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5 agosto 2016
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cinema
27 giugno 2016
La genetica e Bud Spencer
C'è stato un periodo che quando andavamo a San Giovanni delle Contee, i miei e le mie sorelle stavano già a casa nuova. Io invece stavo da mio nonno. Più o meno dai 12 ai 17 anni credo.
Ci stavamo tanto a San Giovanni.
Mio nonno paterno si chiama Enzo.
In casa ci stavo ovviamente poco. Sempre in giro, di solito a giocare a pallone, a carte, a fare case nel bosco o a perdere tempo in altri modi fantastici. E fa effetto ripensare a quanto tempo passavamo insieme. Un gruppo di ragazzini oggi più o meno disperso.
A pranzo e a cena io ed Enzo - che non eravamo esattamente autosufficienti, ma avremmo potuto arrangiarci, solo che gli altri non si fidavano - raggiungevamo sempre i miei a casa della Zizza e lì mangiavamo con tutta la famiglia. La famiglia allargata con zii e zie, come facciamo tuttora.
Dopo cena io di solito uscivo e andavo al bar (l'unico che c'era allora a San Giovanni, poi ha chiuso) o in giro per il paese, Enzo rientrava a casa nostra. Ma diverse volte capitava che si tornasse insieme ed io mi fermassi un po' a casa prima di uscire. Lui magari si sedeva sotto casa a frescheggiare, se era estate. Poi saliva e se non aveva sonno si metteva in salotto e accendeva la televisione.
A me piaceva tanto quando capitava di uscire dal bagno pronto per andare. Passare davanti alla porta aperta del salotto, sentire Enzo ridere, dare una sbirciata alla televisione e vedere una scazzottata con Bud Spencer e Terence Hill.
E allora mi fermavo lì con mio nonno. E guardavo quei film con lui. E se facevo un po' più tardi per uscire pace, al limite qualcuno sarebbe venuto a chiamarmi.
Perché mi piaceva che lui si divertisse, perché mio nonno era una persona gioiosa ed era bello vederlo felice. E mi faceva ridere l'idea di ridere con lui guardando Bud Spencer che dava cazzotti a piantapalo. O il doppio schiaffone. Ma quello che mi piaceva più di tutto era l'attesa che Bud Spencer (che mio nonno pronunciava Baspénse) si incazzasse di brutto. Quando, tipicamente, qualche sgherro del cattivo di turno lo provocava e lui si metteva le mani sui fianchi, scocciato e lo guardava dall'alto in basso. A quel punto io ed Enzo lo sapevamo cosa stava per accadere. Ma io stavo zitto, aspettando che fosse lui ad annunciarlo. "Ora lo vedi che succede". E partiva il primo cazzotto di Bud e la nostra prima risata.
Ed era la felicità.
Perché un nonno che ride. E che ride di gusto come rideva lui. Ti rimane addosso.
Dei maschi della mia famiglia dicono che siano, che siamo, dei cuorcontenti. Ottimisti, irriverenti, col sorriso addosso nel bene e nel male. Come fosse un carattere ereditario che si trova nei geni. 
Secondo me non è una questione genetica. Ma di aver riso insieme. Forse certe cose del carattere si trasmettono così da nonno a nipote o da padre in figlio. Ridendo insieme a lui per i film di Bud Spencer, mi piace pensare d'aver preso qualcosa dell'ottimismo un po' matto e meraviglioso di mio nonno.
