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22 febbraio 2016
Stepciaild blablabla
Su questa storia della stepciaild blablabla ci siano almeno risparmiate le analisi di quelli che "lo sapevano tutti che l'opinione pubblica italiana è contraria alle adozioni da parte di coppie gay".
Io no, per esempio.
Io non lo sapevo.
Io avevo voglia di illudermi di vivere in un paese un po' meno stronzo.
22 febbraio 2016
Sinistra italianal

Sono sicuro che questa nuova esperienza a sinistra, fatta non da ceto politico, ma da uomini e donne che non vogliono abbandonare la Sinistra e che non aspirano ad altro che a ridarle una dignità oggi smarrita, avrà il successo che merita. È un progetto importante. Faticoso, ma doveroso.
Ancorati ai valori storici della sinistra italiana, dall'antifascismo alla lotta per i diritti dei lavoratori, cerchiamo di ridare vita al grande sogno di una sinistra. Unita e forte.

... scusate. Volevo solo sapere come ci si sente a dire certe frasi.
Ora vado a farmi la doccia.

15 febbraio 2016
Arbiter
Che fosse abile lo si capì quando ci vendette persino la storia del suo passato da arbitro.
Matteo Renzi.
Lui faceva l'arbitro. E l'arbitro è becco per definizione. Non è il sogno di un bambino, fare l'arbitro. In genere il sogno di un bambino è fare l'attaccante. Poi capisce che non sarà il suo destino quando, al pari o dispari per fare le squadre, viene sempre scelto per ultimo. E ancora più tremendo è quando lo barattano. "Hey! Noi vi si dà lui e quest'altro (laddove quest'altro è il classico bambino che pur se vorrebbe giocare a pallavvolo con le bambine, per timore di ritorsioni gioca a calcio, ma fa cacare) e voi ci date lui (un mediocre medianaccio, ma pur sempre credibile)". E immaginate che dolore lasciare la squadra che un attimo prima vi ha scelto (in realtà vi ha accettato), perché siete stato barattato insieme al bambino con le Superga che vorrebbe giocare a pallavolo, in cambio di un butterato di terza media. Sono queste cose che uccidono i sogni dei bambini. Che poi a quel punto diventano arbitri.
Renzi riscattò questa storia di infanzie sofferte, facendoci credere che arbitro è bello. Perché l'arbitro decide. E lo fa rapidamente, si assume responsabilità. Ed è lì, solo, mentre tutti gli danno di becco.
Un titano. Un gigante di abnegazione. Di forza d'animo. Capace di andare contro tutto e tutti pur di fare rispettare le regole.
Ed ecco che Renzi trasforma la potenziale debolezza di mostrare un passato da bambino sfigato, nella forza di presentarsi come uno che sa prendersi delle responsabilità.
E io lo ammiro.
Non perché mi sia bevuto la cazzata dell'arbitro titano. Ma perché penso che quel bambino che veniva così orrendamente barattato, è oggi Presidente del Consiglio.
Anche se, a pensarci bene, la cosa mi fa un po' paura.
basket
12 febbraio 2016
Sanremo autobiografia della nazione
Sono quelle battute che si fanno così. Chiaramente esagerate.
Lo sai te e lo sanno tutti, che non l'hai fatto davvero.
Io invece l'ho fatto. L'ho fatto davvero.
Ho guardato Sanremo e ho pensato ai danni storiografici fatti demonizzando il fascismo.
Facendone una parentesi d'errore nella storia di questo paese. Una lacerazione casuale dello spazio-tempo. Che ha portato in Italia i fascisti da Marte.
No. No, eravamo noi.
Guardando Sanremo ho capito che non si può fare finta di non sapere che il fascismo è stato autobiografia della nazione.
Così come non si può fare finta di non sapere che tanta Italia è, oggi, quella che anima Sanremo. Quella stessa autobiografia che torna. Forse.
