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[dal Corriere Fiorentino] Rave e illusioni

Antonio Santarelli lotta ancora per la vita, e ci si può solo stringere alla moglie ed al figlio tredicenne. Domenico Marino rischia di perdere un occhio, la speranza è che ciò non accada. Inutile cercare parole per commentare quanto accaduto lunedì mattina in quell’angolo di Toscana, splendido e nascosto, che sta tra i comuni di Sorano e Pitigliano. Una simile violenza, cieca, vigliacca, letteralmente folle non può trovare ragione alcuna.

L’infamia di un gesto senza ragioni può certamente diventare spunto per reazioni che non accettano argomenti, che invocano prioritariamente, se non esclusivamente, l’urgenza di reprimere, proibire, occultare. Come se già i rave e il mondo che vi orbita intorno non fossero già abbastanza repressi, proibiti, occultati, salvo poi esplodere in cronaca per drammi come quello di lunedì o perché ragazzi che a quei rave partecipano (quasi sempre “di buona famiglia”, ci dicono poi i cronisti) muoiono ammazzati da droghe sintetiche.

E quella della rave culture è una storia che esperti più o meno improvvisati vi potranno raccontare partendo dagli esordi inglesi degli anni ’80 fino alla Love Parade di Berlino. Quello che so io dei rave è che non si svolgono su Marte, ma spesso nel più classico dei “dietro casa mia”, che non li organizzano e non vi partecipano alieni, ma ragazzi e ragazze con l’illusione di inseguire il sentirsi liberi e in comunione, che di solito vi si trovano musica terribile e droghe peggiori. Droghe sintetiche spesso adibite a chiudere ogni spiraglio di vita (come la ketamina, che non a caso è un anestetico per cavalli) e che sono il paradosso di happening rivendicati in nome della comunanza, ma che spesso si risolvono nell’autismo indotto chimicamente e nei casi peggiori in dipendenze psicologiche che sono la celebrazione della schiavitù e la massima negazione della libertà.

Illusioni false e traditrici. Ma temo che lo siano anche quelle di chi crede che proibire il già proibito e reprimere il già represso possa essere la soluzione o almeno un passo verso la comprensione. Quella reciproca e quella di sé. Perché forse una soluzione, in verità, non c’è, ma ci può essere il tendere ad accorciare le distanze tra mondi che per tante ragioni sembrano separati, ma che non lo sono in realtà e non possono esserlo.

Questo non è giustificare o nascondere le responsabilità di chi dovrà pagare per quel che ha fatto. E’ piuttosto l’invito a non dare per buono, anche in questa occasione, che le soluzioni apparentemente facili siano realmente delle soluzioni.

 dal Corriere Fiorentino (http://corrierefiorentino.corriere.it/) di Giovedì 28 Aprile 2011

Pubblicato il 29/4/2011 alle 11.27 nella rubrica Commenti.

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