16 giugno 2016
Fraio, Silvio e il cazzo ingessato
Fraio, è stato un amico fantastico. Uno spirito comico spontaneo, schietto, di paese. Travolgente. Ad alta gradazione alcolica. Con sketch spesso presi in prestito dalle vicende del paese (San Giovanni delle Contee, ovviamente), della scuola, delle cantine, delle sbornie e, unica concessione extraterritoriale, dai grandi classici della programmazione in seconda serata dei canali regionali tosco-laziali. Quella filmografia italiana di maestri come Marino Girolami, Mariano Laurenti, Michele Massimo Tarantini. Quei diamanti grezzi (di solito più grezzi che diamanti) fatti di meraviglie d'insegnanti, liceali, poliziotte, mogli e soprattutto infermiere e dottoresse. "L'infermiera nella corsia dei militari", "La dottoressa ci sta col colonnello", "La dottoressa preferisce i marinai" e così via.
Fraio li guardava la sera, a casa, in quelle notti d'inverno che nei paesi son spesso tanto lunghe quanto insonni davanti alla tv. E rideva di Alvaro Vitali che toccava il culo di Nadia Cassini (e scusate, ma che signor culo!) o di Lino Banfi che andava in titlt per le tette di Karin Schubert. Ed ecco che il nostro andava costruendo una propria immagine di ospedali abitati da megaculi in reggicalze, cosce sconsiderate, lascivia di pazienti porcelloni e soprattutto grandi risate.
Così, quando Fraio doveva andare in ospedale, magari ad accompagnare qualche caro, tornava sempre con una storia buffa da raccontarci. Ricordo che con Olmo, d'estate, sedevamo spesso davanti al bar in paese e a volte passava Fraio in macchina che tornava da una di queste visite in ospedale e nemmeno si fermava. S'accostava, abbassava il finestrino e ci raccontava che c'era qualcuno, nell'ospedale dov'era stato, a cui avevano immancabilmente ingessato il cazzo e che l'infermiera che lo curava era sempre "bona" e "maiala" e che infine, qualcuno, le aveva inevitabilmente toccato il culo.
Noi, capite, lo sapevamo già che se Fraio era tornato dall'ospedale, c'era qualcuno, nella bassa Toscana o nell'alto Lazio, ricoverato col cazzo ingessato. Aspettavamo che venisse rammentata l'infermiera sapendo già che sarebbe stata "bona". E infine il suo culo insidiato dalla mano di qualche paziente. Era sempre così.
Sapevamo già quello che stava per succedere in quel racconto così perfettamente canonico. E aspettavamo col sorriso che tutto ciò prendesse nuovamente forma. Era una gioia intima e in un certo senso rassicurante, quella che ci davano quei racconti. E quell'ospedale, dove la gente invece di soffrire (a parte quello col cazzo ingessato) tocca i culi e se la ride.
La stessa gioia, la stessa attesa che succedesse, lo stesso sentirsi rassicurato che ho provato ieri.
Quando ho letto che Silvio, dopo l'operazione, era già lì che ci provava con un'infermiera. Come in un racconto di Fraio. Come in un film di Alvaro Vitali. Inevitabile, , rassicurante, comico. E ho pensato a Fraio che va a trovare Silvio in ospedale e trovano uno col cazzo ingessato. 
E sono stato felice.