Poi son tornato a casa e ho aperto Facebook per scrivere questa cazzata. E ho capito che invece quello che anima Sanremo, forse, è soltanto il timido partecipare al protagonismo diffuso del commento al troppo facilmente commentabile. L'infamata all'esibizione horror dei Pooh, la crudeltà scheccata sulle coscine di Arisa. Troppo, troppo facile. E tutti insieme ci si commenta e ci si legge. O meglio, ciascuno legge i propri di commenti. Quelli degli altri son troppi. Ne leggi giusto un paio ogni tanto e maledici quelli banali.
Insomma Sanremo mi fa pensare al fascismo, all'Italia, alla solitudine.
Guardarlo mi ha fatto soffrire.
Spero finisca presto e di non doverlo vedere mai più.
danza
10 febbraio 2016
Filosofo Cacciari
Bisogna che qualcuno ci parli a quel professor Cacciari.
Ogni volta che accendo la televisione lo trovo in qualche programma.
Sempre con quell'aria a mal di corpo, infastidito dalla banalità dei discorsi che fanno gli altri ospiti, indispettito dalle sciocchezze che dice il conduttore o la conduttrice di turno.
Intollerabile che un filosofo e un intellettuale della sua levatura debba essere così indegnamente ammorbato da futili chiacchiere.
Io lo capisco. Dico davvero.
E vorrei dirglielo, che forse, tra una speculazione e l'altra sulla sinistra, i destini della socialdemocrazia, le calze di Barbara D'Urso e la mia ricca fava, potrebbe anche farsi venire in mente l'inaspettata idea di starsene a casa la sera. Ad accudire i suoi cari, spuntarsi la barba, guardare un vecchio film Disney.
A fare che cazzo gli pare, ma a casa.
Invece di rompersi e romperci i coglioni in televisione a parlare della qualunque.
Professor Cacciari. Filosofo. Ci pensi.
CULTURA
8 febbraio 2016
Giacomo Tachis
Una vita fa. Facevo politica, passavo la gran parte della settimana a Roma. Facebook non esisteva. Bevevo vino di rado e principalmente per sbronzarmici.
Un fine settimana tornai a Firenze con la promessa che sarei andato con Zeffiro a trovare questo benedetto Giacomo Tachis. Erano settimane che mi faceva una testa così dicendomi che dovevo conoscerlo.
Io ero così preso dal me stesso in jeans, polacchine e disinvoltura polemica nel parlare in pubblico. Aggiornatissimo sulle vicende delle correnti dei Ds, le riviste storiche della sinistra, i percorsi della diaspora socialista. Dedicavo il mio tempo a speculazioni politiche, riunioni di partito, litigare con Pannella, costruire gruppi di giovani balordi.
E così quella domenica salii in macchina con Zeffiro più per il piacere di stare con lui che per altro. Come quando ero piccolo e mi portava in giro per convegni. Chi fosse questo enologo (anche se lui si schermiva se lo chiamavano così) non lo sapevo. E allo stesso modo ignoravo cosa esattamente fosse un enologo (sorrido al pensiero che a circa 10 anni da allora sto per andare a vivere insieme a uno di costoro).
Durante il viaggio da Firenze a San Casciano chiesi tuttavia informazioni. Zeffiro aveva conosciuto Tachis credo tramite Torello Latini. Si tenga presente che Zeffiro delle etichette dei vini (come di qualunque altra etichetta) se ne fotte con una naturalezza da far invidia a qualunque enostrippato alternativo biodinamicveganabbestia. Sassicaia, Tignanello, Solaia, Turriga, non potevano essere questi nomi ad averlo colpito. Era stata la cultura di Tachis a entusiasmarlo. La passione per la storia, le vicende degli uomini e dei territori. Il vino come tramite di conoscenza, non il fine di un feticismo vacuo.
Per questo non cercò di impressionarmi glorificandolo. Poteva dirmi che era il più importante enologo italiano. Un genio. Uno i cui vini avevano fatto grandi tante cantine. Avevano fatto grande l'Italia nel mondo. Avevano, somma goduria, battuto i francesi. Tachis come un Bartali cantato da Conte. A farli incazzare col Cabernet di fronte a giudici al di sopra di ogni sospetto.
Niente di tutto questo.
