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3 dicembre 2013
[dal Corriere Fiorentino] Cina-Prato L'ultima patria della schiavitù

La Cina è vicina, la Cina impero, la Cina nuova frontiera, la Cina potenza economica, commerciale, politica e militare. E la Cina dei calzini e delle magliette di cotone, delle cinture finto Gucci. Quella che abbiamo in casa: Brozzi, Prato, Campi Bisenzio, Macrolotto e capannoni dove si vive, lavora, mangia, dorme ed urina tutto insieme, tutti insieme. Piccole e grandi colonie di schiavi installate su territori che Cina non sarebbero, ma che invece lo sono. Perché “Cina è una civiltà che finge di essere una nazione”, per citare un grande sinologo, e da millenni considera sé il centro dell’esistente e sua periferia tutto ciò che la circonda. E questo sta alla base del modo tutto cinese di essere immigrati. Cinesi in tutto tranne che nella momentanea dislocazione geografica.

E la Cina di oggi ci racconta, esasperato, un paradosso vecchio come la parola progresso. Quello per cui, dagli antichi egizi alle rivoluzioni industriali, tanto di quel che chiamiamo civiltà è stato costruito sulla possibilità di disporre di esseri umani come mera risorsa d'energia meccanica raziocinante. Un paradosso di cui l’Occidente s’era forse illuso di potersi liberare grazie allo sviluppo tecnologico, ma che la Cina di nuove ambizioni imperiali ci viene non solo a riproporre come modello in senso ideale, ma a replicarne concretamente l’applicazione “in casa nostra”.

La vicenda drammatica dei sette morti a Prato nel rogo di domenica racconta questa storia, che è più grande delle rivendicazioni politiche di parte o di varia territorialità, e più grande anche della retorica profusa in queste ore. Perché la Cina non sarà quel centro del mondo che per millenni è stata convinta di essere, ma certo è ormai un attore di fronte al quale pare difficile trattare come città di Prato, Regione Toscana o anche Repubblica Italiana. Ed è certamente comprensibile che l’urgenza di amministratori locali (siano assessori o ministri) è quella di fare rispettare una legalità impossibile. Ma anche operando con vigore e abnegazione, se si accetta di guardare alla realtà con un po’ di disincanto, si converrà che si tratta di ambizione non sorretta da mezzi. Anche se questi venissero decuplicati. La sfida è un’altra e di lungo periodo.

Nel 1863 il presidente degli Stati Uniti, Abraham Lincoln, colui che abolì la schiavitù in America, si vide recapitare una missiva dell’imperatore cinese con la quale questi intendeva rassicurarlo sul fatto che “avendo ricevuto  l’incarico dal Cielo di governare l’universo (nientemeno), noi consideriamo sia l’Impero Centrale sia i paesi esterni come una sola famiglia, senza distinzioni". Si consideri che quando quella lettera fu spedita, la Cina aveva già perso due guerre con le potenze occidentali impegnate a ritagliarsi sfere d'interesse sul suo territorio. L'imperatore tuttavia sembrava considerare quei rovesci come tante altre invasioni barbariche subite dalla Cina nel corso della propria storia: tutte superate, sconfitte, assimilate grazie alla ritenuta superiorità della civiltà cinese.

Oggi secondo qualcuno i ruoli si sono invertiti. Con l’Occidente in decadenza e la Cina che silenziosamente invade. Ma forse allora la sfida, sta proprio nel convincere i cinesi che la loro civiltà, se vuole continuare ad essere tale, deve liberarsi di ciò su cui ha costruito il suo progresso di oggi. Per essere ancora una civiltà. E non solo una multinazionale del progresso. E della schiavitù.

dal Corriere Fiorentino di martedì 3 dicembre

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