... e in culo alle lacrime della Pascale!
22 febbraio 2016
Stepciaild blablabla
Su questa storia della stepciaild blablabla ci siano almeno risparmiate le analisi di quelli che "lo sapevano tutti che l'opinione pubblica italiana è contraria alle adozioni da parte di coppie gay".
Io no, per esempio.
Io non lo sapevo.
Io avevo voglia di illudermi di vivere in un paese un po' meno stronzo.
22 febbraio 2016
Sinistra italianal

Sono sicuro che questa nuova esperienza a sinistra, fatta non da ceto politico, ma da uomini e donne che non vogliono abbandonare la Sinistra e che non aspirano ad altro che a ridarle una dignità oggi smarrita, avrà il successo che merita. È un progetto importante. Faticoso, ma doveroso.
Ancorati ai valori storici della sinistra italiana, dall'antifascismo alla lotta per i diritti dei lavoratori, cerchiamo di ridare vita al grande sogno di una sinistra. Unita e forte.

... scusate. Volevo solo sapere come ci si sente a dire certe frasi.
Ora vado a farmi la doccia.

15 febbraio 2016
Arbiter
Che fosse abile lo si capì quando ci vendette persino la storia del suo passato da arbitro.
Matteo Renzi.
Lui faceva l'arbitro. E l'arbitro è becco per definizione. Non è il sogno di un bambino, fare l'arbitro. In genere il sogno di un bambino è fare l'attaccante. Poi capisce che non sarà il suo destino quando, al pari o dispari per fare le squadre, viene sempre scelto per ultimo. E ancora più tremendo è quando lo barattano. "Hey! Noi vi si dà lui e quest'altro (laddove quest'altro è il classico bambino che pur se vorrebbe giocare a pallavvolo con le bambine, per timore di ritorsioni gioca a calcio, ma fa cacare) e voi ci date lui (un mediocre medianaccio, ma pur sempre credibile)". E immaginate che dolore lasciare la squadra che un attimo prima vi ha scelto (in realtà vi ha accettato), perché siete stato barattato insieme al bambino con le Superga che vorrebbe giocare a pallavolo, in cambio di un butterato di terza media. Sono queste cose che uccidono i sogni dei bambini. Che poi a quel punto diventano arbitri.
Renzi riscattò questa storia di infanzie sofferte, facendoci credere che arbitro è bello. Perché l'arbitro decide. E lo fa rapidamente, si assume responsabilità. Ed è lì, solo, mentre tutti gli danno di becco.
Un titano. Un gigante di abnegazione. Di forza d'animo. Capace di andare contro tutto e tutti pur di fare rispettare le regole.
Ed ecco che Renzi trasforma la potenziale debolezza di mostrare un passato da bambino sfigato, nella forza di presentarsi come uno che sa prendersi delle responsabilità.
E io lo ammiro.
Non perché mi sia bevuto la cazzata dell'arbitro titano. Ma perché penso che quel bambino che veniva così orrendamente barattato, è oggi Presidente del Consiglio.
Anche se, a pensarci bene, la cosa mi fa un po' paura.
1 febbraio 2016
600 posti di lavoro + 2

Il lavoro, la sinistra, Biagi, la Costituzione, combattere la povertà.Del Debbio, il giornalismo. Renzi, il governo.600 posti di lavoro a Napoli.Noi toscani siam proprio ganzi.

Pubblicato da Tommaso Ino Ciuffoletti su Lunedì 1 febbraio 2016
20 gennaio 2016
Mamme maiale
A me piace giocare al calcio. Molto meno parlarne.
Ma ho alcuni ricordi.
Avevo da poco iniziato la quarta ginnasio. Settembre, partita di pallone fra compagni di classe. Eravamo quasi tutti fiorentini e l'usanza di offenderci fra noi durante la partita non risparmiava i genitori, in particolare le abitudini sessuali delle madri. "Vaffanculo", "pezzo di merda", "accidenti a te e a quella maiala della tu'mamma", giusto per citare i casi più noti.
Tutto questo con grandissima armonia, serenità e reciproco affetto. Finché ad essere coinvolta non fu la madre di un amico - nuovo compagno di classe di quella quarta ginnasio - che veniva dalla Sicilia. Ricordo che non vi fu cattiveria particolare. Fu il più classico dei "c'hai la mamma troia", schizzato come un proiettile vagante e senza particolari intenzioni ostili. Come tutti gli altri casi del resto. A nessuno veniva in mente di immaginare che la madre di qualcuno dei presenti fosse effettivamente una maiala. E poi, anche lo fosse stata, sarebbero comunque stati cavoli suoi e non certo nostri. Tuttavia, lungi dal fottersene beatamente, il nostro nuovo amico reagì come solo un siciliano può reagire ad un affronto a bedda madre e penammo non poco a convincerlo che nessuno voleva offendere lui e la sua famiglia. Fu il primo di una lunga serie d'insegnamenti sulle suscettibilità individuali come portati di culture collettive diverse.
Dopodichè riprendemmo a giocare e ad offenderci le mamme come se nulla fosse. E questo fu il secondo insegnamento. Del resto lui era uno e noi nove. E l'integrazione passa anche attraverso l'accettare usanze e costumi del campo da gioco che si sta calcando.
11 gennaio 2016
Vanagloria
Oggi arrestano El Chapo Guzman. In attesa che evada per la terza volta.
Poi si dovranno arrestare quelli dei Los Zetas. E poi quelli di Michoacàn. E poi quelli di Tijuana. E poi quelli di chissà dove.
In attesa che a qualcuno venga il dubbio che la "guerra alla droga" non faccia altro che generare eserciti di assassini.
La via di una legalizzazione accorta sarebbe la via per disarmare la guerra. E l'unico modo per provare a vincerla.
Senza altra arma che l'affidarsi alla responsabilità di ciascuno.
In attesa che questo dubbio solletichi le menti dei signori della guerra, s'esulti pure per l'arresto del Chapo.
Vanagloria.
30 dicembre 2015
[dal Corriere Fiorentino] La sottile differenza tra leggerezza e superficialità

“Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore”. Lo diceva Italo Calvino.

Matteo Renzi, ieri in conferenza stampa, ha chiuso trattando con grande leggerezza il tema di una possibile amnistia “Non credo che sia all'ordine del giorno nel dibattito politico italiano. Non è sul tavolo”.

Andando sul sito del Ministero della Giustizia si possono leggere le statistiche, aggiornate al 30 novembre di quest’anno, sulle condizioni di sovraffollamento delle carceri italiane. A Sollicciano, per rimanere nella città di cui Renzi è stato sindaco, ci sono 693 detenuti. La capienza ufficiale segnala come limite 494. A San Gimignano non va molto meglio: 349 detenuti dove dovrebbero starcene al massimo 235. E non servirà andare oltre per iniziare ad avere il dubbio che nelle parole del presidente del Consiglio vi fosse, più che leggerezza, un po’ di superficialità.

La stessa superficialità con cui si considera esaurita l’attenzione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sul caso delle carceri italiane. E’ vero che la Cedu ha dichiarato irricevibili una serie di ricorsi presentati da alcuni detenuti contro lo Stato italiano. Ma lo ha fatto in attesa di una verifica approfondita della situazione. Sarà infatti il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, a valutare l’effettiva funzionalità degli strumenti messi in campo dall’Italia per evitare, di qui in avanti, quello per cui è già stata condannata in passato: l’aver inflitto trattamenti inumani e degradanti a persone detenute.

Lo strutturale sovraffollamento delle carceri italiane, e la necessità di misure rapidamente efficaci per evitare che questa situazione d’illegalità prosegua, sono temi che sono quindi ben sul tavolo. E lo sono a prescindere dalle comode scelte del governo, che sul fronte giustizia ha rinunciato ben volentieri ad ogni velleità rottamatrice per una più cauta gestione dell’esistente. E lo sono anche a prescindere dalla barbarie della propaganda di antieuropei e manettari nostrani (curiosamente si rilevi come le due categorie si accompagnino spesso insieme, dalla Lega a Grillo). Quelli che non vogliono accettare che la certezza della pena per chi delinque, non possa che essere certezza di un pena giusta. E non illegittimamente aggravata da condizioni inumane e degradanti.

E’ un punto logico all’apparenza sottile, ma fa una grande differenza. La stessa che passa tra leggerezza e superficialità.

21 dicembre 2015
Samir Kuntar. Che non meritava ricordo.