Arrivammo che era buio. La casa era bella, ma normale, e io m'aspettavo chissà quale villa. Questo signore parlava poco. Zeffiro mi presentò come dovessi ricevere una benedizione. Io guardavo entrambi e non capivo bene. Così, quando Tachis mi chiese cosa facevo attaccai a parlare come ero abituato a fare. Sfrontato, arrogante, ignorante. Io, blabla, Montecitorio, blabla, la sinistra vero, blablabla, io, io, io, bla, bla, bla. Zeffiro rideva sotto i baffi e Tachis, peggio, sorrideva di un sorriso a metà tra l'affettuoso e il bonariamente beffardo. Ma non m'interruppe mai. Lasciò che il mio tono di voce andasse spegnendosi nel dubbio di aver detto una gran sequela di bischerate. Quando ebbi finito e un rossore di vago imbarazzo immagino dovette iniziare a colorarmi il viso, Tachis sorrise ancora di più. E ci portò in un garage-cantina pieno di bottiglie con etichette adesive scritte a mano. Campioni, prove, esperimenti. Parlava poco, sì, e piano, ma a quel punto non potevo che ascoltarlo per cogliere ogni sussurro. Iniziavo davvero ad essere curioso. Anche se non capivo nulla di lieviti e fermentazioni, polifenoli e antociani. E poi Galileo e il Redi, i Georgofili e la mezzadria.
Prese una bottiglia e me la regalò.
Una prova di Sassicaia.
Tornai a casa un po' confuso. Mara quando entrammo in casa mi chiese com'era andata. "Ganzo", risposi senza essere convinto fino in fondo.
Solo anni dopo avrei iniziato a capire. E a sorridere anch'io.
Finito, non so bene come, ma con gran gioia, dalle sale della politica a Castellina in Chianti.
Purtroppo, a quel punto la malattia si era già presa tanto di quel signore che Zeffiro voleva che conoscessi.
Di polifenoli ancora oggi capisco ben poco. Ma a conservare i ricordi, invece, un po' me la cavo. E sono felice che mio padre abbia tanto insistito in quelle settimane.
Nel sottoscala di casa in via barbacane c'è ancora quella bottiglia.
vita familiare
5 febbraio 2016
Pio nonno
Mio nonno Enzo è stata una delle persone a cui ho voluto più bene in vita mia. E lo ricordo sempre col sorriso, anche se mi manca tanto.
Negli ultimi anni della sua vita teneva una lucina sempre accesa in mansarda. Davanti a un santino di Padre Pio. Diceva che lo aveva salvato da una malattia.
Quando eravamo a San Giovanni io dormivo in mansarda a casa sua. La sera quando tornavo, se non era troppo tardi lo trovavo in salotto e allora guardavamo insieme i film di Bud Spencer o di Alberto Sordi, che erano i suoi preferiti, e poi andavamo a letto. Io me ne salivo le scale, passavo davanti alla testa di cinghiale e alla volpe impagliata, e prima di entrare nella mia camera, dove stava appesa la preghiera a Bacco ("Bacco nostro che sei in cantina, dacci oggi la nostra sbornia quotidiana ..."), trovavo sempre quella lampadina minuscola accesa davanti al santino di Padre Pio.
Qualche volta mi venne l'idea di spengerla, perchè era una cosa assurda che quella luce stesse accesa. Ma non l'ho mai fatto. Avvicinavo la mano all'interruttore e poi mi fermavo. In fondo a me quella lucina non dava noia, anzi, mi faceva luce mentre salivo le scale. E poi lui voleva che fosse accesa.
Ancora oggi continuo ad essere serenamente anticlericale e laicista. Ma fatico sempre a trovarmi a mio agio accanto a certi alfieri del laicismo. Che detto fra noi, mi stanno anche piuttosto sul cazzo.
1 febbraio 2016
600 posti di lavoro + 2

Il lavoro, la sinistra, Biagi, la Costituzione, combattere la povertà.Del Debbio, il giornalismo. Renzi, il governo.600 posti di lavoro a Napoli.Noi toscani siam proprio ganzi.

Pubblicato da Tommaso Ino Ciuffoletti su Lunedì 1 febbraio 2016
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Oggigiorno tutti hanno spirito. Dovunque si va non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti. E' divenuta una vera peste.
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