risultare attraente per una parte consistente degli elettori italiani è davvero segno preoccupante  di un venir meno del senso della realtà. Tale irrealismo mi ha fatto venire in mente  un episodio del tempo di guerra tante volte ricordato in famiglia. I miei genitori e i nonni materni vivevano in un paesino ciociaro, a pochi chilometri dall’Abbazia di Montecassino. Spesso, come si può ben immaginare, erano costretti a rifugiarsi nelle profonde cantine dell’antico palazzo dove abitavano per non cader vittime dei bombardamenti aerei.
Un giorno mentre tutti correvano verso quei rifugi improvvisati, la nonna materna, un donnone ligure severo e imponente, pretese che, prima di mettersi tutti in salvo, venisse allo scoperto l’incivile che s’era servito del WC (comune ad altri inquilini, che avevano perduto le loro case) senza poi pulirlo debitamente! Morale della favola: ci sono cose spiacevoli (il cesso sporco, l’invito di Ruini non a votare contro — diritto che non gli si poteva negare — ma a boicottare i referendum sulle staminali) ma che, quando Annibale è alle porte, diventano di secondaria importanza.
Va detto, inoltre, dei radicali — gli unici partner visibili de La Rosa nel pugno: dei socialisti, infatti, chi se n’è accorto? — che quando si sono astenuti dal fare discorsi da ‘Società Giordano Bruno’, hanno avanzato proposte del tutto in linea col liberismo della Casa delle Libertà e con le sue tesi sulla separazione delle carriere in magistratura. Tutto questo ‘disordine ideologico’ aveva qualcosa a che fare con la luminosa tradizione socialdemocratica e riformista alla quale dovrebbe rimanere fedele lo SDI? A quella tradizione che gli antenati nobili di Pannella — a cominciare da Piero Gobetti — tenevano “in gran dispetto”?
Bisogna ricostruire in Italia lo spazio del riformismo seriamente, guardandosi dai matrimoni improvvisati e da furbizie elettoralistiche che sono come i giochi in borsa: rendono più ricchi i ricchi e svuotano le tasche dei piccoli borghesi che hanno letto troppe biografie sui big di Wall Street.



permalink | inviato da inoz il 23/6/2007 alle 17:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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