Amici e persone che pure sanno leggere e scrivere.
Però quando leggono di Israele rispondono agli istinti dell'idiozia.
Ieri, in nome della pietas, non ho voluto ricordare nulla di Samir Kuntar. Ucciso da un raid israeliano, pare, mentre stava combattendo in Siria per conto di Hezbollah.
Non ho voluto ricordarlo perchè non merita ricordo. Lo meritano invece le sue vittime.
Ma nonostante questo, semplicemente questo, avessi scritto, ecco che vengono a catechizzarmi. Prima - rispondendo al classico istinto, istinto e non altro - mi si chiede conto dei civili che sarebbero morti insieme a Kuntar nel raid. Il problema è che di civili non v'era ombra. Kuntar era in battaglia insieme ad altri 8 suoi compagni guerriglieri, ma sarebbe meglio dire soldati, di Hezbollah. Ergo, prima ancora di sapere bene come fossero le cose, l'istinto del politicamente corretto chiamava in causa categorie ridicole ed usate a cazzo come quella di "civili", in un contesto in cui non avrebbero comunque avuto senso. E che nel caso specifico, erano totalmente inesistenti.
Altri ancora mi hanno fatto presente che quanto scrivevo rispondeva ad una logica ultras. Ed anche questo è un istinto idiota. Perché avrei potuto scrivere altro, se avessi voluto aderire ad una logica da ultras. Ma non importa, perché lo schemettino idiota del "te di là, io di qua" prescinde da ogni cosa. Anche dal dover leggere una decina di parole scritte in italiano corretto e con frasi brevi e semplici.
In ultimo, se proprio vogliamo dirlo, io Kuntar lo avevo già ricordato su queste pagine. Perchè la sua storia mi colpì molto quando ancora avevo tempo di studiare. Su queste pagine lo ricordai il 14 luglio dell'anno scorso.
Ecco, questa è la storia di Samir Kuntar, che non è morto ieri, ma 36 anni fa.

"... io ricordo un episodio dove su una spiaggia, un bambino venne ucciso di proposito, brutalmente in una scena che non è stata ripresa, che non è stata raccontata molto sui nostri media e che certo non s'è mai presa la prima pagina del Corriere della Sera. Prima di leggerla chiedetevi se ne avete davvero voglia. Perchè è una storia che fa venire i conati di vomito, le lacrime agli occhi e salire la rabbia.
"22 aprile 1979. Quella sera Samir Kuntar e tre suoi compagni hanno appena finito di stivare armi, munizioni ed esplosivi a bordo di un gommone ormeggiato sulle spiagge di Tiro, nel Sud del Libano. Il 17enne Samir è il più giovane, ma il più determinato del gruppo. I comandanti del «Fronte della Liberazione della Palestina» di Abu Abbas non l'hanno scelto a caso. È veloce con le armi, senza scrupoli e senza paura. Perfetto per una missione senza speranze a Naharia, la città israeliana sul Mediterraneo, dieci chilometri a sud del confine libanese. I quattro approdano verso mezzanotte, s'addentrano nella città assonnata. Un poliziotto li vede, s'insospettisce. Una raffica lo fulmina.
Samir Kuntar e i suoi si rifugiano al 61 di Jabotinsky street, sfondano la porta della famiglia Haran, entrano con i kalashnikov spianati.
Danny Aran, 28 anni, li vede entrare, alza le mani, fa da scudo alla figlioletta Einat di 4 anni. Sua moglie Smadar resta in camera da letto, afferra Yael, la bimba di 2 anni, le mette una mano sulla bocca, la spinge sotto il letto, le affonda la testa nel seno per non farla strillare.
Samir Kuntar e i suoi intanto spingono Danny ed Einat verso la spiaggia. Ma la polizia gli è alle calcagna. Due terroristi cadono colpiti. Kuntar decide di vender cara la pelle. Prima spara in testa a papà Danny, davanti alla figlia, poi afferra la testa di Einat, una bambina di 4 anni, gliela fracassa sugli scogli. Finisce l'opera con il calcio del fucile. Fino a quando Einat non urla, non si lamenta, non respira più. Uccisa con la testa spaccata. Solo allora lui e il suo compagno s'arrendono. Non vengono uccisi, ma fatti prigionieri. Si salvano la vita.
Ma nell'appartamento della famiglia Hadar l'orrore continua. Smadar non sente più sparare, molla la bocca della figlioletta, ma Yael non si muove, non parla. È morta anche lei soffocata, stritolata involontariamente nella stretta della madre terrorizzata.
Di Smadar, di suo marito, di quelle due bimbe nessuno oggi si ricorda più".
In nome di una trattativa di pace, nel 2008 Israele accettò una condizione che sembrava inaccettabile. E liberò Samir Kuntar. E quando ci si riempie la bocca della parola pace non sarebbe male se a volte si considerassero questi come sacrifici che un paese accetta pur di averla. Se vi capita del tempo libero fra una sbrodolata e l'altra di Gianni Vattimo, per favore, rifletteteci.
Una volta liberato Kuntar venne celebrato come eroe da Hezbollah, da varie sigle palestinesi e decorato con medaglia al valore dal regime siriano. Nessuno di voi ha mai pubblicato le foto della famiglia Haran sui propri profili Facebook".

Il post che avevo pubblicato ieri diceva.
"Samir Kuntar è stato ucciso ieri.
Non merita alcun pensiero.
Il pensiero va a Danny, Einat, Yael e forse ancor più a Smadar."

Ma non andava bene, secondo loro.
Complimenti.
E buon Natale.

1 dicembre 2015
RadioEditoriale
Il mio impegnato radioeditoriale, per Scusate l'interruzione.
Ove dottamente vien indagata la santità de lo presepio e la rilevanza de lo dibattito intorno ad esso.
Prima di premere play assicuratevi che non vi siano preti o bambini nei paraggi. Se poi vedete che nei paraggi ci sono preti E bambini allora non premet play ma componete il 113.
Amen.


30 novembre 2015
Surfaiolo
30 novembre 2015
Banalmente? Mettere fuorilegge la predicazione wahabita e salafita
Poi non sarà una guerra di religione. Non si dovranno chiamare terroristi islamici e tutto quello che vi pare e che a me non interessa poi molto.
Però, per quanto mi riguarda, la predicazione salafita e wahabita andrebbe vietata per legge nei paesi democratici dove vige il rispetto dei diritti civili.
Servirà a nulla, ma almeno si traccia una linea. Che badate, tiene dentro la grandissima parte dell'Islam.
Perchè i caciaroni a là Salvini o a là le Pen non dicono mai una cosa del genere. Eppure è semplice e netta.
Perchè poi ci sarebbe da spiegarlo ai Sauditi (salafiti e wahabiti che infatti impiccano, frustano e mutilano secondo una visione medievale della sharia) coi quali facciamo affari e abbiamo relazioni diplomatiche.
E così, in nome del petrolio, lasciamo che degli orrendi fomentatori dell'abuso e della violenza predichino liberamente nei paesi che continuiamo a chiamare nostri. Con danno di tutti. Siano essi cristiani, mussulmani, ebrei, atei, buddhisti, confuciani o che cazzo vi pare.
25 novembre 2015
#heforshe
Mia nonna una domenica di fine anni '30 non volle ballare con un uomo fin troppo insistente. Ragazza fiera e sorretta da gran fisico, lo strattonò ben bene per le spalle prima d'andarsene. In paese fu uno scandalo e una piccola tragedia.
Negli anni '70 quel che più cambiò il volto dell'Italia non fu il delirio della violenza rossa o nera, ma lo scandalo femminista e radicale. Qua a Firenze qualcuno ricorderà l'arresto di 40 donne nel gennaio del 1975 colpevoli di voler abortire senza rischiare la vita dalle mammane. Molti meno ricorderanno il caso, era il 1976, di una ragazzina 15enne stuprata a Catanzaro ed accusata di atti osceni in luogo pubblico. Tutti dovrebbero rammentare che in questo paese il “delitto d'onore” è stato abolito nel 1981.
Di strada ne abbiamo fatta. E ancora ne rimane da fare.
E' bene ricordarsene quando si dice che vanno considerati anche gli usi e i costumi di certe comunità. Magari anche di quelle comunità nelle quali le donne sono asservite, in molti modi, agli uomini.
Mi dispiace, ma ci sono usi e costumi che non possiamo considerare degni d'altro che d'essere abbandonati.
Il siciliano che otteneva lo sconto di pena per l'omicidio della moglie fedifraga faceva appello ad usi e costumi che la legge riconosceva degni di tutela.
Credo si sia tutti d'accordo nel considerare un bene che quel siciliano, i suoi usi e costumi, se li sia cortesemente stroncati in ..... come diciamo noi ad Oxford.
sfoglia
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Oggigiorno tutti hanno spirito. Dovunque si va non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti. E' divenuta una vera peste.
Oscar Wilde

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